L’umiltà del pensiero leggero – Parte 1

Un crossover Sentieri nelle Medical Humanities – Quaderni per le Medical Humanities 

Questo pezzo è un crossover Sentieri nelle Medical Humanities – Quaderni per le Medical Humanities. Il testo approfondisce la stessa parola che guida il terzo numero dei Quaderni per le Medical Humanities, in uscita a fine giugno, cioè la parola Umiltà. Così l’articolo crea un dialogo simbolico tra le due anime della nostra Rivista per le Medical Humanities. Vi presentiamo la prima parte del contributo. La seconda parte sarà pubblicata tra una settimana.  

«Io sono Nessuno. Tu chi sei? Sei Nessuno anche tu? Allora siamo in due! Non dirlo! Potrebbero spargere la voce!».
(Emily Dickinson)  

 

«Non siamo fatti per il dolore,
ma non siamo nemmeno fatti per la felicità.
Siamo fatti forse per gli incontri
E per sentire tutti coloro
Che circolano in questa vita
e altro non chiedono se non di essere sentiti»
(Christian Bobin)  

  

«Rimarranno senza luce
Questi abissi del cuore, 
rimarrà abbandonata l’anima 
con le sue passioni, 
al margine dei cammini della ragione?».
(Maria Zambrano) 

 

1. L’anima e le 30 Isole immaginarie  

L’umiltà è la come la musica dell’anima con il suono del suo leggero volteggiare tra le nubi della vita e il soffio accogliente di una brise imaginaire, che ci viene dall’Alto. Alto come Altrove, come Altrimenti, come Oltreità. Un percorso di umiltà del pensiero e del sentire che rinuncia alla sua vena predatoria della realtà, come ci dice Raimon Panikkar, per abitare la «capacità negativa» e l’«infinitamente accanto», come suggerisce Paolo Barone. Per trovare quel modo per spensierarsi, per trovare tra parole ragionate e parole poetiche, tra immagini ed evocazioni, soste e dimore, tra intrecci e intralci, in cui assaporare il mare delle 30 Isole immaginarie 

Dal passo incerto, lieve e a volte claudicante vaga nei territori della Ragione immaginaria il pensiero e la parola. Che paesaggi attraversare dunque per custodire e nutrire quel necessario spirito critico senza il quale si arrischia di divenire presto o tardi operatori-automi, prigionieri di istituzioni neo-totalitarie, per usare un’antica metafora di Goffmann, incapaci di difendere le proprie convinzioni e i propri valori. Incapaci di realizzare l’opera di cura e di aiuto nella dimensione della fratellanza, della reciprocità̀, della responsabilità̀ e dell’accoglienza ospitale. Il pensiero umile e leggero invita ad un viaggio immaginario nell’«arcipelago delle >I< e delle sue 30 visibili e invisibili isole». Eccone una provvisoria mappa dei suoi luoghi e dei suoi approdi (a volte buoni e creativi, altre perigliosi e maligni), ove soggiornare per dare spazio di sosta al pensiero, ma anche al cuore:  

