Morte e cultura

Una serie lungo la soglia della morte 

Questo articolo fa parte di una serie. Il contributo precedente è consultabile qui.  

Non sono moltissimi gli studi che si occupano dell’atteggiamento nei confronti della morte in epoche specifiche. È molto noto lo studio storico di Philippe Ariès che dal Medioevo ad oggi perviene all’idea della morte proibita che caratterizza il nostro tempo. Ciò conferma l’ipotesi che ci sia la necessità di un diniego della morte nella nostra cultura; per Freud a partire da un soggettivo movimento di difesa che diventa poi uno stile sociale, collettivo.  

Vorrei, però, citare Johan Huizinga con il suo Autunno del Medioevo, opera nella quale un capitolo è dedicato alla Immagine della Morte nel Medioevo. Accanto a molte osservazioni importanti dell’autore ricordo la presenza della rappresentazione della Danse Macabre, in molti luoghi sacri. In particolare, una celebre Danse Macabre era dipinta nel portico del Cimitero degli Innocenti di Parigi, oggi scomparso. La presenza di luoghi di sepoltura nelle città intorno alle parrocchie era usuale nel Medioevo. La rappresentazione della Danse Macabre serviva, dunque, a ricordare a chi frequentava questi luoghi – moltissime persone, fedeli, parenti, amici e, in generale, cittadini – l’ineluttabilità della morte.  

Il tema immediatamente connesso era dunque l’Ars moriendi, il Para mortem di Freud. Nel Medioevo questo programma era articolato in cinque punti: quanto autentica è la tua fede, quanto i tuoi peccati ti portano alla disperazione, quanto sei attaccato ai beni terreni, quanto sei costernato dalle tue sofferenze fisiche e, infine, quanto sei orgoglioso delle tue virtù. Credo che sia estremamente riconoscibile quanto queste cinque domande, che nel Medioevo erano considerate tentazioni del diavolo per il morente, rappresentino piuttosto un ottimo percorso sulla via della preparazione alla morte.  

Il primo punto ha a che fare con l’autenticità della fiducia nelle cose in cui dici di credere, quanto genuini e veri siano i tuoi valori e i tuoi fini. Il secondo punto ha a che fare con la buona fede con cui vivi e con il desiderio di cercare un bene comune condiviso. Il terzo punto con l’importanza che hanno per te i beni materiali, se essi siano un fine in sé egoisticamente perseguito o piuttosto uno strumento di benessere da condividere con i tuoi simili. Il quarto con il dolore fisico, di cui oggi sappiamo come sia possibile prendersi cura, per non togliere mai dignità umana alla sopravvivenza. Il quinto punto definisce il nostro rapporto con noi stessi, quanto abbiamo coltivato la nostra virtù per rendere il mondo un pochino più accogliente.  

Da questo punto di vista il Medioevo riflette in buona parte le stesse angosce dell’uomo moderno e ci mostra come il prendersi cura del nostro morire possa coincidere con la nostra stessa vita, nel bene e nel male. Del resto, modesti esempi di Danse Macabre è possibile incontrarli sulle nostre montagne, quando incontriamo una cappellina votiva e riconosciamo in un affresco una figura scheletrica che ci ricorda che un tempo lui fu come noi e che, quindi, un giorno noi saremo come lui.  

Il secolo scorso in molti modi ci ha confrontato con grandi tragedie costate milioni di morti e, dunque, con la distruttività umana, che sembra essere un tragico tentativo di allontanare da sé la morte e di riservarla solo agli altri. O, detto in un modo un po’ diverso, un tentativo disperato di proteggersi dalla Pulsione di Morte, vissuta come troppo potente e poco addomesticabile o neutralizzabile. T.S. Eliot con il poemetto La Terra Desolata descrive la sofferenza dell’uomo novecentesco confrontato con le catastrofi del suo tempo e ci ricorda, con la figura di Phlebas il Fenicio morto per acqua, un tempo «bello e ben fatto al pari di te», la nostra comune caducità. Inutilmente … a giudicare da quel che il Novecento ci ha riservato anche dopo la conclusione della Seconda Guerra Mondiale.  

