Procreazione assistita tra realtà e finzione: il punto di vista della scrittrice
Intervista a cura di Laura Lazzari Vosti
Questo contributo fa parte della serie “I tabù della maternità. Un percorso Medical Humanities”, a cura di Laura Lazzari Vosti: il contributo precedente è consultabile qui.
Intervista a Eleonora Mazzoni.
Questo mese proponiamo la traduzione italiana di un’intervista alla scrittrice Eleonora Mazzoni, apparsa nel supplemento creativo al libro Trauma and Motherhood in Contemporary Literature and Culture (a cura di Laura Lazzari e Nathalie Ségeral).
3 Settembre 2026 – Intervista, Arte, Comunicazione, Nascita, TestimonianzeTempo di lettura: 17 minuti
3 Settembre 2026
Intervista, Arte, Comunicazione, Nascita, Testimonianze
Tempo di lettura: 17 minuti
Qual era il tuo obiettivo (se ne avevi uno) quando hai iniziato a scrivere Le Difettose (Einaudi 2012)?
Ho iniziato il libro senza assolutamente sapere dove mi avrebbe portato. In quel momento la scrittura per me rappresentava una specie di compensazione. Era un periodo in cui stavo lavorando molto – all’epoca facevo l’attrice. Già da alcuni anni cercavo un figlio che non arrivava e conciliare i miei impegni, spesso in giro per l’Italia, con i tentativi, sia naturali sia attraverso la fecondazione assistita, di restare incinta era parecchio complicato. Quando poi un giorno mi sono accorta di aspettare un bambino, la prima volta è stata una gioia breve, perché l’ho perso quasi subito. La seconda, invece, un paio di anni dopo, ero già di tre mesi: mentre giravo la scena (peraltro tranquillissima) di un film, ho sentito il sangue colarmi tra le gambe. Fui immediatamente ricoverata e mi praticarono il raschiamento. A quel punto mi sono detta: basta, mi fermo per un anno e vedo cosa succede.
Ma la creatività non si è fermata. E quella parte di me che non si poteva più esprimere in palcoscenico o su un set, invece di starsene buona e in silenzio ad aspettare, mi ha spinto a scrivere non solo di una donna che cercava un figlio che non arrivava ma anche dell’eccentrico, variegato e vivace gineceo che avevo incontrato – un po’ in rete, un po’ nella vita reale – ancora piuttosto inedito e che smaniava di essere raccontato.
I racconti autobiografici sono frequenti nelle letture su maternità, infertilità, aborto spontaneo e assenza di figli. L’autobiografia è inoltre centrale/strumentale nel tuo lavoro. Quali sono i punti di forza e di debolezza dei racconti autobiografici relativi a storie di maternità e non maternità?
Il mio romanzo parte da un’esperienza personale ma non è strettamente autobiografico. Ho cesellato la mia protagonista come un alter ego che contiene parecchi miei aspetti psicologici ed esistenziali, è indubbio, ma in cui confluisce anche molto altro. Stessa cosa per il resto dei personaggi e per la trama. Nella nonna Rina, ad esempio, ci sono elementi che rimandano veramente alla madre di mia madre, ma anche tanto di una cantante transgender con cui ho a lungo lavorato. Più un bel pizzico di fantasia.
Un romanzo è sempre una rielaborazione piuttosto complessa di ingredienti presi dalla realtà, trasformati in prodotti dell’immaginazione. Per questo trovo i libri troppo appiattiti sull’io biografico – spesso, non sempre – noiosi e poco intriganti, nello stesso modo in cui quelli totalmente letterari mi sembrano a volte distanti e glaciali. Amo molto di più quando la vita dell’autore contamina le pagine ma è schermata, non narcisisticamente spiattellata. Quando cioè entra con garbo e pudore, un po’ di sbieco e mantiene una dimensione evocativa: solo così storia e personaggi possono assumere connotati universali.
