Psicotanatologia

Una serie lungo la soglia della morte

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La psicotanatologia è una scienza vecchia quanto la civiltà umana stessa, espressione della consapevolezza della ineluttabilità della morte, studiosa di tutte le misure elaborate dagli esseri umani per affrontare questa estrema realtà con mezzi essenzialmente psicologici. Questo compito si rivela sempre estremamente arduo e, in alcuni casi, impossibile se non ricorrendo a strategie francamente deliranti.  

Harold Searles discute il tema della realtà della ineluttabilità della morte per una particolare categoria di persone: le persone che si ammalano di una psicosi e, in particolare, di una psicosi schizofrenica. Searles afferma che, nel corso di una quasi ventennale esperienza quasi esclusiva di psicoterapia psicoanalitica con pazienti psicotici cronici in ospedale psichiatrico, si è venuto convincendo che tra le cause principali di una psicosi schizofrenica (se non la causa principale) è la paura della morte e l’impossibilità di affrontare la sua ineluttabilità, impossibilità determinata a vario titolo, psicologico e biologico. Ciò comporta il ricorso a difese specifiche come il diniego della realtà della morte e al massiccio disinvestimento di importanti aspetti della realtà che in vari modi fanno riferimento alla morte, con conseguenze clinicamente catastrofiche.  

Una di queste è rappresentata dalla necessità di ricorrere ad identificazioni grandiose/onnipotenti, tra cui la più frequente è la identificazione con Gesù Cristo nella narrazione dei Vangeli, nella quale la morte per crocifissione è seguita gloriosamente dalla resurrezione. Un paziente mi chiedeva insistentemente di tagliargli la testa e riuscii finalmente a capire che in questo modo lui (ed io con lui, nelle sue aspettative di transfert psicotico) avrebbe potuto constatare la sua natura divina e immortale, convinto come era che dalla decollazione sarebbe risorto. Un altro paziente mi proibiva, come proibiva a tutti, di pronunciare il nome di Satana, perché in questo modo avremmo potuto porci in concorrenza con lui stesso, unico autorizzato a dialogare con il demonio, come Gesù nel Vangelo. Si dichiarava signore della storia ed era convinto di governare onnipotentemente il tempo con il suo orologio, da cui peraltro non poteva separarsi senza cadere in un panico profondo. Se il primo paziente aveva sviluppato un transfert psicotico di affettuosa condivisione, il secondo era geloso del suo delirio, di cui temeva di essere privato da rivali/persecutori.  

Se Freud avanza l’ipotesi che la nevrosi ossessiva con i suoi riti ed i suoi cerimoniali sia una sorta di religione privata destinata a rassicurare e proteggere magicamente il malato dalla colpa – e aggiungerei dalla morte fisica e spirituale – possiamo anche osservare che la religiosità sia una forma collettiva di elaborata protezione rispetto all’angoscia della morte, oltreché della colpa, avendo come suo muro maestro la fiducia o perlomeno la speranza della immortalità dell’anima. Certamente vi sono importanti aspetti “illusionali” in ogni religione e una religione storica può essere abbandonata a causa della sua inattualità. Tuttavia, non dobbiamo assolutamente trascurare quali siano i benefici che una religione propone e attraverso quali modalità dottrinali e pratiche vengano ipoteticamente perseguiti, allo scopo di capire le strategie in essa contenute per fronteggiare l’angoscia della ineluttabilità della morte. Non sarà allora così facile riprodurre in altri ambiti gli stessi dereistici obiettivi (l’invulnerabilità promessa implicitamente dalla scienza, dalla tecnologia e dalla medicina per esempio) e ancor meno sottovalutare l’impatto latente della angoscia della morte anche quando non sembri apparire evidente, sulla base di operazioni di rimozione e di diniego favorite dalle specifiche circostanze di vita del momento, per esempio la giovinezza, la buona salute, il peso momentaneamente prevalente della pulsione libidica. È importante osservare in generale che siamo vittime di una sorta di ottundimento rispetto alla nostra stessa morte, un po’ come ci accade relativamente alla crisi ecologica, di cui siamo stati largamente e colpevolmente inconsapevoli e di cui oggi cominciamo forse a tenere conto. È. notevole constatare come i due eventi siano naturalmente connessi in modo formidabile.  

