Lei odia l’estate

Intervista all’illustratrice e fumettista Kalina Muhova

Ho conosciuto Kalina Muhova e la sua opera un po’ per caso, partecipando alla presentazione del suo graphic novel Odio l’estate lo scorso novembre a Milano, nell’ambito di Paw Chew Go, un festival – veramente figo e veramente consigliatissimo – che da dieci anni racconta l’illustrazione e le arti visive contemporanee.
Dovete sapere che, di solito, in questi casi mi piace andare “studiato”. Tuttavia, devo ammettere che non è niente male anche l’approccio “alla scoperta”, lasciandosi sorprendere dall’autrice e da come decide di raccontarti il suo lavoro.
Al termine dell’evento, io e la mia compagna – molto colpiti dalle parole appena ascoltate e da alcune slide che mostravano le vignette di Kalina proiettate su un telo dietro di lei – ci siamo fiondati al bookshop a comprare Odio l’estate. Subito dopo l’abbiamo raggiunta di nuovo per farcelo dedicare.
Ah, per chi non lo sapesse, una delle cose molto cool di fumettisti e illustratori è che quando ti dedicano una loro opera, non si limitano alla classica data con firmetta – come spesso fanno gli scrittori – ma ti fanno un disegnino. Questo è quello che ha fatto a noi:

Detto ciò… mi pare ovvio che, se mi conoscete e siete arrivati fin qui, è perché vi aspettate che… sì, giusto: l’immancabile intervista all’artista. Eccovela!

Kalina… come si presenterebbe Kalina Muhova ai lettori dei Sentieri nelle Medical Humanities?

Ciao, mi chiamo Kalina Muhova e il mio lavoro è creare. Lo faccio in modo “professionale” (o meglio: mi pagano per farlo) da una decina d’anni. Prima di allora ho studiato pittura al liceo artistico di Sofia, e fumetto e illustrazione all’Accademia di Bologna. Quando non sto lavorando a un nuovo libro, realizzo illustrazioni su commissione o organizzo workshop per bambini e adulti. Dal 2022 vivo a Roma e insegno Fumetto alla NABA.

Google quando ti si cerca ti definisce pescando informazioni qua e là “illustratrice e fumettista” e anche “traduttrice”. L’illustrazione e il fumetto hanno alla loro base il disegno. Quando arriva, come ci arriva e perché proprio il disegno arriva nella tua vita?

Sì, Secondo Google sono una traduttrice. Traduco anche, ma il mio lavoro principale è quello che dici tu: disegnare.

Disegno da quando ho memoria: è sempre stato parte del mio vocabolario. Da piccola mi sembrava la cosa più vicina alla magia: dal nulla puoi creare mondi e avventure incredibili. Col tempo ho scoperto che ci si può anche campare, e così ho deciso di “fare l’artista”.

Ne approfitto con i miei ospiti per capire alcuni aspetti della loro professione che non tutti i nostri lettori potrebbero conoscere. Ti posso chiedere di raccontarci cosa fa un’illustratrice e, in particolare, cosa fai tu?

Il mio lavoro di illustratrice è un lavoro di squadra. Prendiamo, per esempio, una commissione per una copertina. Il coordinamento del progetto è affidato a un editor o a un art director (se è una casa editrice più grande), ma di solito si sente anche la voce della scrittrice o dello scrittore. Ognuno dice la sua: come immagina la copertina, che mood dovrebbe avere, quali elementi vanno inseriti. Mi danno indicazioni anche sullə protagonistə, banalmente: spesso non ho il tempo di leggere il libro in anteprima e devo affidarmi ciecamente alle suggestioni che mi arrivano dalla squadra.

Mi forniscono anche informazioni utili come formato, tempi, ecc. Io raccolgo questi input e preparo delle proposte in forma di bozze. Se ne sceglie una e procedo con la realizzazione della copertina finale. A volte arrivano delle correzioni se l’illustrazione non soddisfa la visione di tuttə, quindi ci torno su finché non siamo contentə tuttə (non facilissimo, sempre!).

I miei clienti preferiti sono quelli che hanno già un’idea chiara di ciò che vogliono e conoscono abbastanza bene il mio lavoro.

Arriviamo ora a Odio l’estate, il tuo graphic novel del 2023 uscito per i tipi di Rulez. È l’opera con la quale ti ho conosciuta e grazie alla quale siamo qui a chiacchierare. Vuoi dire tu ai nostri lettori di cosa parla?