Negli ultimi anni, il ruolo e l’importanza dei gruppi di supporto online sono cresciuti. Sui Instagram, Facebook, X, TikTok, ad esempio, si discute ormai di argomenti come gravidanza, aborto spontaneo, procreazione assistita e maternità surrogata. I social media offrono spazi alternativi per dare voce e sostegno alle donne che prima erano state messe a tacere. Tuttavia, anziché unire le donne, creare empatia e comprensione, spesso si alimenta l’antagonismo per dimostrare che un certo stile di vita è migliore di un altro. Riusciranno le donne a trovare un terreno comune e a rispettare le scelte altrui, anche se diverse dalle proprie?
Purtroppo il rischio “setta” esiste. Da una parte blog e forum permettono di discutere, trovare informazioni e orientamento in questioni importanti e ad alto tasso di risonanza emotiva, spesso trascurate dai canali più ufficiali. In rete invece si parla di tutto. Si trovano risposte o suggerimenti a proposito di ogni possibile domanda. E ci si sente accolti e compresi. Dall’altra ogni gruppo ha una linea di pensiero precisa e ferrea. Se sgarri o te ne discosti anche di poco, sei fuori. Invece il mondo della maternità è variegato, contraddittorio, ambivalente, contiene inevitabilmente una quantità enorme di punti di vista.
Ho sperimentato questo tipo di chiusura. Era appena uscito il mio romanzo e di me non si sapeva ancora nulla. Alcune lettrici scrissero su un forum di procreazione medicalmente assistita in maniera piuttosto aggressiva che, se avevo deciso di fare fermare Carla così in fretta, dopo “soli” tre tentativi di ICSI (Iniezione Intracitoplasmatica dello Spermatozoo) sicuramente parlavo di cose che non conoscevo e non avevo vissuto, e che era meglio stare zitta. Al contrario alcune blogger appartenenti alla realtà oceanica delle donne – mamme attive sul web, che, in uno stile generalmente ironico, raccontano equilibrismi e difficoltà nel conciliare casa, amicizie e lavoro, mi hanno confessato il disagio di recensirmi, perché raccontavo una maternità troppo diversa e addirittura sconosciuta a loro super donne – madri – mogli – amiche – lavoratrici quasi perfette (e molto competitive).
Ecco. Mi auguro che davanti a scelte che attengono profondamente la propria coscienza e da un certo punto di vista sono sempre incontestabili, si possa instaurare un dialogo profondo, allenare un ascolto che alleggerisca i giudizi (o i pregiudizi). Esistono parole-ponte e parole-territorio. Le parole-territorio nutrono l’appartenenza, si usano con chi abita, appunto, lo stesso luogo simbolico. Ma, quando si incontra chi è straniero, occorre spogliarsene e gettare i ponti. Io cerco quotidianamente di lavorare in questo senso. Lo spettacolo teatrale tratto dal romanzo e anche la serie TV di cui ci stiamo occupando adesso, nascono dall’impegno tra donne molto differenti: con figli o senza, alcune childfree, altre childness, altre ancora postponers. Ed è un meraviglioso arricchimento.
Nelle società pronataliste, gli stereotipi negativi sulle donne che scelgono di non avere figli o che non ne hanno sono ancora diffusi. I discorsi femministi hanno tradizionalmente sostenuto e promosso una rivolta contro la maternità. Aborto spontaneo e infertilità, tuttavia, non fanno ancora parte del dibattito e gli scritti di Alexandra Kimball, tra gli altri, stanno contribuendo a colmare queste lacune. Se le donne che scelgono di non avere figli sembrano aver trovato il loro spazio nei gruppi femministi, le donne infertili faticano ancora a far sentire la propria voce e sono state deluse dal femminismo mainstream. Un destino simile attende le madri che compiono scelte genitoriali non in linea con gli ideali femministi dominanti, come l’allattamento prolungato e la genitorialità gentile, per citarne alcuni. Quali sfide deve affrontare il femminismo per rappresentare/includere tutte le donne nel nostro mondo e nelle nostre società contemporanee?
La riflessione femminista, nonostante non sia omogenea e concorde nell’esprimere un giudizio univoco, ha molto sottovalutato il tema dell’infertilità e non è mai stata troppo tenera nei confronti delle tecnologie procreative, ritenute da molte pensatrici come l’ultima frontiera del potere che gli uomini esercitano sulle donne. Secondo questo pensiero il maschio, provando da sempre invidia per la facoltà di garantire la continuazione della specie, si sarebbe appropriato del processo riproduttivo mediante il controllo delle operazioni che le nuove tecniche comportano, nella convinzione così di partecipare ad un evento in cui ha sempre svolto un ruolo da comparsa. Il sogno di arrivare a un utero meccanico rappresenterebbe l’estremo tentativo di fare a meno della donna.