La psicotanatologia si occupa dunque dell’impatto della angoscia di morte nella nostra vita psichica. È incredibile notare come uno degli eventi scientifici significativi nella storia del movimento psicoanalitico sia stato caratterizzato dalla diffusione delle idee di Otto Rank sul cosiddetto Trauma della nascita. Perché incredibile? Freud vi fece riferimento con grande interesse, ma anche un tantino obtorto collo, in uno scritto importantissimo come Inibizione, Sintomo e Angoscia. Freud cerca di formulare una teoria dell’angoscia più convincente di quanto aveva proposto in un primo tempo, consistente nell’idea secondo cui l’angoscia potesse essere l’espressione di libido repressa, non scaricata. Ora l’angoscia appare a Freud espressione di un evento traumatico, e dopo avere seriamente preso in considerazione la teoria di Rank per cui l’angoscia è il vissuto che accompagna sempre la nascita, in modo più coerente con l’impianto teorico-clinico della psicoanalisi, Freud avanza l’ipotesi che l’angoscia sia per il bambino molto piccolo il correlato della separazione dall’oggetto di bisogno, perlopiù la madre, dunque la perdita di un oggetto fondamentale per una creatura totalmente dipendente e impotente di fronte al bisogno. Freud forse trasforma l’angoscia della nascita, cui pure riconosce una propria importanza, in una angoscia della morte, intesa come una minaccia radicale alla integrità, alla sopravvivenza stessa del cucciolo d’uomo incapace di provvedere ai propri bisogni. Forse si può immaginare che la pulsione di morte venga in aiuto del piccolo abbandonato quando questo, esaurita vanamente la ricerca dell’oggetto perduto, si rassegna ad una passività senza speranza e si consegna alla autodistruzione, e non solo alle vicende esterne dell’abbandono. Il buon oggetto di bisogno dunque svolge un ruolo importantissimo nel frenare la pulsione di morte, se non addirittura nel piegarla a servire la vita, come possiamo constatare nell’uso dell’aggressività non-ostile e in tutti i complessi processi di neutralizzazione della pulsione di morte, nel suo uso nella costruzione di strutture adattive psichiche, e forse in una sua stessa possibile sublimazione, come pare di potere leggere nella lezione hartmaniana ed in quella dei suoi stretti collaboratori. È su questa base che è possibile immaginare che la difesa dalla pulsione di morte non sia solo la sua esternalizzazione e neppure il masochismo autodistruttivo.  

La psicotanatologia in questa ottica diventa una parte integrante se non fondamentale degli studi di metapsicologia e della clinica non solo legati alla pulsione di morte ma in generale alle vicissitudini delle pulsioni e delle istanze, delle relazioni oggettuali e del narcisismo di vita e di morte. Freud ha dedicato un’attenzione particolare alla psicotanatologia, e sempre di più nel corso della sua vita, ma non sembra essere stato emulato dai suoi epigoni. La letteratura psicoanalitica dopo Freud non è affatto ricca di titoli concernenti tale ambito, cosa che non può non stupire se si considera quale fonte di inquietudine rappresenti per l’essere umano la percezione della propria caducità. Se possiamo capire lo sforzo disperato degli esseri umani di reprimere l’angoscia relativa alla morte, molto meno è accettabile la trascuratezza degli analisti relativa a questa evidenza clinica, salvo rileggere le parole amare di Freud in Analisi Terminabile e Analisi Interminabile sul conto degli analisti, tendenzialmente propensi, secondo lui, a proiettare sui propri pazienti le loro ansietà e le loro difese, come per esempio il diniego. Harold Searles stesso introducendo la sua riflessione sulla casistica borderline non esita a ritenere che la struttura tipica dell’analista sia la struttura borderline, vorremmo aggiungere ottimisticamente prima di iniziare la propria analisi personale. E la struttura borderline privilegia i meccanismi della proiezione, della scissione, della autoidealizzazione e del diniego, accanto a modalità difensive più nevrotiche. Ciò potrebbe rimandare anche ad un deficit formativo degli analisti globale e ad uno più specifico di carattere etico ed antropologico-culturale, basato sulla ricerca di conferme narcisistiche ed autoreferenziali fondate su un sapere dogmatico, debitore di una tradizione e di una affiliazione percepite come grandiose e considerate indiscutibili. Fortunatamente altre scienze si sono avvicinate con genuino interesse e senza pregiudizi alla psicoanalisi freudiana, riconoscendone la ricchezza potenziale euristica e la capacità dialettica qualora gestite sine ira et studio, ma con genuina passione conoscitiva. Tra queste scienze le neuroscienze occupano oggi un posto di rilievo, accanto ad altre – più sperimentate in quanto interlocutrici – come l’antropologia, l’arte e la letteratura, la biologia.  

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