L’empowerment nel parto
Dal dolore alla forza: riscoprire il potere del parto
I tabù della maternità.
Un percorso a cura di Laura Lazzari Vosti
Prosegue il percorso curato da Laura Lazzari Vosti, dedicato ai tabù della maternità, una rassegna che risponde all’esigenza di sviluppare argomenti discussi nel corso di incontri interdisciplinari sulla maternità, offrendo ulteriori occasioni di dialogo e di approfondimento. A scadenza regolare, ospiteremo interviste, seguite da contributi di esperti/e, curanti e autori/autrici che si sono occupati della tematica. La serie prende spunto dalle serate sui “Tabù della maternità” e dalle edizioni della Summer School “Maternità e Medical Humanities”, organizzate nel 2024 e 2025, riproponendo temi di grande attualità in ottica divulgativa e Medical Humanities. Questo mese, la levatrice Anna Fossati, che abbiamo intervistato nel mese di settembre in occasione della seconda edizione del Festival della nascita approfondisce il tema dell’empowerment nel parto.
10 Novembre 2025 – Nascita, Dolore, RelazioneTempo di lettura: 10 minuti
10 Novembre 2025
Nascita, Dolore, Relazione
Tempo di lettura: 10 minuti
Nella nostra società spesso si sente parlare del parto come di qualcosa di difficile, doloroso, addirittura orribile. Sentire, invece, una donna raccontare del suo parto come qualcosa di bello e arricchente, pare strano, quasi come se ci fosse qualcosa di sbagliato.
Io lavoro come levatrice e assisto le donne dalla gravidanza fino al dopo parto, passando per un parto fisiologico (a domicilio o in casa maternità), e sono più abituata a sentire racconti positivi, gratificanti, che hanno potenziato la donna, piuttosto che racconti traumatici. Mi stupisce molto perciò constatare che la maggior parte delle persone è più abituata a pensare al parto come evento terribile e terrificante, in cui c’è dolore e sofferenza che come un evento che crea empowerment e potenziamento. Ma perché?
Pensiamo davvero che la natura abbia previsto per la donna un’esperienza difficile, brutta e dolorosa?
L’atto di dare alla luce, così importante per la sopravvivenza della specie, deve veramente essere qualcosa di temuto? Molti pensano di sì, e forse è per questo che oggi ci si adopera di più per guarire le ferite di un parto traumatico che per favorire un parto fisiologico.
La mia esperienza in materia non è quella di una ricercatrice o studiosa. Io lavoro con le donne, al loro fianco, e le accompagno durante la gravidanza, il parto e il puerperio. Le accompagno portando le mie conoscenze e il mio supporto. Le incoraggio, dando loro strumenti, ma, soprattutto, le ascolto. Ed è mentre le ascolto che trovo le basi del processo di empowerment: sono loro che me lo spiegano, soprattutto nel post-parto, raccontandomi che cosa hanno provato durante il travaglio, ma anche durante la gravidanza. Poi mi piace andare a cercare nei libri le teorie e l’apporto scientifico sull’argomento.
Dalla mia esperienza mi accorgo che la chiave di tutto è proprio il parto e proporrei per questo di cominciare a vederlo come un rito di passaggio da donna a madre. Nell’era moderna l’approccio al parto si è allontanato da quello che in realtà accade nella donna e ci si è occupati del parto solo come evento prettamente fisico, in cui il bambino esce dal corpo della madre.
Ma se consideriamo il parto solo dal punto di vista fisico, la donna si trova a entrare nella sua esperienza di maternità senza passare attraverso un importante rito di passaggio.
E questo può portarla ad essere titubante, un po’ ansiosa, poco fiduciosa. Può tendere ad ascoltare di più il parere esterno piuttosto che la sua intuizione, anche per quello che riguarda il suo corpo, la sua salute e il suo bambino. Purtroppo, la saggezza femminile e tutti i nostri riti di passaggio (menarca, gravidanza e parto, ciclo mestruale, menopausa…) sono stati guidati, inibiti, medicalizzati, controllati e visti come potenziale patologia.
In realtà, le famiglie, ma anche la società hanno bisogno di questo rito di passaggio alla maternità, affinché la donna-madre sia determinata, abbia fiducia in se stessa e diventi esperta della sua salute e del suo bambino. Per questo motivo l’approccio al parto non deve occuparsi solo di diminuire la mortalità e la morbilità, ma deve espandersi e considerare l’esperienza profonda della donna e lo sviluppo dell’empowerment rispettando la sua autonomia, la sua dignità, le sue emozioni. Questo permette di rafforzare la fiducia della donna nelle sue competenze e nelle sue abilità a diventare madre.
È importante non vedere il parto solo come un meccanismo fisico ma anche come un processo psicologico, emozionale, culturale, sociale e spirituale. Vederlo unicamente come un atto fisico ignora completamente il suo potere e il suo potenziale; considerarlo invece come un rito di passaggio ci permette di riconoscere la trasformazione personale di quella donna. È per questo motivo che tutte le donne meritano un’assistenza unica e personalizzata e che si riconosca la mamma come esperta del suo corpo e del suo bebè.
