«L’esame d’empatia»

Intervista all’attore e attore-medico Marco Capodieci 

Nel 2018 intervistai per La rivista per le Medical Humanities una scrittrice italiana, Claudia Durastanti, che nell’anno successivo, con il suo splendido libro La Straniera, fu finalista al premio Strega. Durastanti, durante quell’intervista, sapendo che di mestiere faccio il medico, mi suggerì di leggere un saggio dell’autrice americana Leslie Jamison, The empathy exams, che in italiano ha pubblicato l’editore NR col titolo Esami di empatia. Il saggio parla dell’esperienza lavorativa di Jamison come attrice-medica, pagata per interpretare ruoli di persone malate fingendo dolori, disturbi, malesseri al fine di insegnare come affrontare i pazienti, quelli veri, agli studenti di medicina. Anche in Svizzera le facoltà di Medicina utilizzano, a scopo didattico, gli attori-medici. Marco Capodieci, che nella vita è un attore di cinema e teatro, ogni tanto fa l’attore-medico all’Università della Svizzera italiana.  

Marco, ti ho chiesto, prima di questa nostra chiacchierata, di leggere Esami di empatia per parlarne un po’. Ma, innanzitutto, devo ammettere che sono molto affascinato dalla figura dell’attore-medico, mi pare una cosa così difficile finger di star male, interpretare un dolore che in quel momento non si ha… come fai? 

L’empatia è parte di un metodo che ho imparato in Accademia e che applico quotidianamente nel mio mestiere di attore. Inoltre, in passato ho avuto la fortuna di girare il mondo e ampliare, nonché sperimentare, le mie conoscenze in materia di interpretazione. Quindi, la ricerca delle emozioni – come poterle interpretare senza farsi troppo male – è da sempre stata un mio punto focale, un muro sul quale arrampicarmi con passione cercando di passare oltre e cadere in piedi. Dico questo perché, è con l’esperienza, con una formazione continua, con una certa dose di istinto e coraggio, col continuare a mettersi in gioco, che un attore si avvicina all’obiettivo, ovvero, ad uninterpretazione efficace di un dato personaggio che, se ricercato e riprovato, può risultare vero… reale. A volte, però, quel muro è davvero troppo grande e ci si affida, comunque e in ogni circostanza, alla direzione sapiente di registi e maestri. Nel caso del Paziente Simulato, ad esempio,

ho il supporto di attori-registi esperti e di medici davvero competenti capaci di spiegarmi nel dettaglio ogni singolo personaggio in modo che io lo passa interpretare con la maggior fedeltà possibile alla realtà dei sintomi medici. 

Ma differisce, e se differisce mi chiedo in cosa, l’attività di attoremedico da quella di attore passami il termine tradizionale di cinema e teatro? 

Cerco di non porre nessuna differenza tra queste due diverse attività di attore – che poi tanto diverse non sono. Ricevo un caso clinico, lo studio nelle sue parti, lo provo insieme ai medici e ai tutor e poi trasformo il tutto nelle mie risposte, in quei piccoli indizi che offro agli studenti per far capire loro correttamente la diagnosi. Non da ultimo, linterpretazione emotiva di determinati stati danimo… ed è qui, difatti, che entrano in gioco le emozioni e le sensazioni, le mie e quelle del paziente.

Chiudendo gli occhi per un istante metto in atto una trasfigurazione per avvicinarmi il più possibile a ciò che potrebbe provare un paziente vero: la paura, lansia e altre emozioni legate al caso clinico.

Un gioco serio, ovviamente, in cui immergersi. Ecco dove sta, secondo me, l’empatia: nuotare in un mare che non mi appartiene ma che invece, nella finzione della realtà, è assolutamente mio. 

Può essere pericoloso immedesimarsi troppo in un personaggio, in questo caso, nel suo dolore? 

