“Luce muta” di Andrea Moser

Dalla preistoria alle esplorazioni interstellari, dalla malattia alla dimensione onirica: un viaggio in versi tra le pieghe del cervello

Il sintagma Luce muta, scelto da Andrea Moser come titolo del suo secondo libro di poesia, è tratto dal canto quinto della Commedia, dove si legge il passo in cui Dante, dopo aver superato il giudice infernale Minosse, accede all’inferno. Di questo luogo il personaggio ha una percezione uditiva, al punto che anche le sensazioni visive sono qualificate mediante un aggettivo acustico:

«Io venni in loco d’ogne luce muto,
che mugghia come fa mar per tempesta,
se da contrari venti è combattuto».
(Inf. V, 28-30)

Come caratteristico della letteratura medievale, la locuzione combina una volontà descrittiva – il protagonista si avventura in una buia voragine sotterranea – con un significato simbolico: l’assenza di luce allude infatti all’assenza di Dio. In prospettiva laica e moderna Luce muta (Manni, 2025), oltre a indicare l’oscurità, riferisce di una condizione negativa. Questa sinestesia anticipa, a libro chiuso, l’esperienza raccolta nei versi di Moser, che esplorano metaforicamente un luogo riposto, si spingono ai margini di un’esistenza, indagano nella penombra.

Proseguendo idealmente il suo primo libro (Morte del drago, 2022), nella raccolta Luce muta il poeta conduce una profonda introspezione, che lo porta a interrogare il significato stesso della vita, come suggerisce la frase di Carl Gustav Jung collocata in esergo al libro: «La vita è – o ha – significato, e assenza di significato. Io nutro l’ardente speranza che il significato possa prevalere e vincere la battaglia».

L’urgenza all’origine di questa ricerca è la malattia materna, che altera la sua cognizione del mondo e deforma l’assetto degli affetti familiari, costringendo l’autore a una verifica dei rapporti con se stesso e con il circostante.

I componimenti contenuti in questo libro cercano allora di dare senso a un’esperienza tragica, di trovare una luce anche nell’ombra delle cose – «esplodi di luce bianca ortensia» (Moser 2025, p. 7); come nei luttuosi e bellissimi cicli pittorici di Ferdinand Hodler e Franco Francese, che hanno dipinto la malattia e la morte delle amate compagne, Valentine Godé-Darel ed Elide. Assecondando questo impulso, l’Alzheimer della madre diventa paradossalmente un pretesto per ricordare, la quotidianità delirante uno spunto per razionalizzare, l’anomia un motivo per scrivere.

Nei capitoli centrali di Luce muta, Moser racconta il privato, fino nelle pieghe del dolore più intimo e sincero; tuttavia la sua indagine non si esaurisce in questo, ne danno testimonianza gli estremi della raccolta, che delineano una progressione storico-cronologica ad ampio raggio, con cui si ampliano i confini del libro e al contempo si compatta la sua struttura. Il poemetto Origini apre la raccolta con la narrazione frammentaria e immaginaria della comparsa di Homo sapiens, il primo della specie con il cranio globulare: «Nefasi è sempre più strana, / ha la testa più grande / di tutti gli altri bambini. // La voce ha il suono dell’acqua» (Moser 2025, p. 33). A poche pagine dalla fine del volume, una suite dedicata alla Voyager 2, la sonda spaziale lanciata dalla Nasa nel 1977 per esplorare il sistema solare, sposta l’attenzione dell’autore di centinaia di migliaia di anni più avanti, dalla preistoria al futuro, dall’apparizione dell’uomo sulla terra al suo tentativo di andare oltre al conosciuto, di cercare una risposta nello spazio inesplorato: metaforicamente è quello che fa anche il poeta.

Tra questi limiti è sviluppata la storia personale di Moser, che trova baricentro nella seconda sezione, Verso Broca: la più importante, sul piano quantitativo e “narrativo”. Da questo nucleo il libro si sviluppa infatti a raggiera, in direzioni diverse. Broca è nome con il quale si designa, ricordando il neurologo che la scoprì, l’area del cervello coinvolta nell’elaborazione della parola. Quest’ultima è punto di tangenza tra la malattia neurologica della mamma, che si manifesta attraverso la regressione del linguaggio, e il lavoro dell’autore. Lo tematizza, fra le altre, la poesia intitolata Dada dada dada, di cui si trascrive il congedo:

«[…]
Nei giorni buoni ti ascolto paziente,
in altri divento nervoso,
soprattutto quando siamo al telefono,
e mi ripeti: “Come? Eh!”
Le tue parole preferite sono poche,
cosa, lui, sotto, davanti, e un miscuglio
di tedesco, dialetto e romancio.
A volte penso alle poesie dadaiste,
segni di un linguaggio infantile,
dada dada dada,
testi più assurdi del tuo linguaggio.
Chissà se ricordi che lavoro
Con le parole e con cose strane
Che si chiamano poesie.
Per ora ancora ti capisco,
domani non so cosa accadrà».

