Perché amare Čechov
Terzo e ultimo appuntamento alla (ri)scoperta del grande scrittore russo, maestro insuperabile del genere racconto
11 Dicembre 2025 – Medical Humanities, NarrazioniTempo di lettura: 8 minuti
11 Dicembre 2025
Medical Humanities, Narrazioni
Tempo di lettura: 8 minuti
Molti mi chiedono da che cosa derivi la mia passione per Anton Čechov, sul quale ho scritto due precedenti articoli su questa rivista (qui quello di febbraio e qui quello di agosto).
In fondo, sembrano dire, questo scrittore russo (nato a Taganrog, in Crimea, nel 1860) non di moda, semidimenticato, è noto più che altro per le sue opere teatrali che per la narrativa e in quest’ambito ha prodotto solo racconti, un genere che fatica ad essere amato sia dai lettori che dagli editori. Proverò a dirlo qui.
Potrei partire da un’affermazione roboante, di Massimo Gorkij, altro scrittore russo suo contemporaneo, che sosteneva che «leggere Cechov ti fa diventare una persona migliore», ma non spetta certo a me dire se sono diventato migliore dopo averlo letto e quindi mi limito alla citazione. Quanto alla sua scrittura, i suoi racconti – specie quelli cosiddetti della maturità – sono formidabili.
Sono racconti che fotografano l’uomo così come è, e la vita così come è, senza dare giudizi, interpretazioni.
Racconti che trattano di tutti noi, di uomini semplici, di storie in cui ci riconosciamo e che ci permettono di guardarci dentro, una sorta di autoanalisi. E poi, sarà anche vero che il genere racconto (di cui lui è indubbiamente il padre, il fondatore) fatica a trovare le simpatie dei lettori, ma sentite cosa dice Ian McEwan, grandissimo scrittore contemporaneo, a proposito dei racconti (e delle novelle): «Per me sono state un laboratorio, che mi è servito per analizzare il mio stile e per capire quale fosse la forma migliore da utilizzare. Suggerisco agli aspiranti scrittori di scrivere novelle per un paio d’anni prima di dedicarsi al romanzo. La novella è l’unica forma di prosa che ci avvicina alla perfezione. E poi è anche un regalo al lettore, perché si legge in breve tempo». E ancora, se ci pensiamo, se guardiamo alle nostre vite, prenderemo atto (salvo casi eccezionali) che siamo fatti di quotidianità, di atti ripetitivi con solo, di tanto in tanto, alcune impennate; come dire che la nostra vita è fatta di tanti piccoli racconti, insomma non è un romanzo.
Anche lo stile, la tecnica narrativa, è del tutto particolare: racconti “senza trama e senza finale”, presi dalla vita reale, d’ogni giorno. Con pochi personaggi (di solito un lui e una lei che sono il centro di gravità) il cui stato d’animo scaturisce direttamente dalle loro azioni, senza bisogno di giri di parole per arrivare a capirlo. Racconti asciutti, in cui non c’è nulla di superfluo. Natalia Ginzburg, nella prefazione a Vita attraverso le lettere, così definiva la tecnica cechoviana: «Aveva già allora un modo straordinario di introdursi in una storia, un modo brusco e leggero, fulmineo e imperioso, come chi di colpo spalanchi una finestra o una porta: offrire così al lettore i tratti di una figura umana, o di un gruppo di figure umane, farne udire il suono delle voci, darne a intuire i vari stati d’animo, il servilismo o il sussiego, la pazienza o la prepotenza, e poi di colpo richiudere quella porta o quella finestra dinanzi al lettore assorto, divertito e stupefatto». Questo lo scrittore, in estrema sintesi.
Ma veniamo all’uomo. Anzitutto era medico e aveva coniato uno straordinario aforisma:
«la medicina è la mia moglie legittima, la letteratura la mia amante: quando mi stanco di una, passo la notte con l’altra».
Straordinario perché afferma la simbiosi di queste due arti, non a caso la medicina è la più umana delle scienze perché si occupa dell’uomo. E non a caso tantissimi medici hanno dentro di sé la vocazione della scrittura. Era assolutamente umile: dovendo fornire un profilo di sé per il Dizionario enciclopedico, in occasione della pubblicazione di una edizione delle sue opere, usa poche righe senza un solo accenno di vanità, di enfasi, di autocompiacimento. Persino insoddisfatto di sé («L’insoddisfazione di sé medesimo costituisce un elemento fondamentale di ogni vero talento. Sii felice della tua insoddisfazione, essa dimostra che tu sei superiore a quanti si contentano di sé, che sei magari anche grande»). Credeva nel progresso, nel fatto che volendo, l’uomo può far bene e progredire: «Una spassionata ed equilibrata meditazione mi dice che nell’elettricità e nel vapore c’è più amore per l’uomo che nella castità e nel digiuno».