Odio l’estate è un libro che racconta principalmente dell’estate che ho vissuto nel 2022, un periodo particolarmente difficile per me. Prima di tutto perché, proprio allora, ho scoperto che mia madre aveva una malattia terminale. In secondo luogo, perché non ho potuto starle vicino nei primi mesi: un incidente mi aveva impedito di raggiungerla in Bulgaria, come avrei preferito fare.

Da quella frustrazione enorme è nato questo progetto. Lavorarci mi ha aiutato molto ad accorciare le distanze fisiche ma soprattutto quelle emotive che col tempo si erano create tra di noi, e a comprendere meglio alcune sue scelte.

Odio l’estate parla di questo, ma, penso, anche di molto altro: dentro ci sono un sacco di paranoie, ansie e pensieri da scoprire.

Quando mi sono approcciato a Odio l’estate, mi aspettavo un’opera più concentrata sulla malattia di tua mamma. Per carità, non che non lo sia… ma ci ho trovato anche tantissima Kalina. Ti sei proprio messa a nudo: è un memoir fortemente incentrato su di te, e dove con gran coraggio non nascondi nulla. Come mai questa scelta?

Quel periodo per me era un incubo: la situazione mi sembrava gravissima e io avevo un forte istinto di fare qualcosa qualunque cosa per aiutarla. Ma non avevo molte scelte, immobile com’ero (per la cronaca: mi ero rotta una gamba pattinando, avevo gesso e stampelle). Ci parlavo al telefono e cercavo di convincerla a curarsi, ma era tutto inutile lei era convinta della sua decisione. Ci scontravamo di continuo e la mia frustrazione cresceva soltanto.

Non capivo come fosse arrivata a quella scelta: quando aveva perso fiducia nella medicina? Perché aveva deciso di affidarsi completamente a cure “alternative”?

Mi sentivo del tutto impotente di fronte a questa realtà. L’unica cosa che mi restava da fare era cercare di capire e accettare la sua decisione. Pagina dopo pagina, giorno dopo giorno, ho messo sul foglio le cose come stavano e le ho affrontate per ciò che erano. Dovevo essere al 100% sincera con me stessa, se volevo arrivare alla verità.

Un altro aspetto che ho molto amato in Odio l’estate è questo sguardo, concedimi il termine, antropologico che mantieni per tutta la narrazione. In particolare, quando racconti di tua mamma e dei tuoi parenti e amici in Bulgaria, parli molto anche del sostrato culturale da cui dipendono alcuni loro atteggiamenti: la disaffezione nei confronti della medicina tradizionale, un certo misticismo, una ricerca del trascendente e del simbolico non legato alla religione. La tua vicenda personale diventa anche un modo per raccontare la società che ti circonda. Questo è qualcosa che l’arte può certamente fare l’andare dal particolare al generale, dal microcosmo al macrocosmo ma bisogna essere grandi artisti per saperlo fare bene (permettimi il complimento, è meritatissimo!). Ti chiedo: è una scelta a priori, voluta, oppure è qualcosa che, nel raccontare la tua vicenda, è emerso da sé?

Grazie! Essendo un diario, non c’era nulla di progettato in anticipo: ho seguito semplicemente il mio flusso mentale. A un certo punto ho sentito la necessità di parlare anche degli aspetti più “antropologici”, perché secondo me avevano avuto un peso nelle scelte di mia madre.

Trovo difficile avere una visione completa di una persona senza illustrarne il contesto. Parte di ciò che chiamiamo “personalità”, in realtà, è una reazione alla società in cui viviamo. Io, da straniera, sono molto consapevole di questa dinamica.

Ciò detto, non penso si possa separare l’individuo dalla società; Io speravo che parlando della Bulgaria riuscissi a fornire abbastanza contesto attorno a mia madre, per rendere la sua presenza più tridimensionale e ricca di sfumature, come lo era per davvero.

Anche a Milano, il moderatore della presentazione a cui ho partecipato, ti ha fatto una domanda simile a quella che ti ripropongo qui: nello scrivere Odio l’estate hai pensato che potesse avere un’utilità anche per chi, come te, sta vivendo l’esperienza della malattia di una persona cara?

Mentre lo scrivevo non mi sono mai fatta questa domanda. Solo dopo averlo condiviso con qualche amicə ho scoperto che una storia così intima, così mia, poteva risuonare anche in altre persone. Mi ha stupito: non pensavo davvero di trovare così tanto calore e comprensione. Penso sia stato proprio questo a convincermi a condividere il fumetto/diario con il resto del mondo.