Molto, soprattutto per i casi clinici di psichiatria dove si toccano direttamente corde delicate e fragili. Questi casi, con un forte impatto emotivo e difficili – al contrario di altri che invadono poco la sfera emotiva –, non vengono affidati a tutti, ma solo a chi, come me, riesce a gestirli. Io trovo che affrontarli e giocarli sia una sfida in più e,

avendo determinati strumenti nel mio zaino delle esperienze, riesco, con la dovuta tempistica e pazienza, a venirne fuori e ritrovare il Marco-uomo di quasi mezza età che ama scherzare e far ridere. 

Ti riporto un estratto da Esami di empatia che trovo estremamente significativo: L’empatia non è solo ricordarsi di dire «deve essere davvero difficile», è capire come portare alla luce le difficoltà in modo che possano essere comprese. L’empatia non è solo ascoltare, è porre le domande le cui risposte devono essere ascoltate. L’empatia esige ricerca tanto quanto l’immaginazione. L’empatia richiede di sapere di non sapere. Empatia significa riconoscere un orizzonte di contesto che si estende all’infinito oltre ciò che è possibile vedere: la gonorrea di una donna anziana è legata alla sua colpa che è legata al suo matrimonio che è legato ai suoi figli che sono legati ai giorni in cui era una bambina. Tutto questo, a sua volta, è legato a una madre casalinga repressa, e al matrimonio integro dei suoi genitori; forse tutto ha le sue radici nelle primissime mestruazioni e nel modo in cui le hanno provocato vergogna ed eccitazione”. In fondo, Jamison è come se qui ci volesse dire che questo suo lavoro come attrice-medica comporta una grossa responsabilità: insegnare, non tanto e non solo a riconoscere segni e sintomi delle malattie ai futuri medici, ma l’empatia, questa «capacità di comprensione, una specie di viaggio» che è parte essenziale della relazione terapeutica che i medici devono instaurare con i propri pazienti per poterli curare al meglio. È così anche per te? 

Questa domanda è davvero intrigante e complessa. Provo a rispondere chiamando in causa uno dei più grandi drammaturghi siciliani: Luigi Pirandello. Lui, attraverso il personaggio di Donata Genzi nellopera Trovarsi, scrisse che essere unattrice o un attore, significa interpretare qualcun altro da sé. Ed è vero! Confrontarsi con un personaggio emotivamente impegnativo è, prima di tutto, saper individuare i suoi pregi e difetti; è un rispettoso appropriarsi dei suoi respiri e pensieri; è unimmersione totale nella sua vita. Studio ed entusiasmo permettono ad un attore di trasformarsi nel personaggio e di poter giocare con lui. È un gioco, come dicevo, serio perché, che sia per un film, per uno spettacolo teatrale o un evento televisivo, ci si ritrova ad affrontare un universo parallelo che, piano piano, diventa la realtà, la realtà di una simulazione. Il qui e ora. Quando ho la fortuna di essere convocato come Paziente Simulato, dopo lo studio del caso clinico, so che mi confronterò con un avvenimento davvero straordinario e che le mie capacità e nozioni artistiche daranno, a chi avrò di fronte, lopportunità di migliorarsi non solo come professionista ma anche, spero, come persona. Il lavoro di Paziente Simulato, intenso ed impegnativo, dona anche a me la possibilità di esercitarmi nella flessibilità mentale e nella concentrazione. Competenze, queste, che portano a lavorare sui propri limiti e a volte anche ad oltrepassarli.

La simulazione è un dare-avere importante, una crescita per tutti, una pratica fondamentale. Un lavoro prezioso che al giorno doggi ha sempre più bisogno d’essere sperimentato. 

Son sicuro che avrai mille aneddoti da raccontare legati a questa tua esperienza come attore medico, vero? 