Personalizzare l’assistenza significa che non è possibile seguire le donne facendo solo riferimento ai protocolli, ma bisogna prima di tutto ascoltarle. Ascoltare la loro esperienza profonda, quello che sentono, che percepiscono. E spesso ascoltandole si scopre che nemmeno loro sono abituate a rivolgere l’attenzione verso se stesse. È per questo motivo che la gravidanza è un momento di crescita fondamentale che prepara al parto. Perché gli ormoni della gravidanza e la presenza del bambino all’interno del corpo della madre spingono la donna a guardarsi dentro, ad ascoltare il bambino, ma anche ad ascoltare il suo corpo e, gradualmente, a capirlo e assecondarlo.
Con il nostro ascolto diamo alle donne la possibilità di scoprirsi, di spiegarsi, le aiutiamo a comprendersi. Con un’assistenza personalizzata possiamo accompagnarle meglio, e dar loro la possibilità di sviluppare l’empowerment.
Ma che cos’è il parto?
Possiamo dire che il parto è un grande processo di apertura: un’apertura fisica, perché il corpo della donna deve aprirsi – devono dilatarsi il collo dell’utero, la vagina, il perineo – ma è anche un’apertura psichica ed emozionale. La donna deve aprirsi, perdere i suoi confini, lasciar andare ogni resistenza, per permettere al bambino di passare attraverso di lei, dei suoi visceri e uscire dal suo corpo. Ma aprendosi diventa vulnerabile, e l’apertura va contro le regole naturali che proteggono il nostro interno, il nostro essere più profondo. È per questo motivo che il suo istinto le dice di resistere a questa forza di apertura.
In questa lotta – tra apertura e resistenza – sta il dolore e la difficoltà.
Ma la natura ha pensato per la donna un’esperienza profonda e sconvolgente che non solo la aiuta a partorire, ma la potenzia e la gratifica, stimolando la voglia, la forza e la perseveranza di crescere la sua creatura e addirittura di ripetere l’esperienza! E gli ingredienti necessari per compiere questo viaggio sono gli ormoni, le pause tra una contrazione e l’altra, il rilassamento, il movimento e… il dolore!
Infatti, l’ingrediente principale che permette alla donna di compiere questo viaggio è un fantastico cocktail ormonale, stimolato dall’esperienza del dolore.
Per parlare di empowerment dobbiamo parlare di dolore e dobbiamo capire i meccanismi e il significato del dolore.
Il dolore del parto deriva soprattutto dalla compressione delle strutture materne da parte della testa del bebè: la testolina viene spinta dalla contrazione uterina e preme sul collo dell’utero per aprirlo, per farsi spazio e progredire verso l’uscita. E lo stimolo doloroso induce la donna a muoversi, a cambiare posizione, ad oscillare. Il movimento, fondamentale per partorire, produce quel piccolo spostamento e adattamento della testa del bebè che fa diminuire il dolore. Allo stesso tempo permette anche ai diametri del bacino di modificarsi, facilitando il passaggio della testa fetale.
Inoltre, la particolarità del dolore del parto è la sua ritmicità. Il dolore è ritmico, con picchi di dolore alternati a momenti di pausa, in cui non ci sono stimoli dolorosi. Durante la pausa, tra una contrazione e l’altra, non c’è dolore; è un momento fondamentale che il corpo dà alla donna, e anche al bambino, per riposarsi e riprendere le forze. Il dolore prodotto a picco fa produrre adrenalina che, insieme al rilassamento profondo che segue, stimola la produzione di endorfine e di tutto il sistema di gratificazione presente nel corpo: quelle sostanze magiche che in un parto fanno la differenza e trasformano completamente l’esperienza della donna.
Oltre alle endorfine, ci sono le dinorfine e le encefaline che sono oppioidi endogeni, inibiscono il dolore e creano una sensazione di gratificazione, di piacere, di espansione e il desiderio di ripetere l’esperienza. Fanno parte del sistema di gratificazione che premia ogni sforzo. Vengono prodotte dal corpo della donna, sono presenti nella placenta e nel liquido amniotico; perciò, possiamo dire che con il dolore, la donna protegge anche il suo bambino, facendogli vivere un’esperienza positiva.
Si produce anche l’ossitocina endogena, stimolata dall’ipofisi che si trova nel cervello della donna. Questo ormone stimola le contrazioni dell’utero per far progredire il parto e, a livello cerebrale, ha un’azione analgesica volta a calmare le reazioni dello stress. Inoltre, l’ossitocina stimola la produzione degli endocannabinoidi nel cervello che hanno forte effetto analgesico e favoriscono le relazioni sociali.
L’ultima sostanza di gratificazione è il gruppo GABA, un neurotrasmettitore che inibisce gli stati di eccitazione nervosa, calmando il sistema limbico e contribuendo alla sensazione di trance promossa dalle endorfine. Rilascia il tono muscolare di base.
Tutte queste sostanze lavorano sul cervello materno, modulandolo e accompagnandolo all’incontro con il neonato: durante il parto la donna vive un’esperienza trascendentale che la prepara emotivamente, accendendo il suo intuito e permettendole di leggere la comunicazione non verbale del suo bebè.
In conclusione, possiamo dire che il dolore del parto, accompagnato dal movimento, dalla sensazione di rilassamento profondo provato durante le pause tra una contrazione e la successiva, e dalla produzione di un cocktail ormonale dal potente effetto analgesico, contribuiscono a creare un senso di gratificazione e incoraggiamento che dà alla donna la sensazione di potercela fare, di essere forte, di essere soddisfatta della sua esperienza, dando quella sensazione di empowerment di cui si parla tanto dopo aver sperimentato un parto naturale.
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