Direi che, dopo aver giustamente demistificato il ruolo materno, per secoli causa fondamentale dell’oppressione e sottomissione femminile, occorre adesso ripensare la maternità nelle sue svariate sfaccettature. Il pensiero femminista ha operato rimozioni e creato buchi di riflessione. Vanno colmati. Occorre trasformare lo scetticismo nei confronti della scienza o la paura di una commercializzazione senza regole con relativa vendita di varie parti del processo riproduttivo, in un atteggiamento più curioso e più propositivo. Che aiuti a interpretare le soluzioni inedite e a primo acchito ardite che la medicina mette oggi a disposizione, eliminando le false illusioni ma anche i falsi timori rispetto a tecniche ormai richieste da milioni di persone nel mondo, e destinate a fare sempre più parte della nostra contemporaneità.
Secondo Blook e Pebley (1982), le donne senza figli si dividono in tre categorie: donne che scelgono volontariamente di non avere figli; donne che scelgono temporaneamente di non avere figli (ma che li avranno in futuro); donne che scelgono involontariamente di non avere figli (incapaci di averne). Quali sono le differenze nel modo in cui le donne senza figli e quelle che scelgono di non avere figli vengono percepite nella società odierna? Quali sono le sfide che queste donne si trovano ad affrontare?
Sia le childless che le childfree sono vittime di uno stigma simile. La società è normativa, per cui spinge chi non vuole figli a farli, e chi li vuole ma non riesce ad accettare il proprio destino. Come se preferisse non toccare l’ordine naturale delle cose. Per questo considera le coppie che per qualche motivo non sentono il desiderio di procreare perlomeno strane. Narcise ed egoiste. Esattamente come quelle che si intestardiscono a generare. Senza capire che la maternità è una vocazione come tante altre. Dovrebbe essere scelta liberamente, non imposta, come sosteneva Anaïs Nin.
Nel mondo occidentale, infatti, cresce sia il numero di chi si rivolge alla scienza per tentare di correggere i difetti della natura sia quello delle coppie senza figli. E in questo secondo gruppo sono incluse le persone che proprio non li vogliono, senza se e senza ma, ma anche quelle che forse sì, li avrebbero anche voluti, perché no, ma poi il tempo, non si sa come, è passato. Tra l’altro, oggi le posponers e le childfree rappresentano la fetta più istruita, trendy e agiata della popolazione: da una ricerca Eurisko emerge che le donne che tra i 18 e i 55 anni non hanno figli e non li vogliono avere hanno un livello d’istruzione più alto della media, redditi proporzionalmente più elevati e che in larga maggioranza lavorano, spesso da imprenditrici o come professioniste, con molti progetti e prospettive, convinte della loro scelta.
Un’immagine di Roy Lichtenstein molto eloquente a questo proposito, oltre che divertente, è quella di una donna con le lacrime che le rigano le guance, una mano tra i capelli e la nuvoletta che recita: «I can’t believe it. I forgot to have children» [Non ci credo. Mi sono dimenticata di avere figli]. Perché una cosa è certa. Come affermava la Badinter, dagli anni ’70 in poi, tra anticoncezionali e aborto, in un modo o in un altro, un figlio spesso non è più una priorità assoluta, ma solo un’eventualità possibile.
Liberarsi della retorica sulla maternità e dai dogmi di una cultura ormai troppo arcaica è una conquista importante che va fatta, soprattutto in Italia. «Forse è che sono rimasta bambina io», così la scienziata Margherita Hack spiegava la sua scelta. Aggiungendo subito dopo che i suoi allievi erano stati i figli che non aveva avuto. E indicando che madri e padri si può essere in tanti modi, non solo partorendo.
I traumi legati al parto, alla mancanza di figli, all’aborto spontaneo e all’infertilità sono frequenti. Secondo te, come si potrebbero prevenire e/o superare questi traumi?