  1. L’Isola dell’Inizio, dove abita la chiamata. «L’unica gioia al mondo è cominciare. È bello vivere perché vivere è cominciare, sempre, ad ogni istante. Quando manca questo senso – prigione, malattia, abitudine, stupidità, – si vorrebbe morire» (Cesare Pavese). Si tratta del luogo ove è deposta quella vo-cazione all’aiuto e alla cura, come voce, chiamata, appello, che sta all’inizio, a volte senza che ce ne accorgiamo, e che dovrebbe permanere in tutta la vita professionale (e forse anche personale) come fosse un daimon segreto; 
  2. L’Isola dell’Ignoto, ove si scopre la bellezza del non sapere e della curiosità̀ della scoperta, là dove la razionalità̀ calcolante non basta, là dove altre forme di conoscenza si impongono; 
  3. L’Isola dell’Inaudito o del dovere / potere ascoltare diversamente; 
  4. L’Isola dell’Incredibile o di ciò che sta al di là, la dimora delle mirabilia e dello stupore (thaumazein = provare meraviglia) che fa nascere il pensiero. «Ciò che è un mistero non è come il mondo sia, ma il fatto che esso sia» (Ludwig Wittgenstein); 
  5. L’Isola dell’Incomprensibile, dove devo esercitarmi umilmente alla mia claudicanza di fronte a ciò̀ che non posso capire, perché́ accada davanti a me come una sorta di epifania; 
  6. L’Isola dell’Imprevisto o della serendipità; sono gli stessi imprevisti a dischiudere orizzonti di senso ed aprire varchi nell’essenzialità delle esperienze che altrimenti resterebbero postulate o date per scontate. «La serendipità̀ è cercare un ago in un pagliaio e trovarci la figlia del contadino» (Julius Comroe); 
  7. L’Isola dell’Incompiutezza o il non compiuto, l’indefinito, l’incompletezza. «Il mio cuore batte all’unisono col cuore di Ulisse fino a che Ulisse appare come un mendicante nella sua stessa casa. Ulisse diventa antipatico solo a partire dal momento in cui tende l’arco e in cui è decisamente il più̀ forte». «L’esposizione incompleta di un pensiero è talora più efficace dell’esposizione esauriente: si lascia di più al lavoro di chi guarda, questi viene spinto a continuare e a compiere col pensiero ciò che gli si staglia davanti in così forte chiaroscuro e a superare egli stesso quell’ostacolo che gli aveva fino allora impedito di balzar fuori compiutamente» (F. Nietzsche); 
  8. L’Isola dell’Inatteso o della sorpresa; 
  9. L’Isola dell’Incertezza o dei sentieri interrotti (Holzwege); 
  10. L’Isola dell’Impossibile o della terra tra limiti e nuove possibilità, tra territori e orizzonti; 
  11. L’Isola dell’Impensato o in cui si esce dal pensiero pur continuando a pensare; 
  12. L’Isola dell’Inusuale o del coraggio di provare nuove strade contro e lontano da sterili percorsi istituzionali; 
  13. L’Isola dell’Inattuale o ove «mangio radici (non perché fanno bene) perché sono importanti” (da La Grande Bellezza di Sorrentino); 
  14. L’Isola dell’Inutile o del luogo in cui si lasciano le cose alla loro libertà; 
  15. L’Isola dell’Inazione o là dove «oggi non ho fatto nulla / ma molte cose si sono fatte in me … non fare nulla / salva a volte l’equilibrio del mondo» (Roberto Juarroz). «Chiese il discepolo: Quale è l’atto supremo che una persona può compiere? Rispose il maestro: Sedere in meditazione. Il discepolo chiese: Ma la meditazione non porta all’inazione? Ma l’inazione è qualcosa di inferiore? Disse il maestro: L’inazione dà vita alle azioni. Senza di essa le azioni sono morte» (A. Augelli); 
  16. L’Isola dell’Impazienza o dell’impossibile so-stare; 
  17. L’Isola dell’Insignificanza, là dove si sconfigge il dominio dell’ovvio e del banale; 
  18. L’Isola dell’Inquietudine, come condizione del cammino; «se l’uomo è essenzialmente un viandante ciò significa che egli è in cammino, verso una meta della quale possiamo dire al tempo stesso e contraddittoriamente che la vede e che non la vede. Ma l’inquietudine è appunto la molla interna di questo progredire e qualunque cosa dicano coloro che pretendono di bandirla in nome di un ideale tecnocratico, l’uomo non può perdere questo sprone senza diventare immobile e morire» (G. Marcel, L’uomo problematico); 
  19. L’Isola dell’Indifferenza, là dove Caino ha potuto dire a YAHWEH, che gli chiedeva dove fosse Abele: «Non lo so, sono forse il guardiamo di mio fratello?» (Genesi 4, 9-11); 
  20. L’Isola dell’Incontro: «Colui che, in un’insenatura della vallata, poco prima di Zermatt, o che da Staffelalp, scorge il Cervino per la prima volta non si trova bruscamente dinanzi a un blocco di pietra o ad una asperità del terreno. In realtà, non lo scorge: il Cervino appare. D’un tratto è lì che sorge, aprendo lo spazio. Al suo apparire la volontà si fa silenzio. Nello stupore, la sua nuda presenza ci viene incontro» (H. Maldiney); 
  21. L’Isola dell’Imperfezione, là dove è possibile lasciare all’altro lo spazio del suo possibile, là dove smetto di sapere in anticipo ciò che l’altro desidera o ciò di cui necessita; 
  22. L’Isola dell’Incanto o della magia della bellezza che chiama. «Si può ritenere che la meraviglia della vita sia sempre a disposizione di ognuno in tutta la sua pienezza, anche se essa rimane nascosta, profonda, invisibile, decisamente lontana. Tuttavia, c’è, e non è né ostile, né ribelle. Se la si chiama con la parola giusta, con il suo giusto nome, essa arriva. Questa è l’essenza dell’incantesimo, che non crea, bensì chiama» (F. Kafka); 
  23. L’Isola dell’Incantesimo maligno in cui divenire prigionieri dei miraggi e della seduzione; 
  24. L’Isola dell’Illusione, dove regna il miraggio e la menzogna; 
  25. L’Isola dell’Innovazione, in cui è possibile inventare il nuovo, anche quello non codificato nei codici deontologici e tecnici del lavoro di aiuto e di cura; 
  26. L’Isola dell’Indignazione (Indignez-vous, Stéphane Hessel, 2010); 
  27. L’Isola dell’Ideologia, in cui può nascere il fanatismo della verità o l’arroganza del Sapere; 
  28. L’Isola dell’Ideale in cui dimora la passione delle idee e da cui si può scorgere la luminosa isola di Utopia; 
  29. L’Isola dell’Impegno in cui nascono i progetti. «Gli antichi greci non scrivevano necrologi. Si ponevano una sola domanda alla morte di un uomo: era capace di passione?»; 
  30. L’Isola dell’Infinito, l’Isola che non c’è, ci sarà sempre; basta chiudere gli occhi. «Chi cerca l’infinito non ha che da chiudere gli occhi» (M. Kundera). 