Una tipica conclusione di coloro che constatano la grande sofferenza del mondo – e degli innocenti in particolare – è che Dio non può esistere perché se esistesse non potrebbe permettere simili tragedie. Hans Jonas affronta questa tematica nello scritto Il Problema di Dio dopo Auschwitz. In estrema sintesi Jonas, di cultura ebraica, parla di un Dio sofferente che condivide il dolore degli uomini, un Dio impotente e rispettoso dell’altro da sé, e quindi rispettoso della autodeterminazione degli uomini, di tutti gli uomini, anche di coloro che fanno del male, probabilmente senza sapere quello che davvero fanno. Questo Dio è un Dio consolatore due volte: una prima quando condivide impotente e dolente la sofferenza degli uomini ed una seconda quando, in un luogo e in un tempo utopico ed ineffabile, tergerà le lacrime dei sofferenti. Qualcosa di simile, su un versante cristiano, dice Dietrich Bonhoeffer in una sua poesia dal carcere, che si conclude con il gesto umile ed universale del perdono, dato e ricevuto da parte di Dio stesso. Ritornerò su questo tema del perdono, profondamente analitico, più di quanto se ne sia consapevoli.  

Avvicinandosi alla propria morte, R.L. Stevenson vi allude in modo molto sereno, considerandola giustamente imminente, e la rappresenta come quiete e riposo sotto la volta celeste piena di stelle dei Mari del Sud, dove molto malato era andato ormai da qualche anno ad abitare. Il marinaio è alla fine tornato dal mare ed il cacciatore dalla collina. È possibile, dunque, addomesticare la Pulsione di Morte, preparare la propria morte per potere degnamente vivere, come sembra testimoniare Stevenson? Non è dunque il disconoscimento l’unica difesa nei confronti della angoscia di fronte alla morte, per quanto questa angoscia sia grande, e in considerazione di come essa possa rivelarsi gravida di conseguenze personali e sociali.  

Freud tentò di derubricare l’angoscia di morte ad ansietà di castrazione, affermando che l’angoscia di morte mutua la propria intensità dalla ansietà di castrazione. Tuttavia, alcuni analisti hanno addirittura capovolto l’affermazione di Freud, ritenendo che la forza dell’ansietà di castrazione provenisse piuttosto dall’angoscia di morte. Come è noto, Freud elaborò successivamente la sua teoria pulsionale affermando che vi sono due generi di pulsioni, quelle di vita e quelle di morte, implicitamente riconoscendo una sorgente, una forza ed una specificità autonoma alla angoscia di morte. Quest’ultima sarebbe dunque anche, ma non solo, l’espressione di una tendenza a ritornare ad una condizione inorganica, come se ci fosse qualcosa di insopportabile nella vita e nella coscienza, una tensione dolorosa e spiacevole da cui solo la morte può liberarci. La morte potrebbe diventare così un oggetto di desiderio? Coloro che hanno assistito dei malati terminali afflitti da dolori insopportabili sanno che è così, per quanto si potrebbe facilmente obiettare che il malato sofferente vuole la cessazione del dolore piuttosto che la morte, e, se non c’è altro mezzo, anche la morte può essere desiderabile: la morte come mezzo e non come fine.  

Ci si potrebbe anche chiedere se la pulsione in generale cerca l’oggetto o cerca la scarica, con questo alludendo ad una condizione umana di servitù nel rapporto con la necessità più che con il piacere. Il mondo dell’arte è ricco di figure che nella morte hanno trovato la loro piena realizzazione, e la psicologia del suicida è carica di significati e insegnamenti per questa disanima. Ricordo soltanto, infine, che Freud definiva la melanconia come una pura coltura di pulsioni di morte.  

Bibliografia

P. Ariès, Storia della morte in Occidente, Rizzoli, 1978. 
D. Bonhoeffer, Resistenza e resa, San Paolo edizioni, 2015. 
T. S. Eliot, La Terra Desolata, Rizzoli, 2022. 
S. Freud, Al di là del Principio del Piacere, in Opere, Boringhieri, 1977. 
J. Huizinga, L’autunno del Medioevo, Feltrinelli, 2020. 
H. Jonas, Il concetto di Dio dopo Auschwitz, Il Melangolo, 1993. 
R. L. Stevenson, Poesie, Mondadori, 1997. 

5 pensieri su “Morte e cultura

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