Post Scriptum (2025) – Parte 5

Edipo e Gesù 

La quarta parte di questo articolo è consultabile qui.    

Gesù era ebreo e si inserisce storicamente e spiritualmente nella vicenda biblica. Il popolo ebreo, come dicevo, sembra impantanato in una duplice vicenda: da un lato esso è il popolo eletto ma peccatore, che sconta la propria infedeltà che si rinnova continuamente ad un Dio che sembra perennemente incapace di scegliere tra punizione e misericordia; dall’altro lato è il popolo bellicoso del Dio degli eserciti che si attribuisce prepotentemente ed aggressivamente la propria elezione e la propria eredità, la Terra Promessa. In questa vicenda appare centrale il rivendicare, comunque, un ruolo privilegiato in un tragitto fatale di esclusività nel rapporto con la divinità, continuamente riaffermata nella sua onnipotenza punitiva e vendicativa, o salvifica e misericordiosa, in una tensione mai risolta.  

Neppure è risolto il dilemma tra universalismo e particolarismo della divinità. Qui si inserisce, a mio modo di vedere, la figura di Gesù, non solo e non tanto come colui che espia per tutti la colpa dell’infedeltà, Freud dice alla fine la colpa deicida/parricida nella persona del profeta Mosè inviato e rappresentante di Dio. Gesù piuttosto sembra potere finalmente, in una versione più intima ed introspettiva, essere la figura che elabora un conflitto di colpa oscuro, complesso e devastante, e sceglie forse finalmente la misericordia. Infatti, credo che sia possibile dire che Gesù intuisce la natura onnipotentemente vendicativa del Padre veterotestamentario, che arriva a chiedergli il suo sacrificio personale, capro espiatorio di una versione giustizialista di Dio, e invoca la sua misericordia («Passi da me questo calice…»), pur sottoponendosi alla onnipotente volontà del Padre («Ma non la mia, bensì la tua volontà sia fatta…»), percepisce il sentimento di abbandono, che probabilmente prelude a quella che ho chiamato l’Impotenza di Dio («Perché mi hai abbandonato…»), e realizza la prima versione dell’Inconscio al servizio della Pietà («Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno…»).

Questa vicenda culmina nel riconoscimento dell’Inconscio come fondamento della Natura Umana soggetto dei bisogni, che ci espone tutti alla colpa, ma ci addita la necessità della Misericordia e lo spirito della Speranza.

Gesù si congeda dicendo «Pace a voi… e Perdonatevi vicendevolmente, come il Padre ( ci ) perdona». E il Padre stesso chiede perdono, aggiunge Jung. Così il rapporto col Padre si colora di una dimensione di reciproca compassione, di fondamentale Pietà, e trova nel perdono la relazione decisiva. 

Da questo punto di vista è possibile avvicinare due figure apparentemente distanti: Edipo e Gesù.

È questa la parte più ardua di questa riflessione, drammaticamente connessa con tutta la storia biblica e con i fondamenti della psicoanalisi, in particolare l’idea di una situazione edipica compresa tra la posizione schizoparanoide e la posizione depressiva. Il primo punto comune forse ad Edipo e a Gesù è rappresentato dal fatto che entrambi sono fondamentalmente Capri espiatori: Edipo della paranoia di Laio, delle sue colpe (Laio aveva rapito ed abusato di un giovane) ed in particolare della sua colpa figlicida, essendo Laio proiettivamente accecato da questa sua stessa colpa gettata sul figlio. Laio cerca di uccidere il figlio, tra l’altro con il consenso di Giocasta, perché teme di esserne ucciso. Gesù è destinato ad essere vittima sacrificale di un infinito contenzioso tra l’uomo e Dio, dove Dio acquisisce i caratteri di un Padre iracondo e terribile che sembra non sapere rinunciare a sacrificare un figlio per il proprio orgoglio ferito dalla sua stessa paura di essere tradito dai suoi figli. 

Edipo e Gesù devono farsi carico entrambi delle vicende più e meno fantasmatiche che li hanno preceduti, secondo punto in comune.

Essi dovrebbero guardare fin in fondo nel loro destino, che è un destino di tragica consapevolezza rispetto ad una paternità tragica,

colpevole nella figura di Laio, ma nella stessa figura del Dio ebraico e cristiano, perlomeno nella misura della responsabilità di una creazione che determina un uomo perennemente immerso nella paura e nel dolore, che lo destina a pretese colpe originali ed acquisite fino ad una misera morte, da scontare in questa vita, e forse in una vita futura nel segno di interminabili sofferenze espiatorie. Diversamente ma parallelamente, Edipo, scampato a morte figlicida dovrebbe affrontare il proprio fato e la propria discendenza, ma vi si sottrae, o perlomeno cerca di sottrarsi. In realtà il suo si rivela un immodificabile Fato, ed Edipo sembra non volere percorrere, probabilmente atterrito, fino in fondo la strada della consapevolezza e della autodeterminazione. Queste arriveranno solo dopo gli inconsapevoli patricidio e incesto, da lui aborriti e rifuggiti vanamente, come era rifuggito di fronte alla insostenibile consapevolezza della sua storia familiare.  

