Malattia e letteratura

Relazione di Alberto Nessi per il CAS “La comunicazione come strumento di cura” 

Relazione tenuta a Lugano, all’Università della Svizzera italiana, il 15 dicembre 2023, nell’ambito del corso “La comunicazione come strumento di cura”, promosso dalla Fondazione Sasso Corbaro, in collaborazione con la Facoltà di scienze biomediche e con la Facoltà di Comunicazione, Cultura e Società dell’USI.  

Nella mia prima relazione, tenuta il 25 giugno del 2021 durante una giornata di studio, ho parlato di tubercolosi e cancro: ne ho parlato da poeta e appassionato di letteratura. Per riallacciarmi a quella relazione, ecco in sintesi ciò che ho affrontato nel corso di quel primo incontro. Dapprima ho fatto un cenno alle “bardature della metafora” con le quali vengono sovraccaricate “clamorosamente e analogamente”, per riprendere le parole di Susan Sontag, due malattie come la tubercolosi e il cancro: la prima – la tubercolosi intesa come malattia dei polmoni e dunque senza considerare che il bacillo di Koch può insidiarsi in altre parti del corpo – era considerata, nella trasposizione metaforica, una malattia dell’anima ed era addirittura ritenuta segno di delicatezza e sensibilità. Era la malattia degli artisti, dava un’aria languida alle dame dell’Ottocento. La seconda, il cancro, nel Novecento e ai giorni nostri, è associata all’opulenza ed è vista come un male spietato, segreto, che spesso colpisce parti come il colon, la vescica, il retto, la prostata, delle quali si parla con imbarazzo. 

In quella relazione facevo riferimento a Thomas Mann e al suo famoso romanzo La montagna incantata, che adesso è apparso in una nuova traduzione da Mondadori con il titolo La montagna magica; facevo cenni a Katherine Mansfield e a Guido Gozzano. In generale, in quel primo incontro mi sono basato su quello che è considerato come testo di riferimento, cioè Malattia come metafora di Susan Sontag, pubblicato in italiano nel 1977, e ho citato romanzi come Padiglione Cancro di Alexandr Solzenicyn, Il cavaliere, la morte e il diavolo, dello scrittore svizzero Fritz Zorn e Sul morire e la morte, di Peter Noll, altro svizzero di cui si parlava molto negli anni Ottanta. Il cancro, da Fritz Zorn, era considerato «segnale di morte dell’organismo defraudato di una vita autentica», punizione per l’incapacità di amare. E veniva associato alla denuncia della borghesia nata e cresciuta sulla riva «giusta» del lago di Zurigo, la cosiddetta Costa d’oro 

A proposito di medici, Peter Noll, che era stato professore di diritto penale all’Università di Zurigo dice: «Se dovesse restarmi un po’ di tempo vorrei compilare una tipologia dei comportamenti e delle personalità dei medici. In realtà, però, non ve n’è affatto bisogno, perché nei punti principali si somigliano tutti. Non diversamente dai giuristi, si cautelano con il loro comportamento, proprio come i giuristi proteggono se stessi, e non l’accusato, con l’attenersi fedelmente alle regole del processo. Partecipazione personale e interessamento per l’individualità del cliente o del paziente vengono quindi resi praticamente impossibili». Poi però fa l’elogio del dottor Zingg, affermando: «Zingg è così realistico, e insieme umanamente comprensivo, che una conversazione con lui equivale quasi a una terapia».  Realistico e, insieme, umanamente comprensivo: mi sembra questo un buon binomio, che potrebbe essere preso come insegna per la comunicazione tra medico e paziente. 

Sono poi passato alla poesia, soffermandomi sui versi che più mi hanno impressionato, quelli di Reidar Ekner, scrittore e poeta svedese che si è visto morire la figlia di cancro e ha tentato di elaborare il lutto con un poemetto intitolato Dopo migliaia di radiazioni. Questo poemetto l’ha subito fatto conoscere in Scandinavia, Francia, Olanda e Germania. In Italia è stato pubblicato, a cura della nostra Anna Ruchat, nelle edizioni Scheiwiller, nel 2005. Vi riporto i primi versi: 

 