E credeva nel talento, affermando che quando se ne possiede uno si ha il dovere di coltivarlo, con perseveranza, impegno, dedizione assoluta e che trascurare un talento è peccato mortale. Essendo al contempo alquanto disincantato: «Sono medico e abituato a persone che moriranno presto. Mi è sempre parso strano, quando davanti a me parlavano, sorridevano o piangevano in procinto di morire, ma quello che comincia a sembrarmi bizzarro è che noi non sentiamo la nostra stessa morte e scriviamo libri, come se non dovessimo morire mai». O, ancora, «Tutti vivono tristemente. Quando sono serio, mi sembra che la gente che ha paura della morte non segua la logica. Per quanto mi sia possibile capire l’ordine delle cose, la vita è fatta unicamente di orrori, di preoccupazioni e di mediocrità, che si accavallano e si susseguono». Per non dire, di tanto in tanto, cinico o almeno sferzante: «Se avete paura della solitudine, non sposatevi» o, ancora, «Per me, un matrimonio felice è l’unione di un uomo sordo con una donna cieca» e «Nella vita coniugale, l’essenziale, è la pazienza. Non l’amore: la pazienza!». Senza però, per questo affermare che «Sposarsi senza amore è così brutto e indegno di un uomo, come dir messa senza credere».
Se ne è andato anche in un modo alquanto dignitoso: nel giugno 1904, si trovava a Badenweiler, un centro termale nella zona occidentale della Foresta Nera, dove si era recato nel vano e tardivo tentativo di curare la tubercolosi. Una notte la sua compagna (Olga Knipper, famosa attrice) spaventata dagli accessi di tosse di Anton, ma anche da allucinazioni e deliri – dalla stanza dell’hotel che li ospitava chiama un medico. Questi (ne conosciamo anche il nome, dottor Schwöhrer), come ci racconta Raymond Carver in un magnifico racconto L’incarico, «preparò una siringa ipodermica e gli somministrò una dose di canfora, per mantenere alto il tono cardiaco. Ma l’iniezione non giovò a nulla: a quel punto, evidentemente, non c’era più speranza. Nondimeno il medico informò Olga che aveva intenzione di mandare a prendere dell’ossigeno. Improvvisamente Čechov si riscosse e, del tutto lucido, disse con calma: – A che pro? Prima che arrivi sarò già cadavere». Allora il medico ordina urgentemente dello champagne. Un cameriere attonito lo porta in camera. «Čechov, Olga e il dottor Schwöhrer si scambiarono un’occhiata. Non fecero tintinnare i bicchieri, non fecero brindisi. A cosa mai avrebbero potuto brindare? Alla morte? Čechov chiamò a raccolta le ultime forze e disse:
“È un sacco di tempo che non bevo più champagne”.
Si portò il bicchiere alle labbra e bevve. Dopo uno o due minuti Olga gli prese il bicchiere vuoto dalle mani e lo posò sul comodino. Quindi Čechov si voltò di lato. Chiuse gli occhi e fece un gran sospiro. Un attimo dopo aveva cessato di respirare».
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2 risposte a “Perché amare Čechov”
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Proprio così: Čechov non è “di moda” ma è essenziale. L’analogia sul fatto che la nostra vita è una sequenza di racconti, non un romanzo, è perfetta, fotografie “semplici” (per dirla in termini giuridici) che fermano la memoria in attimi di vita. È proprio per questo che i suoi scritti sono così potenti: ci guardano dentro, senza filtri né giudizi. Questo articoletto è una sincera dichiarazione d’amore letterario che riesce a illuminare la figura dello scrittore e dell’uomo creando un ponte intimo con il lettore.
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Quello che mi ha sempre affascinato di Čechov è la sua abilità di entrare in una vita o in una situazione all’apparenza banale e renderla interessante e meritevole di attenzione, tanto da convincerne il lettore. La sua penna corre leggera, elegante, concisa, essenziale e ricca di humor, persino quando è tragica. I suoi racconti ci permettono di guardarci dentro, identificandoci anche con personaggi senza particolari qualità, modesti, qualsiasi, apparentemente insipidi eppure degni di interesse. Una scrittura aforistica, distillata e trasparente. È un autore che adoro e mi ritengo fortunata di poterlo leggere nella lingua originale.
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