 

2. La stucchevole arroganza e la leggera umiltà 

«Illumina ciò che ami senza toccarne l’ombra» 
(Christian Bobin) 

Se qualcuno mi chiedesse che cosa più mi infastidisce nella vita di tutti i giorni, certamente risponderei l’arroganza e il suo sgherro l’arrogante, che è il suo maligno fratellastro espulso dal quadrilatero della buona vita e della buona cura, in cui abita la gentilezza, la mitezza, la dolcezza e la tenerezza. Penso all’arroganza del pensiero, all’arroganza delle parole che si vogliono vere, all’arroganza dei gesti, dei toni di voce, che sono sovente il linguaggio del potere. L’arroganza è una forma di prepotenza sottile e diffusa, che va al di là della sua capacità di opprimere e umiliare lo spirito e la dignità di chi la subisce. Non è la violenza fisica, improvvisa manifestazione della forza, ma sottile modo di essere e di comportarsi nella quotidianità. Si tratta di un modo d’essere e di stare nel mondo in cui le parole, l’abito, la postura del corpo, l’intonazione della voce, lo sguardo sull’altro si manifestano nel privato come sulla scena pubblica in modo così naturale, che spesso impediscono ogni reazione. “Naturali” perché sovente accompagnati da un’esibizione del sapere, che incute rispetto e soggezione, da un potere, che evoca timore ma da cui si attende anche qualche vantaggio, da un’esibita sicurezza di sé, che ognuno di noi vorrebbe almeno in parte possedere, nella convinzione di meglio appartenere ad un mondo, che ha fatto della competitività in ogni ambito della vita un valore sociale fondamentale. Il problema qui non è la competitività in sé stessa, che ha pure a volte un significato psicologico e sociale importante, ma la sua diffusione indiscriminata e senza più ritualità da divenire necessaria qualità del vivere individuale e collettivo.  

