Oltre l’immacolata osservazione
La cura tra le righe
Questo contributo fa parte di una rubrica. Il numero precedente è consultabile qui.
4 Giugno 2026 – Medical Humanities, Comunicazione, Dolore, RelazioneTempo di lettura: 10 minuti
4 Giugno 2026
Medical Humanities, Comunicazione, Dolore, Relazione
Tempo di lettura: 10 minuti
C’è un momento, in certe conversazioni, in cui ti accorgi che stai ascoltando qualcosa di importante.
Non perché l’interlocutore stia alzando la voce o usando parole difficili, ma perché quello che dice tocca qualcosa che già sapevi, da qualche parte, senza averlo mai messo a fuoco del tutto. Con Vincenzo Alastra è successo così. L’ho contattato con l’idea di parlare di compliance, di aderenza terapeutica ma in realtà mi ha parlato di metafore. Vincenzo è Psicologo, psicoterapeuta, per ventiquattro anni direttore del Servizio Formazione dell’ASL Biella, Professore a contratto presso l’Università di Torino, fondatore di Pensieri Circolari. Alastra, quando parla di cura, parla di qualcosa che riguarda tutti. Non solo i medici. Non solo gli psicologi. Tutti. «La poesia non è di chi la scrive, è di chi gli serve!», dice Mario Ruoppolo – interpretato da Massimo Troisi – ne Il postino.
Il problema non è il paziente.
La prima cosa che mi dice, e che continua a rimbalzarmi in testa, è questa: non è il paziente che non aderisce, ma la relazione che non funziona. Sembra una piccola inversione grammaticale. In realtà è una rivoluzione di prospettiva. Siamo abituati a sentire – e forse anche a pensare – che certi pazienti “non collaborano”, che non seguono le terapie, che non ascoltano. Il problema, in questa visione, è sempre dall’altra parte del tavolo. Il paziente non aderisce. Il paziente non capisce. Il paziente non vuole. Alastra ribalta tutto. Se la relazione non funziona, il problema è nella relazione. E la relazione la costruiscono in due.
Compliante o concordante? Da qui parte un ragionamento che mi ha tenuto incollata per tutta la conversazione, e che ruota attorno a una distinzione apparentemente tecnica ma in realtà profondamente umana: la differenza tra “compliance” e “concordanza”. La compliance – la “aderenza” del paziente alle indicazioni del medico – è oggi considerata un traguardo. Se il paziente fa quello che gli viene detto, tutto bene. Missione compiuta. Quella, dice, è la prospettiva dominante, non quella sufficiente. Un paziente compliante acquisisce un significato che qualcun altro ha già stabilito. Lo riceve, lo esegue. È un modello che lui chiama, con un’immagine che mi fa sorridere, «modello Ikea»: basta avere le istruzioni giuste. Quale poesia leggo al paziente? Quale tecnica applico? Step uno, step due, step tre.
Un paziente concordante, invece, non acquisisce un significato: lo costruisce insieme al professionista. È presente, partecipe, attivo. Il significato di quello che sta vivendo – la malattia, la terapia, la paura – non viene calato dall’alto ma emerge dal dialogo. Questo cambia tutto. Cambia lo stile comunicativo, cambia l’atteggiamento del professionista, cambiano i valori che entrano in gioco nella stanza. Nella relazione compliante, mi spiega Alastra, il professionista orienta la conversazione con domande chiuse, cerca di portare la persona su una pista preconfigurata, raccoglie informazioni che già rientrano nel suo schema di sapere. È un atteggiamento spesso paternalistico, a volte giudicante, in cui la realtà del paziente viene filtrata attraverso le categorie del professionista. Una conoscenza che lascia poco spazio alla sorpresa.
Nella relazione concordante, invece, c’è ascolto. Ascolto dell’altro – e anche di sé. Si supera quella che Alastra chiama «immacolata osservazione»: l’illusione che il professionista stia guardando la realtà da fuori, senza esserne toccato. In realtà, nel momento in cui entra in relazione, entra in gioco anche lui. Si fa viaggiare, dice. E questo svela molto.
Il dialogo non si conduce.