Sembra banale ma la prima tappa per guarire un trauma è riconoscerlo. Quante volte invece facciamo finta di niente e tiriamo avanti, apparentemente forti e determinate come prima? Ma è solo attivando un ascolto appropriato delle nostre autentiche emozioni che ci possiamo fare carico di quel senso di impotenza e inadeguatezza, rabbia, dolore, delusione che questi avvenimenti inevitabilmente ci lasciano addosso. Per poi essere in grado di risentire affetto per sé, comprensione e tenerezza. La guarigione, come sosteneva Freud, è sempre una “recidiva d’amore”. Occorre un’autoaccettazione attiva della propria fragilità. Del proprio non farcela. I fallimenti sono ineludibili: siamo esseri umani imperfetti, ma amabili e amanti comunque.
I tuoi libri sono ispirati alle tue esperienze personali e traumatiche. Potresti parlarci del processo di guarigione? In che modo scrivere e parlare apertamente della tua esperienza ti ha aiutato nel percorso di recupero?
L’infertilità spesso viene vissuta come un inaspettato “sgambetto esistenziale” ed è capace di far esplodere crisi laceranti. Si smarrisce l’autostima e la fiducia. Si comincia a credere di non valere niente. Ci si vergogna e ci si isola. E si rischia di rimanere sempre più soli. E così la sterilità personale conduce a una sterilità sociale. «Rimaniamo chiuse nel nostro dolore, pensando di essere in qualche modo rotte», confessa nella sua biografia la “vincente” Michelle Obama, passata anche lei attraverso l’esperienza dell’infertilità e degli aborti ripetuti. «Penso che la cosa peggiore che facciamo l’un l’altra tra donne sia non condividere la verità sui nostri corpi e su come funzionano».
Sono d’accordo. Il mio romanzo ha avuto una doppia funzione. Da una parte mi ha aiutato ad esplicitare i miei più nascosti sentimenti, ad elaborare le mie ansie, a chiarire il significato che attribuivo a un figlio. E mi ha fatto ritrovare me stessa con benevolenza. Dall’altra, sempre grazie al potere fecondante delle parole – quelle sì, sempre fertili e capaci di rivitalizzare! – mi ha permesso di aprirmi all’esterno. Infatti, ho cominciato a parlare del mio ormai annoso ma segreto problema ad amici e parenti. E ho incontrato tantissime persone che ne erano anch’esse toccate, spesso insospettabili. A volte molto vicine a me. Ho sentito che non ero sola. Facevo anzi parte di una comunità ben nutrita.
Il libro mi è cresciuto dentro come una gravidanza. Ha curato vuoti e mancanze. La sua fine è stata simile a un parto. In più mi ha permesso di sperimentare una sorta di “genitorialità”: sentivo cioè che poteva giovare ad altri. Non è un caso che, come esergo, abbia scelto una frase di Seneca: «Scriverò solo cose che possano essere utili sia a me che a te: ti esorterò alla saggezza». E non è un caso che tantissime donne mi abbiano poi contattato, raccontandomi pezzi importanti ed emozionanti della loro vita. Quasi tutti i messaggi iniziavano così: «Ciao Eleonora, sono anch’io una difettosa…».
Riferimenti bibliografici
E. Badinter, Le conflit. La femme et la mère, Flammarion, 2010.
A. Kimball, «Unpregnant: The Silent, Secret Grief of Miscarriage», The Globe and Mail, 3 dicembre 2015.
A. Kimball, The Seed: Infertility is a Feminist issue, Coach House Books, 2019.
L. Lazzari, N. Ségeral, Trauma and Motherhood in Contemporary Literature and Culture, Palgrave Macmillan, 2021.
L. Lazzari, N. Ségeral, Trauma and Motherhood in Contemporary. Literature and Culture. Creative Part. Online Supplement, Palgrave Macmillan, 2021.
E. Mazzoni, Le difettose, Einaudi, 2012.
A. Nin, Journal 1931-1934, Editions Stock, 1969.
M. Obama, Becoming, Crown, 2018.
Seneca, Lettere a Lucillo, Liberamente, 2024.
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