La vita del malato, che pare svuotata di senso, ripiegata su di sé, non si esaurisce nel presente della malattia: la soccorre il recupero memoriale, la ricostruzione – attraverso il ricordo – di un’esistenza e del suo significato. I componimenti oscillano così su piani temporali diversi, tra la difficoltà di accettare il presente e il conforto, la certezza di quello che è stato: «Forse è giusto così, / basta ritrovarsi ancora una volta, / abbracciarsi, tenersi per mano, / salutarsi in romancio, / ricordare gli anni su quella panchina / a filare la lana, con negli occhi / quel vago desiderio di partire» (Turnar a chasa, vv. 1-7). Allo stesso modo, la quotidianità sconvolta dall’Alzheimer sembra a tratti travalicare i Confini onirici – che è titolo della terza sezione – per mescolarsi ai sogni dell’io, e viceversa.

Questa sovrapposizione suggerisce al poeta nuove possibilità operative: trascrivere, raccogliere e interrogare gli episodi di una realtà allucinata, come si fa con i sogni in psicanalisi, può condurre a verità profonde, situate oltre il razionale. Spremendone i significati e combinando fra loro le parole, quelle che di più in più mancano alla madre, il poeta ricerca un ordine, riorganizza attraverso la scrittura quello che si sfilaccia e disperde nella realtà, si oppone al cedimento delle cose.

La sua ricerca è prima di tutto linguistica, come anticipa il titolo della sezione: se da un lato si misura il tentativo di far fronte con la letteratura all’involuzione del linguaggio, dall’altro le poesie di Luce muta muovono verso l’estremo opposto, avviano cioè una contesa con il vocabolario specialistico della medicina, di cui sono denunciati i limiti: una precisione descrittiva, aridamente tecnica o meccanica, che nulla dice delle conseguenze emotive, dei mutamenti profondi del malato, di tutto quello che non è clinicamente descrivibile.

Il poeta, sfruttando la pasta fonica e la rarità di alcuni di questi termini (grovigli neurofibrillari, gene tau, amiloidi, ipertensione arteriosa, ecc.), tenta di pronunciare quello che non è pronunciabile dalla scienza.

A questa contrapposizione allude polemicamente l’avvio della poesia Cortocircuito consonantico:

«Strano questo Alzheimer
che manda in cortocircuito
i cromosomi 1, 12, 14, 19,
e produce chiazze di proteine
anomale dette amiloidi.
Ma la lista di parole cervellotiche
è molto lungha: per evitare
un mal di testa a grappoli
basta chiamarle placche,
o cristalli di neve inceneriti.
Un guazzabuglio di stridenti
consonanti che nemmeno Dante
avrebbe usato nelle sue Malebolge.
[…]».

Il controcanto della poesia, che si oppone alla malattia materna in quanto narrazione del ricordo e riflessione attorno alla lingua, risulta ancora più evidente nella cura verbale dei testi, nell’attenzione per la musicalità che distingue i migliori componimenti di Moser. Le poesie non solo potenziano il significato delle parole mediante accostamenti e immagini evocative, ma le stesse sono lavorate anche sul piano del significante, del puro suono. Si misura così la distanza tra i «segni di un linguaggio infantile» (Moser 2025, p. 44), il regresso comunicativo cui è condannato il malato, e la cesellatura linguistica, attenta a suono e senso, con la quale il poeta costruisce il proprio discorso. Si veda, per fare un esempio tra i molti possibili, la poesia Orologio del tempo: «Anche il piattissimo orologio, / da cui è sparito il cinturino rosso, / (forse tagliato per sbaglio) / se ne sta ora lì, perso / per sempre nel suo tempo». Moser dimostra così una grande fiducia nella letteratura, nella sua possibilità di dare un senso ai fatti dell’esistenza, anche quelli più meschini e dolorosi.

In Luce muta la malattia e la sofferenza diventano varco d’accesso privilegiato a qualcosa di misterioso, di terribilmente umano, che concerne le ragioni stesse della vita.

Si fanno allora i conti da un lato con la sofferenza, psicologica ed emotiva, dall’altro con la manifestazione, più potente e pura, dell’amore e dell’affetto.

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