Vi sono naturalmente molte forme di arroganza, di questa opinione esagerata dei propri meriti, di questa insolenza di chi vuole violentemente affermare la sua superiorità come recita il Vocabolario. Essa non è solamente a disposizione di chi possiede la forza del denaro o del potere sociale, politico e amministrativo; non appartiene solo all’elitismo della cultura o alla superbia della scienza, ma anche a quella più quotidiana della stupidità. Poiché se l’arroganza è irritante ovunque, diventa intollerabile proprio quando produce umiliazione e senso di impotenza in chi la subisce senza potersi ribellare e quando mascherata da “buon senso” pretende di divenire senso comune, a cui ognuno di noi è tenuto ad uniformarsi. La sua diffusione è trasversale dentro la società, i sessi e le generazioni. La possiamo trovare presso i potenti ma anche nei comportamenti dei funzionari di un semplice ufficio amministrativo o nelle commesse di un grande magazzino, nel medico che troppo sicuro di sé non sa o non vuole ascoltare ciò che il paziente o i suoi famigliari hanno veramente da dirgli, nel professore che misura tutti solo dall’alto del suo sapere disciplinare e incapace di riconoscere “altri saperi”, altre forme di conoscenza nei suoi allievi. L’arroganza è un veleno della mente che incontriamo nelle intemperanze dei giovani, che sembrano pensare solo a sé stessi, ma anche nell’intolleranza degli adulti e degli anziani, che vivono nelle piccole cose quotidiane una rivalsa e un rancore inguaribile con il mondo. L’elenco delle sue apparizioni è infinito nei grandi così come nei piccoli esempi della vita di tutti i giorni.  

L’arroganza è, a mio modo di vedere, una delle condizioni preparatorie dell’intolleranza. Essa nasce nella mancanza di umiltà

ed è dunque persino più subdolamente pericolosa della stessa “tendenza muscolare” o dello Stato prepotente. Perché se alla forza muscolare e alla prepotenza di Stato, quando questa si manifesta, si può in un qualche modo sempre reagire, all’arroganza stupida o sapiente non vi è spesso antidoto, né per chi la esibisce né per chi la subisce. Nel suo essere spesso ridicola caricatura della vera forza, del vero potere o della vera saggezza, essa è inesorabilmente una manifestazione di debolezza. Tuttavia, è bene non scordarlo, il debole che non sa e non può accettare di esserlo, può divenire proprio il più intollerante e il più arrogante degli uomini. Come difendersi allora dall’arroganza propria e da quella altrui? Da questa spesso subdola e stupida prepotenza senza essere costretti ad imitarla per sopravvivere? Come costruire infine rapporti privati e sociali in cui si possa essere determinati al momento opportuno, in cui persino la forza legittima e necessaria abbia un suo posto, in cui la conoscenza ragionevole delle cose abbia diritto di orientare le scelte al di là degli umori irrazionali della strada e in cui anche le fragilità dell’uomo possano trovare una parola per esprimersi e per essere valorizzate, senza scivolare nelle forme ridicole e pericolose dell’arroganza privata e nella prepotenza pubblica ? 

La rinascita d’interesse per un’educazione alle virtù nella famiglia come nella vita sociale, un’educazione che passi soprattutto attraverso l’esempio, segnala la necessità di rintrodurre nei rapporti umani famigliari, economico-sociali e culturali una linfa vivificante che possa agire proprio da antidoto all’arroganza e alle forme prepotenti del Potere e del Sapere. Tra queste virtù “balsamiche” contro l’arroganza e la prepotenza (nostra e altrui) ne evocherei almeno quattro: l’umiltà, la tolleranza, le buone maniere e infine, forse più importante di tutte, l’umorismo, quell’attitudine a mai prendersi troppo sul serio. Ogni qual volta di fronte ad una situazione anche importante e serissima, riusciamo a sorridere di noi stessi, a prendere un po’ le distanze dal nostro ruolo sociale o dal nostro sapere, abbiamo contribuito a tenere a bada se non proprio ad annientare proprio quel “virus” della vita sociale terribile e ridicolo ad un tempo, che è l’arroganza. Virtù che ridanno valore alla mitezza, all’uomo mite, che possiede più di ogni altro il segreto della vera forza e della vera saggezza. Aveva ben ragione il filosofo quando ammoniva: «meglio vale insegnare le virtù che condannare i vizi». 