Quando ci siamo sentiti via mail, mi hai scritto tra le altre cose questa frase che copio e incollo: «ho voglia di lavorare su qualche progetto divulgativo/divertente che abbia a che fare con la medicina – penso che certi concetti siano più facili da capire illustrati. E in un mondo di scetticismo scientifico, forse non è una cosa brutta fare sì che la scienza sia più accessibile». Pensi che la tua arte possa fare la differenza? Qual è la marcia in più rispetto a modalità più tradizionali per comunicare la scienza che, per altro e l’abbiamo visto proprio negli ultimi anni non funzionano granché?

Prima di tutto, vorrei dire che la vera differenza la fanno gli scienziati e i medici, a mio parere. Io, come artista, posso fare poco per cambiare lo stato di una persona tra vita e morte.

Ovviamente non voglio svalutare il ruolo dell’arte nella nostra società: è una parte essenziale della nostra esistenza (immagina passare tre anni di pandemia senza libri, serie, musica, film, ecc…). Con la mia arte spero di trasmettere al lettore la mia verità e di farlo riflettere sulla propria. Magari lasciare un segno e portare più consapevolezza, ispirare nei migliori dei casi…

Mi piacerebbe lavorare a un progetto più scientifico, perché il tema mi sta a cuore. Da quando è successa questa cosa con mia madre, penso spesso alla sua disillusione verso la medicina. Quanta disinformazione e quante bugie le sono arrivate per convincerla che i dottori volessero farle del male. Non escludo che esistano medici sadici, ma sono convinta che la maggior parte delle persone che decide di fare questo mestiere sia mossa dal desiderio di aiutare le persone.

In che momento ci si dimentica questo e i dottori e la scienza diventano il Male?

Quando non ci si capisce, non può esserci fiducia… e questa fiducia si costruisce con una buona comunicazione cosa che immagino non sia facile quando le informazioni da trasmettere sono molto complesse. 

Io penso che il fumetto possa essere un ottimo linguaggio per comunicare, perché alleggerisce la lettura e può rendere comprensibili concetti complicati a un pubblico più ampio. Ovviamente, io non ho competenze scientifiche, ma di fumetto ne so qualcosa. E se qualcuno fosse interessato a collaborare, parliamone!

Al termine di Odio l’estate tua mamma era ancora viva (che belle le vignette in cui l’avete letto insieme! Non voglio svelare troppo a chi ci legge, ma le ho nel cuore). Oggi, a causa del peggioramento della sua leucemia, non è più con noi. Ti volevo chiedere: il disegno e la scrittura sono tornati in tuo aiuto anche per affrontare il lutto? Oppure no, o non ancora?

Sì, il disegno è stato fondamentale anche per questo periodo della mia vita. Ho fatto più di trecento pagine di fumetto/diario nei mesi successivi alla sua morte. A dire il vero, era una delle poche cose che riuscivo a fare, perché il lutto mi aveva tolto il sonno e ogni banale atto quotidiano era diventato a dir poco faticoso.

Mi è servito per tirare fuori tutto il dolore e i pensieri invasivi che avevo in quel periodo. Ancora non ho avuto il coraggio di rileggere ciò che ho fatto: sto aspettando che le ferite si chiudano. Mi piacerebbe ricavarne qualcosa di bello, un giorno, in memoria di mia madre, ma sento di aver bisogno ancora di un po’ di tempo e di riflessione.

Di recente hai pubblicato un altro graphic novel spassosissimo! Life Couch, per i tipi di Quinto Quarto. Anche in questo caso, con l’ironia e il sarcasmo che contraddistinguono tutta la tua produzione, analizzi e critichi la società contemporanea occidentale, ormai pervasa dalla retorica della mindfulness, dalla positività a tutti i costi e totalmente votata alla performance. Posso chiederti, in chiusura, se puoi svelarci su cosa stai lavorando attualmente  sempre parlando di fumetti?

In realtà Life Couch è stato pubblicato per la prima volta in tedesco da Edition Moderne, ma grazie a Quinto Quarto esiste anche l’edizione italiana. È un progetto un po’ folle che ho iniziato mentre studiavo ancora a Bologna. Sono contenta che ti sia piaciuto.

Per quanto riguarda i miei prossimi lavori, probabilmente la cosa che uscirà prima sarà un albo illustrato intitolato Footprints, scritto da Stephen Davies, che racconta di Lucy una dei primi esemplari di ominide con postura bipede ed eretta, simile a quella umana. Ho appena consegnato le illustrazioni e sono molto curiosa di vedere come sarà accolto il mio lavoro in Inghilterra: è la prima volta che ci lavoro!

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