Respiri ancora, bambina mia. Dormi tranquilla
senza sogni, anche se da tempo è svanita
la speranza. Per un paio d’ore ancora
la medicina tiene lontani i dolori
ma poi ritornano e ti svegliano
per un’altra iniezione. Di nuovo
ti aggrappi alla mia mano
– papà, vieni! – e gridi
finché non tolgono l’ago dalla coscia
e il bruciore finisce. La chiedi tu
ora l’iniezione, ferma e tranquilla
mentre un tempo eri grigia di paura
appena sentivi il debole tintinnio
del “carrello degli aghi” davanti alla porta.
Ora ci preghi tu di fartela. Lo sai, 
ti aiuta, anche solo
per un momento, sì, lo sai, ti permette
di sopportare la pena. 

Poi ho portato la mia esperienza di paziente, leggendo qualche verso preso dalla serie di poesie intitolata Ogni oltraggio, scritta nell’estate del 2014, durante una cura di radio e chemioterapia, pubblicata in prima edizione dalla Lega ticinese contro il cancro e poi compreso nella raccolta La seconda bellezza – Poesie vegetali (Interlinea, Novara 2022).  

Mentre mi sottoponevo alla radioterapia, nella clinica di Moncucco, la mia mente era sollecitata a fantasticare, a creare immagini. Non so perché; la poesia può nascere su qualsiasi terreno. E lo psicanalista Boris Cyrulnik dice che la malattia può essere un’oscura luce, se dopo un forte dolore sappiamo esercitare la resilienza. Nel mio caso desideravo contrastare la malattia, che evoca fantasmi di morte, con la poesia, sempre segno di vitalità. La poesia, dunque, in funzione apotropaica. Le venti poesie pubblicate in questo mio libro sono dunque nate da uno stato d’animo, dalla volontà di trasformare la malattia in opportunità. 

1
Vedrò ancora la prossima fioritura?
Meglio cogliere adesso il farfaraccio 
che a te non piace, forse per il nome; eppure
il suo cappello verde ci accompagna nel viaggio
fin dai tempi più antichi, il suo globo stellato
illumina le nostre passeggiate.
Non disprezzarlo, perché vivere è un rischio. 

2 
Mi hai detto che la respirazione addominale
libera la mente; potrebbe ben darsi
ma io vedo sempre voi, anche inspirando
espirando – forse è una disfunzione
della mia corteccia cerebrale.  

3
Scompiglia tutto, vento 
che fai correre l’erba
dentro il delirio del giorno,
non risparmiare i pensieri!    

5
Colore dell’aquilegia – che dicono fiore
dell’amor nascosto – una piccola croce
mi ha tracciato, il ragazzo serbo, sulla pelle
con la matita copiativa 
e mi sembra d’avere l’anima fragile
nel cilindro della TAC: ma ci saranno
effetti collaterali 
come nelle guerre dei Balcani
che ammazzano donne e bambini? 

6
Pesa la lapide sulla pancia, omiciattolo!
Il segno è indelebile? È un cilicio
una falce affilata?
Poi d’improvviso di notte mi sveglio 
guardo dalla finestra:
non c’è luna in giardino
ma nel nero il bianco di un cespuglio,
sento il suo profumo. 

7
Così sono davvero del mio tempo, uno dei tanti 
con questo granchietto malinconico
che mi s’arrampica nel retto
tenuto a bada dal geranio del prato 
non ancora falciato: salute a te
fratello dai petali selvatici! 

8
Stanotte nel respiro addominale
ho attraversato il giardino della Dickinson:
era lì, col suo fiocco da collegiale
la briciola, il pettirosso, le bacche lucenti
degli occhi, coglieva una digitale
per l’erbario. La spiavo nascosto
dietro il viburno, anch’io vestito di bianco
con la macchietta bruna del mio granchio. 

* 

Vengo ora al tema centrale della mia relazione, basata sul saggio di Jean Starobinski: L’encre de la mélancolie (Editions du Seuil, Paris, 2012). Starobinski, che è stato professore emerito all’università di Ginevra e membro dell’Institut de France, si è occupato a più riprese di questo tema; e in questo libro, che è stato definito una specie di “roman encyclopédique”, riunisce ciò che ha scritto nel corso della sua vita sul tema malinconia. Della quale dice: 

«Contre ceux qui invoquaient une cause surnaturelle ou une punition divine, la pensée médicale a fait prévaloir, dès l’Antiquité, une cause naturelle, une humeur du corps: la bile noire, c’est à dire la mélancolie. Sa noirceur, souvent comparée à celle du charbon ou de l’encre, était l’indice de son pouvoir maléfique. Cette humeur n’existait pas. Mais n’est-ce pas avec de l’encre que l’on écrit des poèmes?». 

