L’orizzonte come “promessa di senso”

Una metafora per le Medical Humanities

Il concetto di orizzonte chiama in causa l’idea dell’orientarsi. Questo concetto ha innanzitutto una natura geografica. Guardando l’orizzonte, prendo posizione, mi oriento, rivolgo il mio sguardo verso l’altrove, mi rappresento nel mondo (l’etimo della parola “geografia” ci è molto utile: grafia del mondo, rappresentazione, descrizione, trascrizione della terra). L’orizzonte, se ci pensiamo, lo immaginiamo come una linea di separazione tra terra e cielo, una frattura tra mortali e divini. L’orizzonte separa, distanzia, si dà come una forma particolare di limite. Esso è un limite mobile che limita o delimita la nostra visione, il nostro sguardo; ma in questo suo delimitare, il limite allo stesso tempo apre.

Da un lato segna fin dove possiamo arrivare con i nostri sensi, dall’altro suggerisce sempre altro, apre all’immaginazione e alla novità.

L’orizzonte è pensabile come metafora di limite e apertura, soglia e insieme mistero. Man mano che ci avviciniamo, l’orizzonte arretra, non si lascia afferrare, non si lascia raggiungere, ma ci attrae continuamente verso sé e ci invita a rimanere in cammino e in ascolto. Secondo questa prospettiva, dunque, l’orizzonte è coglibile come “promessa di senso”, una promessa di un oltre che non si lascia mai determinare del tutto e si nasconde repentinamente mantenendosi nella traccia, dando tracce di sé. Come la natura cantata da Eraclito di Efeso (fr. 126), l’orizzonte rimane fino in fondo mistero, sacro enigma, qualcosa di inviolabile.

Da quanto scritto, emerge l’idea di orizzonte come di una linea che non circoscrive semplicemente, ma apre lo sguardo, offre profondità al paesaggio: ci invita a guardare oltre, a immaginare ciò che non si vede. L’orizzonte sfida la nostra percezione, il nostro modo di pensare e vedere il mondo. Osservandolo, ci muoviamo noi stessi verso l’ignoto, lasciando accadere l’incontro e il dialogo con il mistero e il velato. L’orizzonte si fa punto di congiuntura tra mondi sconosciuti che si avvicinano fino a sfiorarsi. Così è nel dipinto di Magritte dal titolo italiano Meditazione del 1937. Qui, l’orizzonte diviene simbolo di ricerca, speranza e futuro, simbolo dinamico di un passaggio o di un salto verso l’inedito.

L’orizzonte è dunque uno spazio fisico, ma anche utopico, nel quale si collocano tutte le nostre domande, interrogazioni, ambizioni. Non è un punto di arrivo, ma una direzione, un cammino che indica il cammino.

Ogni volta che ci avviciniamo, l’orizzonte si sposta (e noi con esso), insegnandoci la radicalità del cambiamento, lasciando aperta la domanda sull’identità: “chi sono io?”.

Osservando l’orizzonte, mi interrogo sulla mia identità, il mio vissuto, la mia storia. E mi metto in discussione.

Chi sono io? Sono continuamente toccato, alterato, trasformato, tormentato dall’identità dell’altro, dal suo mondo, dai silenzi, dalle sue ferite e dai suoi abissi. La differenza mi trasforma giacché siamo, apertamente o meno, un dialogo costante con il mondo. Per Adorno, la prima forma di esperienza umana (esperienza estetica) è la pelle d’oca: l’altro da noi – il mondo – ci tocca perennemente e in questo toccarci ci fa sentire un brivido, ci fa tremare, originando una relazione che ci trasforma, grandemente o in piccolo, implicitamente o esplicitamente. Tremiamo perché non siamo soli: la pelle d’oca è questa reazione al dialogo con il mondo.

La relazione con l’altro, chiunque esso sia, mi si offre complessivamente sotto forma di esperienza vissuta. Quando incontro l’altro, faccio esperienza dell’altro. Detta esperienza può essere vissuta a livelli differenti e nasce dal rapporto di un soggetto con qualcosa che lo colpisce. Dinanzi a questa relazione, l’individuo comincia a porsi costantemente una serie di interrogativi, dai più semplici e banali ai più urgenti: “che cosa devo fare?”, “come devo comportarmi?”, “fino a che punto posso spingermi?”, “come agire nel mondo?”.

Domande del genere nascono dalla consapevolezza che non siamo affatto soli, che il nostro destino è in parte legato a quello degli altri. Siamo, e oramai lo ripetiamo da tempo, “esseri-nel-mondo”. Ciò significa perlomeno due cose. Siamo naturalmente in relazione con gli altri, intrinsecamente correlati (un “colloquio”, ci possiamo ascoltare l’un l’altro). Dall’altro lato, essere in relazione con gli altri significa anche abitare da sempre un mondo, appartenere a una tradizione, a un linguaggio (come mezzo di espressione e manifestazione) che ci precede. Nasciamo dentro una storia già scritta, all’interno di un mondo particolare; portiamo continuamente tracce di quel mondo, di quella storia, di quel linguaggio. Portiamo tracce di qualcosa che non è propriamente nostra fattura, ma che ci è stato donato, trasmesso, offerto.

È all’interno di questa eredità relazionale e simbolica che prendono forma anche le pratiche della cura. Qui, quello di orizzonte può essere ripensato come un concetto particolarmente fecondo per le Medical Humanities. Esso non offre risposte definitive né soluzioni chiuse, ma invita a sostare nella complessità dell’esperienza umana, nella fragilità dei corpi, delle relazioni e delle storie che abitano la cura, trasformandosi in un luogo di interrogazione e di possibilità, in uno spazio nel quale l’incontro tra saperi, linguaggi ed esperienze può accadere.

L’orizzonte ci ricorda che abitare il mondo, come anche il mondo della cura, è un gesto eminentemente poetico: significa restare in cammino, accettare di non sapere fino in fondo, lasciarsi toccare dalle storie altrui e, in questo movimento, rinnovare anche se stessi.

È nella tensione tra limite e apertura che le Medical Humanities trovano il loro senso più profondo: non come semplice disciplina di confine, ma come pratica di orientamento umano, etico e immaginativo capace di tenere aperta la domanda su ciò che significa, oggi, prendersi cura.

Materiali di approfondimento

A. Bleakley, Medical Humanities: Ethics, Aesthetics, Politics, Routledge, London, 2023.

E. Borgna, Noi siamo un colloquio. Gli orizzonti della conoscenza e della cura in psichiatria, Feltrinelli, Milano, 1999.

A. Contini, Il dolore e l’incontro, Le Mani, Recco/Genova, 2010.

G. Cuozzo, Immagini viventi. Un percorso filosofico da Cusano a Magritte, Morcelliana, Brescia, 2023.

L. Fontanini, E. Sozio (a cura di), Orizzonti di cura. Un viaggio tra salute, medicina e filosofia, Forum Editrice, Udine, 2024.

E. Lévinas, Il tempo e l’altro, il melangolo, Genova, 1993.

E. Morin, Il vivo del soggetto, Moretti & Vitali, Bergamo, 1998.

L. Zannini, Medical humanities e medicina narrativa. Nuove prospettive nella formazione dei professionisti della cura, Raffaello Cortina Editore, Milano, 2007.

S. Sontag, Davanti al dolore degli altri, Mondadori, Milano, 2003.

S. Sontag, Nello stesso tempo. Saggi di letteratura e politica, Mondadori, Milano, 2008.

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