Non è difficile intuire come nell’esperienza infantile di Edipo siano contenuti fantasmi terribili, non solo quelli del patricidio e dell’incesto, ma anche quelli schizoparanoidi più micidiali di un padre figlicida persecutorio, di una madre edipica e arcaica pregenitale onnipotentemente determinante. Solo il vecchio Edipo, accecatosi fisicamente, ma divenuto consapevole dell’enigma e del destino degli uomini, cioè la lunga e tragica dipendenza in cui si annida la potenziale minaccia evolutiva sia simbiotica sia distruttiva, la necessità/aspirazione alla separazione ed alla individuazione, la nostalgia di una antichissima ed irripetibile unione struggente e devastante colla madre, porterà a termine la sua esistenza nel bosco sacro di Colono, dove assumerà il ruolo iconico e sacro di Archetipo mancato/compiuto del compimento della umana identità. La sua sacralità sarà per sempre, tanto quanto l’indicibile vicenda e destino degli uomini [1]. 

Edipo è, dunque, vittima sacrificale di un destino implacabile che lo sovrasta, determinato dal suo rapporto di dipendenza originaria da una madre e da un padre incerto in tutti i sensi, e che tenta invano di sfuggire atterrito dall’orrore del proprio fato. In particolare, non vuole uccidere un padre che ha cercato di ucciderlo, né rimanere vittima di un rapporto simbiotico/incestuoso. Non troppo diversamente, ma partecipe in certa misura del destino stesso di Edipo, Gesù tenta soprattutto di riscattare paradossalmente la figura ormai al tramonto di un Dio veterotestamentario, cioè vendicativo e terribile, evolutosi nei secoli o nei millenni della storia biblica e non, finalmente annunciando la Buona Novella di un Dio compassionevole e forse partecipe della stessa sofferenza espiatoria di Gesù (e degli esseri umani). L’espiazione di entrambi, Edipo e Gesù, è profondamente connessa ad una colpa figlicida di cui entrambi sono compassionevoli vittime sacrificali, ed a cui entrambi tentano di porre rimedio e finalmente termine. Ed ora assumono a conclusione del loro destino doloroso un ruolo salvifico per l’umanità intera. Accanto alla Croce, o sulla Croce stessa, si colloca invisibile ma presente la figura di Dio stesso, un Padre sofferente e partecipe del dolore e della morte stessa. Ora si può investire sul Perdono reciproco, ora si può esercitare la Pietà e la Misericordia. La Buona Novella è la Misericordia di Dio, il cuore toccato dalla disperazione di Dio, non la sua minacciosa onnipotenza, che tuttavia trova la sua concreta realizzazione nella reciproca compassione tra gli uomini. 

In sostanza, la vicenda edipica radicata nella posizione schizoparanoide trova la sua risoluzione nella posizione depressiva, altrimenti detto nella rottura dei legami simbiotici di dipendenza ambivalente, e nella assunzione della responsabilità (anche psichica) [2]. Queste riflessioni, che condividono alcuni punti importanti con James Grotstein [3], ma soprattutto che non si allontanano troppo da quelle di Freud sulla Religione monoteistica, e come Freud stesso in questa stessa opera mostra, portano alla conclusione che la tradizione ebraica non riesce ad affrancarsi del tutto dalle proprie contraddizioni: non riesce a sbarazzarsi di un Dio signore degli eserciti, non riesce a devittimizzarsi narcisisticamente, e si sottrae in parte ad una profonda e reale consapevolezza della propria colpa, l’incapacità forse di portare fino in fondo il proprio fardello spirituale insostenibile. Giona, come ho detto, assumerebbe così un ruolo esemplare nella storia ebraica. Una piena assunzione del proprio compito storico e morale permetterebbe al popolo ebraico di assumere ed accettare la condivisione universale di una religione della Speranza. Un riscatto perennemente inseguito e perennemente sfuggente. Credo che la celebrazione del Giorno della Memoria sia uno struggente e disperato tentativo da parte di tutti gli esseri umani di buona volontà di non mancare questo nobilissimo fine, pagato ad un prezzo estremo. La Shoah assurge così al ruolo di testimonianza formidabile della universalità e immortalità dello Spirito. 

Bibliografia

[1] Sofocle, Tutte le tragedie, Newton Compton, 2022. 

[2] H. Loewald, The Waning of the Oedipus Complex, J. Amer. Psychoanal. Assn., 1979, 27. 

[3] J. Grotstein, Why Oedipus and not Christ? A Psychoanalytic Inquiry into Innocence, Human Sacrifice and the Sacred, Part I and part II, American J. of Psychoanal., 1997, 57, 3 e 4. 

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