Oncologia e guerra

Dal guerriero al paziente: ripensare il linguaggio del cancro

Quando si parla di tumori, ricorriamo spesso a metafore belliche. Anch’io le ho usate e continuo a usarle. Qualche esempio.

La LILT (Lega Italiana per la Lotta contro i Tumori) impiega il termine lotta proprio per definirsi. Il paziente oncologico è trasformato in un guerriero: deve combattere una battaglia, sconfiggere il male, vincere. Anche i medici sono impegnati in questo combattimento: devono eliminare, colpire, distruggere. Il tumore stesso infiltra, invade, come fosse un esercito nemico che invade il nostro territorio, per sopraffarci. E il primo linfonodo che lo avvista è definito proprio linfonodo sentinella! I farmaci sono armi; ci sono terapie di prima linea, con in testa la chemioterapia d’attacco, una specie di marines scelti, e terapie di seconda, terza linea. Anche quando si sperimentano nuovi farmaci, i pazienti sono “arruolati” negli studi clinici. L’immunità è definita con il termine di “difese” immunitarie. Le cellule neoplastiche sono bersagli che a volte possono essere “attaccate” in modo preciso con farmaci specifici (la target therapy). La radioterapia è spesso descritta e vissuta come un bombardamento di radiazioni. Negli ospedali, che sono diventati “presidi ospedalieri”, ci sono le divisioni, i reparti, le unità… come in un vero e proprio esercito. Negli USA gli ex pazienti oncologici, quelli che hanno superato la malattia, sono definiti sopravvissuti (survivors) e sono celebrati come eroi, come i reduci e i veterani di guerra. 

Perché questo linguaggio? Perché è comodo e aiuta.

In primo luogo, aiuta a motivare fortemente il paziente oncologico, che deve sopportare disagi notevoli quali le ferite e poi le cicatrici chirurgiche, a volte non piacevoli e funzionalmente invalidanti, le ustioni della radioterapia, gli effetti collaterali, che devastano lineamenti e psiche, della chemioterapia e dell’ormonoterapia. Tutto questo mina (altra parola guerresca) il suo corpo, in un processo lungo, faticoso e sfiancante. In secondo luogo, aiuta anche il sistema di cura a fronteggiare una malattia grave, processo altrettanto faticoso e sfiancante, che a volte porta a reazioni pericolose (burnout del medico). Ma il malato oncologico è un malato affetto da una malattia cronica, il tumore, e può vivere o morire, ma senza il cliché del “se vive ha vinto, se muore ha perso”. 

Prima Susan Sontag (in Malattia come metafora, 1979), e poi Umberto Veronesi hanno indicato con grande determinazione la

necessità di compiere sul cancro un’operazione culturale, che richiede tempo ma soprattutto impegno responsabile da parte dei mass media e degli stessi medici.

Bisogna che il tumore perda l’associazione immediata, quasi automatica, che ha con sofferenza e morte e sia ridefinito, descritto e vissuto come malattia cronica, pur grave che sia. «È più facile togliere il tumore dal seno di una donna, che toglierlo dalla sua testa», ci ripeteva spesso il Prof. Veronesi. Infine, i pazienti sono persone, con le loro fragilità; non dobbiamo trasformarli a tutti i costi in eroi e gettarli nella mischia di una battaglia! C’è anche chi non ha uno spirito bellicoso, un pacifista di carattere, che comunque deve essere curato, supportato e seguito. 

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Una risposta a “Oncologia e guerra”

  1. Monica Cavarzere

    Buongiorno Penso proprio che sia questa la realtà dei fatti e vedendo la mia mamma che mi ha superati ben due grossi fortunatamente chirurgicamente oltre che la terapia per il seno devo dire che dopo tanti anni comunque la sua paura è sempre in primis è proprio vero che è più facile guarirlo chirurgicamente che psicologicamente ed è comunque una cicatrice indelebile non quella sulla pelle ma quella emotiva

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Un pensiero su “Oncologia e guerra

  1. Monica Cavarzere dice:

    Buongiorno Penso proprio che sia questa la realtà dei fatti e vedendo la mia mamma che mi ha superati ben due grossi fortunatamente chirurgicamente oltre che la terapia per il seno devo dire che dopo tanti anni comunque la sua paura è sempre in primis è proprio vero che è più facile guarirlo chirurgicamente che psicologicamente ed è comunque una cicatrice indelebile non quella sulla pelle ma quella emotiva

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