 

3. Pensieri “ventosi” nell’umanesimo clinico 

«Una buona pratica preliminare di qualunque altra è la pratica della meraviglia. Esercitarsi a non sapere e a meravigliarsi. Guardarsi attorno e lasciar andare il concetto di albero, strada, casa, mare e guardare con sguardo che ignora il risaputo. Esercitare la meraviglia cura il cuore malato che ha potuto esercitare solo la paura». 
(Chandra Candiani) 

 

Hokusai, La Grande Onda (1830-31) 

 

L’umanesimo clinico è come la Grande Onda di Hokusai, pensiero ventoso e leggero, che interroga, come fosse una brise imaginaire, tutte le dimensioni visibili e invisibili della Cura, che ha, per ogni curante, nello stare in prossimità del letto del malato il suo luogo originario. L’umanesimo clinico è chiamato a combattere l’arroganza clinica, che un tempo chiamavamo paternalismo. Un percorso che trasforma quell’arroganza in dialogo clinico. Un dialogo umile che abita il triangolo terapeutico in cui si incontrano curante, paziente e mondo. L’umanesimo clinico dovrebbe così appartenere, come scrive François Jullien, ad una revisione della stessa idea di saggezza. Leggiamo Jullien (Un sage est sans idee, 1998):  

«Senza idee – scrive Jullien – significa che evita di mettere un’idea davanti alle altre, a scapito delle altre: non c’è un’idea che metta in testa, posta come principio, in funzione di fondamento o semplicemente di inizio, a partire dalla quale il suo pensiero potrebbe dedursi o almeno dispiegarsi. Principio, arché: ciò che comincia e insieme ciò che governa, ciò grazie a cui il pensiero può esordire. Una volta posto, il resto segue. Ma appunto in questo consiste la trappola, il saggio teme la direzione subito presa e l’egemonia che instaura. Appena avanzata, l’idea ha fatto rifluire le altre, salvo poi integrarle, o piuttosto le ha già soffocate di soppiatto. Il saggio teme il potere ordinatore del primo elemento. Quindi, baderà a mantenere le “idee” sullo stesso piano – e proprio in questo consiste la sua saggezza: tenerle ugualmente possibili, ugualmente accessibili, senza che nessuna, passando davanti, finisca per nascondere l’altra, faccia ombra all’altra, insomma senza che nessuna sia privilegiata. Senza idee significa che il saggio non è posseduto da nessuna, prigioniero di nessuna di esse».  

La condizione di essere senza idee, libero dalla prigionia della Verità, ci spinge all’umiltà dell’insaputo, dell’incertezza, dell’improvvisamente, del nuovamente Possibile, dell’inatteso, che spalanca le finestre dei Saperi, delle Evocazioni, delle Sincronicità, delle Corrispondenze, delle Rivelazioni, che l’umanamente umano cela e porta in sé e con sé. Quello che esploriamo è così un luogo che è nello stesso tempo concreto, immaginario e insieme simbolico. Un luogo, un atopon, luogo senza luogo in cui si manifesta a volte con violenza, altre più silenziosamente l’intrigo tra singolarità e comunità, tra dipendenza e autonomia, tra necessità e libertà. Un luogo etico per eccellenza nel suo essere ethos, oikos e hetairos. L’umanesimo clinico abita uno spazio di umiltà, uno spazio liscio, come lo chiamano Deleuze e Guattari nel loro libro Mille Plateaux del 1990, e lo spazio nomade, in contrapposizione allo spazio striato e stanziale della tecnica.  

«Lo spazio liscio e lo spazio striato – lo spazio nomade e lo spazio sedentario – […] non sono della stessa natura. Ma a volte possiamo notare un’opposizione semplice tra i due tipi di spazio. Altre volte dobbiamo indicare una differenza molto più complessa, per cui i termini successivi delle opposizioni considerate non coincidono del tutto. Altre volte ancora dobbiamo ricordare che i due spazi esistono in realtà solamente per i loro incroci reciproci: lo spazio liscio non cessa di essere tradotto, intersecato in uno spazio striato; lo spazio striato è costantemente trasferito restituito a uno spazio liscio». 