A questo punto è importante precisare brevemente che gli psichiatri distinguono fra tre tipi di malinconia: (i) la depressione esistenziale, la quale non ha niente a che fare con la depressione come malattia, che la Kristeva definisce, nel suo libro Sole nero (Feltrinelli, Milano 1988), «un dolore incomunicabile che talvolta ci assorbe, spesso in modo durevole, sino a farci perdere il gusto di qualsiasi parola, di ogni atto, il gusto stesso della vita» (p.11); (ii) la depressione motivata, «che nasce sulla scia di avvenimenti dolorosi e conflittuali» come dice Eugenio Borgna (Elogio della depressione, Einaudi, Torino 2011, p.60); (iii) la depressione psicotica, la depressione-malattia. È di quest’ultima che si occupa Starobinski e ci occupiamo ora noi, servendoci di alcuni testi letterari. 

Je suis le ténébreux – le veuf – l’inconsolé,
Le prince d’Aquitanie à la tour abolie:
Ma seule étoile est morte, – et mon luth constellé
Porte le soleil noir de la Mélancolie 

È questa la prima quartina del sonetto El Desdichado (Il Diseredato) di Gérard de Nerval, poeta parigino che diede fine alla sua vita (fu trovato impiccato in rue de la Vielle-Lanterne il 26 gennaio 1855, a 47 anni). In questi versi è contenuta la definizione forse più conosciuta di quella che oggi noi chiamiamo depressione: «soleil noir».  

La Melanconia, rappresentata nelle arti figurative da artisti come Albrecht Dürer, Georges de La Tour, Arnold Böcklin, Caspar David Friedrich, Odilon Redon, Giorgio De Chirico – per fare qualche nome – è presente nel linguaggio della medicina fin dal V secolo avanti Cristo. Mi servirò ancora, per queste considerazioni, dello straordinario libro L’encre de la malinconie di Jean Starobinski. E anche, dello stesso autore, di La malinconia allo specchio (Garzanti, Milano 1990). “Melanconia” è una parola ambigua che, secondo Aristotele, può designare un umore naturale che accompagna le vocazioni eroiche, il genio poetico e filosofico, oppure può designare una malattia mentale. In altre parole, potremmo parlare di malinconia benigna e malinconia maligna.  

Negli scritti di Ippocrate, considerato il padre della medicina scientifica, appaiono la bile nera, un umore naturale del corpo come il sangue, la bile gialla e la pituita (liquido formato da saliva e da secrezione delle prime vie respiratorie e digestive). Se la bile nera è in sovrabbondanza, o s’infiamma, può essere la causa di diverse malattie, come l’epilessia, o quella che oggi noi chiamiamo “depressione”. Gli antichi pensavano che la milza fosse la sede della bile nera. Il rimedio più efficace contro gli effetti negativi della bile nera era un estratto, o un decotto, della radice di Helleborus niger o di Helleborus viridis. 

Per i Padri della Chiesa, la malinconia era l‘accidia, uno dei sette peccati capitali. Dante descrive gli accidiosi nel canto VII dell’Inferno, insieme agli iracondi. Gli accidiosi sono immersi e fitti nell’acqua e nel fango. Essi dicono: «…Tristi fummo/ nell’aere dolce che dal sol s’allegra,/ portando dentro accidïoso fummo: or ci attristiam nella belletta negra» (vv. 121-124). Notate il colore della belletta, che è quello della “bile nera”.  

A partire dal Medioevo l’eremita quasi sempre, nelle allegorie, rappresenta il temperamento malinconico: c’è anche una malinconia religiosa, collegata con il peccato originale. Secondo un autore medievale, citato da Starobinski, nel momento in cui Adamo ha disobbedito all’ordine divino, il diavolo ha insufflato in lui la malinconia. 