Sì, tantissimi! Ad ogni fine giornata passata come Paziente Simulato porto a casa con me una moltitudine di ricordi, sensazioni, emozioni e aneddoti. Il più bello, a livello di empatia tra me, lo studente e l’esperto medico, è stato durante un feedback da parte di quest’ultimo: «Mi è sembrato di assistere ad una scena di teatro, era… vero! Le lacrime, la voce, il silenzio rispettoso della gravità del caso che a tratti riempiva lo spazio… Mi sono commosso». Sentire queste parole mi ha davvero riempito il cuore di gioia. E poi ci sono dei colleghi Pazienti Simulati – che oggi sono diventati amici – con cui ridere e scherzare durante i momenti di pausa. Ad esempio, il nostro cavallo di battaglia è quello di far credere di essere arrivati all’Università con un cagnolino. Dopo qualche dialogo e dopo aver fatto finta di chiamare per nome il nostro cagnolino, che nel frattempo ci si è accucciato invisibilmente da parte, sul viso dellinterlocutore si dipinge un imbarazzo che ogni volta ci fa sorridere. Scherzo da cialtroni, vero! Ma, anche questo ci aiuta a staccarci dai casi dove la diagnosi, sentita per diverse volte al giorno, potrebbe diventare psicologicamente ardua da contenere. Questi momenti aiutano ad alleggerire la pressione di un lavoro, quello del Paziente Simulato, importante e serio ma sempre in bilico tra finzione e realtà. 

Ti faccio una domanda più legata alla parte pratica del tuo lavoro. Come ti prepari quando devi interpretare un ruolo?  

Memorizzare le battute è una parte fondamentale della preparazione: devessere il primo e lultimo pensiero della giornata, ovvero quello che in gergo artistico si dice fare memoria. Una volta che le frasi sono ben salde nella mia mente e compreso il contesto generale dellintera storia, mi dedico alla ricerca superficiale delle emozioni e sensazioni legate al personaggio e, infine, ad unanalisi più approfondita dei dialoghi e delle relazioni con gli altri caratteri. In questo lasso di tempo, in cui sono immerso in uno studio quasi costante, succede qualcosa di particolare: il mio pensiero si allinea a quello del personaggio e i due avanzano in una sorta di parallelismo mentale. Ora, con le tecniche e i metodi imparati nel corso degli anni – uso della voce e del corpo, il gesto e il movimento, e altro ancora – potrei fermarmi qui, salire sul palco o mettermi di fronte ad una cinepresa e recitare. Ma non è questo quello che voglio, non è questo il termine ultimo di questa mia passione-lavoro. Il mio obiettivo, infatti, è quello di rendere il personaggio unico, senza uguali e, soprattutto, originale. Quindi, superando lanalisi superficiale delle emozioni, mi spingo oltre in unulteriore indagine creativa: unimmersione psicologica, emotiva e sensoriale nella mente del personaggio. Una volta che ho scandagliato quel mondo segreto e nascosto, il mio ultimo passo è quello di dare qualcosa di mio al tutto – le mie emozioni – trovando una via funzionale per poterlo interpretare in modo artistico ed unico. Questa è la creatività, è Arte – creatività originale nell’ordine estetico e nel sentimento – e questo ultimissimo passaggio è quello che si chiama interpretazione, quel di più, secondo me, cui ogni attore deve ambire e perseguire per essere, o diventare, un vero e proprio artista.  

Concedi ora al Nicolò cinefilo e curioso un’ultima domanda un po’ frivola. Tu lavori anche nel cinema… mi chiedo se tra i tuoi colleghi più famosi ci sia qualcuno a cui ti ispiri, o dal quale cogli, guardandolo recitare, qualche indiretto suggerimento?  

Porto nel cuore l’immagine di Robin Williams e le sue molteplici interpretazioni, sia brillanti che drammatiche. Nei suoi film, la capacità di saper caratterizzare ogni personaggio era formidabile e sapeva trovare lequilibrio in ogni singola scena. Lui era, ed è, il mio eroe del grande schermo. In più, e gliene devo dare atto, unamica di Roma mi ha detto che riconosce in me alcune caratteristiche di Matt LeBlanc (Joey, il personaggio della serie Friends). Come molti, ho amato quella serie TV e Joey ha probabilmente, e inconsciamente, forgiato la mia personalità artistica.  

E ti piace andare al cinema, ti piace la sala? 

Al cinema? Andrei sempre! Ogni giorno, ogni sera… anche perché vorrei essere io dentro quello schermo gigante. E poi, al cinema, guarderei proprio di tutto. 

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