Stare in prossimità, dunque, non troppo lontani da arrischiare di essere persi di vista e non troppo vicini per evitare di invadere violentemente lo spazio d’intimità del malato. Su questa soglia così facilmente “violabile e violata” accade a volte che si accenda negli occhi, nei gesti e nelle parole di chi cura e di chi è curato la figura dell’Angelo. Il compagno segreto, colui che sa accompagnare sulla soglia estrema del dolore e della vita, il cammino dell’uomo. Interrogare la figura dell’Angelo necessario, come lo chiama Cacciari, è un movimento del sentire, del pensare e dell’agire in sé re-ligioso, come è re-ligioso il cuore più profondo della Cura stessa. Re-ligio come esperienza del legame necessario, come ricerca di amicizia e di compagnia. A questo orizzonte tende l’etica della cura, che l’umanesimo clinico prova a raccontare.  

 

4. La radura ove il pensiero trova il suo respiro e la sua umiltà 

«Nella foresta c’è una radura inaspettata che può essere trovata solo da chi si sia perduto. La radura è racchiusa da una foresta soffocata in sé stessa». Lasciamoci ora accompagnare dai versi del poeta svedese Tomas Tranströmer, nella foresta c’è una radura. Versi che sembrano raccontare con la forza della brevità la condizione emotiva e sociale in cui ci troviamo. La foresta della vita di prima, illusa di poter governare il cielo e la terra, quella che faceva della nostra interiorità qualcosa di dolcificante e soprattutto di consumabile, sembra ora soffocare in sé stessa, portando con sé in questo gemito per mancanza d’aria la sua accelerazione continua, il suo frenetico bisogno di innovazione e di crescita economica, il suo presentismo, la sua pulsione predatoria sulla Natura e sugli uomini e persino la sua stupidità. Una Natura che cerca di riprendersi le sue terre e i suoi cieli tornati ad essere azzurri senza l’abituale cappa inquinante. Se il mondo di prima aveva messo come valori distintivi la comunicazione, i contatti, il movimento, ora tutto ciò ha cambiato segno, la comunicazione è diventata possibile solo da lontani, il contatto è a rischio di contaminazione e di contagio, muoversi è oramai pericoloso e impedito. Non ci resta che la radura, evocata dal poeta, la Lichtung heideggeriana, che, come tutte le radure nel cuore della foresta, permette di guardare il cielo e soprattutto di guardare il cielo in sé stessi. Una radura, dunque, come luogo della luce, dello stare vicino alle cose, della gioia, che abita dentro di noi, una radura, che ci permette di trovarsi e di ritrovarsi con le tante parti, anche le più intime, di noi stessi. Era questa la possibilità della pandemia. 

 

La Radura 
C’è in mezzo al bosco una radura in attesa
La può trovare solo chi si è perso
È circondata da un bosco che soffoca se stesso
Tronchi neri con stoppie di licheni grigio cenere
Gli alberi fittamente contorti sono morti fino alle cime
Dove qualche verde ramo sfiora la luce
Sotto è una trama di ombre dove la palude cresce
ma sullo spazio aperto l’erba è stranamente verde e viva
quelle grandi pietre stanno quasi ordinate
devono essere le prime pietre di una casa
o forse mi sbaglio
chi è vissuto qui?
Nessuno può dirlo
da qualche parte devono pure esserci i nomi
in un archivio che nessuno apre
solo gli archivi si mantengono giovani
La tradizione orale è morta
E insieme a lei i ricordi
La stirpe gitana ricorda
ma chi sa scrivere dimentica
Appunta e dimentica
Il podere mormorante di voci è il centro del mondo
Ma gli abitanti muoiono o emigrano
e la cronaca cessa
Abbandonato da tanti anni
Il podere si trasforma in sfinge
Alla fine non resta nulla
a parte le prime pietre
Mi sembra di essere già stato qui
ma ora devo andare
Mi tuffo tra gli sterpi
c’è solo da farsi largo
Un passo avanti e due di lato
come il cavallo negli scacchi
Piano piano la boscaglia dirada e si rischiara
I passi si fanno più lunghi
Sono di nuovo nella rete delle comunicazioni
Sulla cantilenante colonna del cavo trasmettitore
Uno scarafaggio nel sole
Sotto i suoi scudi scintillanti
Le ali sono riposte come paracadute
Piegato da un esperto 
(Da: Det vilda torget, 1978)  

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