Ma è il Rinascimento l’età d’oro della malinconia, appannaggio quasi esclusivo del poeta, dell’artista, del grande principe, del filosofo nato sotto il segno di Saturno. Il XVII secolo è l’epoca in cui nasce la parola “nostalgia”, una varietà particolare della malinconia. Fu Johannes Hofer di Mulhouse, che sosteneva a Basilea la sua tesi sulla nostalgia, a inventare questa parola, formata dall’unione dei due termini greci nostos (ritorno) e algos (dolore). Era l’Heimweh, le mal du pays. Era la sorte che toccava ai soldati svizzeri che prestavano servizio mercenario all’estero. Nel 1710 Théodor Zwinger di Basilea, in una dissertazione latina menziona il caso di uno stato d’intensa tristezza che si sarebbe manifestato nei soldati svizzeri che prestavano servizio in Francia e in Belgio, quando sentivano una certa cantilena rustica con la quale i contadini erano soliti accompagnare le mucche al pascolo nelle Alpi, il cosiddetto: ranz des vaches. Questa cantilena aveva il potere di provocare un brusco e doloroso ricordo della patria. E gli ufficiali si videro costretti a proibire quelli che continuavano a suonarla, a cantarla o semplicemente a fischiarla. 

A questo proposito, faccio notare che oggi la nostalgia non designa più una malattia. Oggi si dice, «Non fare il nostalgico» per dire «Non rimpiangere inutilmente un mondo scomparso». Se dico di uno scrittore che è un nostalgico, lo offendo (anche se poi, in verità, la letteratura buona la si può fare con tutto, anche con la nostalgia; tutto dipende dallo stile). Per gli autori del XVIII secolo la malinconia è una malattia dell’essere sensibile; in essa si alternano fasi di iperestesia e di ebetudine. Mentre nell’Ottocento si parla di spleen.  

Dopo questa veloce carrellata storica, bisognerebbe entrare nel merito della cura di questa malattia: ma sono tante e così diverse, le cure, anche stravaganti e assurde nel corso dei secoli, che è impossibile parlarne in questa sede. Posso solo rimandare al libro di Starobinski, ricchissimo di esempi. Mio compito è occuparmi di letteratura. E allora ecco una poesia del principe dello spleen: Charles Baudelaire. 

  1. Quand le ciel bas et lourd pèse comme un couvercle  
  2. Sur l’esprit gémissant en proie aux longs ennuis  
  3. Et que de l’horizon embrassant tout le cercle  
  4. Il nous fait un jour noir plus triste que les nuits  
  5. Quand la terre est changée en un cachot humide  
  6. Où l’Espérance, comme une chauve-souris,  
  7. S’en va battant les murs de son aile humide,  
  8. Et se cognant la tête à des plafonds pourris ;  
  9. Quand la pluie étalant ses immenses trainées  
  10. D’une vaste prison imite les barreaux,  
  11. Et qu’un peuple muet d’horribles araignées  
  12. Vient tendre ses filets au fond de nos cerveaux,  
  13. Des cloches tout à coup sautent avec furie  
  14. Et lancent vers le ciel un affreux hurlement,  
  15. Ainsi que des esprits errants et sans patrie  
  16. Qui se mettent à geindre opiniâtrement  
  17. Et d’anciens corbillards, sans tambours ni musique,  
  18. Défilent lentement dans mon ame ; et, l’Espoir 
  19. Pleurant comme un vaincu, l’Angoisse despotique  
  20. Sur mon crane incliné plante son drapeau noir.  

È l’ultimo Spleen di Charles Baudelaire. In questa poesia sono presenti, in modo espressivamente e musicalmente evidente, i motivi della malinconia: la figura reclina, presente nelle opere d’arte citate sopra, si verifica nell’immagine della reclusione («la terre est changée en un cachot humide»), sotto il coperchio del cielo. Questa prigione è popolata dagli animali del bestiario malinconico (ragni, pipistrelli) e la pioggia, cadendo, con le sue gocce imita le sbarre della prigione. Le campane sono personificate e urlano verso il cielo; fino all’immagine finale dell’Angoscia dispotica che pianta la sua bandiera nera nel cranio del poeta. Questo «drapeau noir» va a unirsi al «solei noir» di Gérard de Nerval. 

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