A un certo punto esce il nome di Hans-Georg Gadamer. Il filosofo ermeneutico parlava del dialogo come di qualcosa che non si conduce. La parola “condurre” è sbagliata, perché implica che qualcuno stia davanti e qualcuno che segue. In un dialogo invece non c’è chi guida e chi segue: è un lavoro comune, un operare insieme senza sapere in anticipo dove si arriverà. Si viaggia insieme, sostenendosi. E il professionista, in questo viaggio, porta anche sé. Si racconta, anche se indirettamente. Si rivela. Questo può sembrare destabilizzante, ma Alastra sostiene che è esattamente il contrario: è protettivo. I contesti di lavoro in cui si pratica l’ascolto reciproco, in cui i professionisti hanno spazi per narrare la propria esperienza, sono contesti più attrezzati contro il burnout. Lo sa perché lo ha vissuto. Durante il Covid, lui e il suo gruppo hanno condotto una serie di interviste a professionisti sanitari. Venivano spontaneamente, per passaparola. E, tra le altre cose, dicevano che era la prima volta che qualcuno li ascoltava davvero.
I giorni successivi la nostra chiacchierata, Vincenzo mi invia degli estratti della restituzione da parte dei professionisti della cura che sono stati coinvolti in uno di questi progetti. «Sinceramente mi ha fatto onore […] bisogna tirar fuori tutto quello che provi… Non è una cosa semplice, spiegare quello che si è sentito senza rischiare di sembrare esagerati… Invece non mi sono sentita giudicata, assolutamente… Libera di dire quello che ho provato, quello che ho sentito e, quindi, direi onorata, perché ho fatto parte delle persone che hanno potuto raccontare la loro storia» (infermiera, reparto Covid). «Piacevole e liberatorio. In tanti anni non avevo avuto occasione di parlare così della mia esperienza e delle mie emozioni. Mi è piaciuto. È stato un bel momento. È stato liberatorio perché finalmente c’è qualcuno che mi ha ascoltata […] È lusinghiero che altri si interessino al tuo lavoro, a sapere come lo vivo emotivamente» (medica oncologa). L’intervista non si limita a raccogliere un’esperienza che è “tutta lì”, già data e conclusa, ma produce una perturbazione a più livelli. A un livello ulteriore, essa perturba la relazione stessa tra i due interlocutori e, come risultanza di un processo fondato sulla narrazione e sull’ascolto reciproco, agisce sui loro Sé, sui modi in cui ciascuno si riconosce e si racconta.
Le metafore non sono ornamenti.
C’è un punto della nostra chiacchierata in cui Alastra insiste con particolare forza: la comunicazione poetica. «Una relazione di cura, per definizione, non può non essere poetica, perché genera qualcosa che prima non c’era». Si costruisce passo dopo passo, non può essere predefinita, e le metafore, in questo, non sono un ornamento retorico. Sono uno strumento di conoscenza. Un linguaggio ricco di metafore è un linguaggio aperto, capace di stare vicino alla complessità dell’esperienza umana. Un linguaggio povero di metafore è chiuso, non evolutivo. Incapace di contenere la vita vera delle persone.
Ripenso alla poetessa Chandra Candiani, che da anni lavora sul silenzio e sull’ascolto come pratiche spirituali e linguistiche. In particolare, penso a Salutare le parole, pubblicato su Doppiozero il 15 dicembre 2020, dove c’è anche l’audio di Chandra che legge questo suo scritto.
«Non voglio parole che mi spieghino e nemmeno che sgroviglino né chiariscano. Non voglio parole che mi riempiano e nemmeno che mi facciano sentire sciocca e con poca scuola alle spalle. Non voglio parole che complichino senza un cuore al centro. Non voglio parole che si diano arie. Ho bisogno di parole leggere eppure capaci di sfamare e dissetare, parole che mi domandino tanto, tutta la testa da mozzare e un cuore ingenuo da allenare al passo delle bestie nella foresta, vigile e sempre a casa, eppure sempre in pericolo. Parole […] Per non dire. Per dire tutto. Per dire senza far male. Per velare. Per dire quello che tu taci. Per dire quello che sottintendi. Parole che accarezzino quello che taci per viltà e per paura e non lo condannino a decifrarsi ma bisbiglino solo: “Ci sei. Io ti sento”. Ho bisogno di parole che mi ascoltino. Ora è tempo per me di salutare le parole».
Cosa ne pensi?
Condividi le tue riflessioni
e partecipa al dialogo
Lascia un commento