12 Febbraio 2026 – Medical Humanities, Arte, Etica, NarrazioniTempo di lettura: 15 minuti
12 Febbraio 2026
Medical Humanities, Arte, Etica, Narrazioni
Tempo di lettura: 15 minuti
Dall’ampia vetrata si dominava tutta la città.
Sullo sfondo, illuminati dai riflettori, Castel Sant’Angelo e la cupola di San Pietro sembravano rispondere allo sguardo dell’uomo che osservava la distesa di luci, standosene comodamente seduto nella poltrona sulla predella: un modello esclusivo e imponente, disegnato apposta per la sua figura, che gli consentiva di avere ai suoi piedi tutta la capitale, mentre dominava anche il visitatore, obbligato a stare su una scomoda e bassa sedia di legno.
La scrivania era immacolata, e il piano di cristallo rifletteva la luce del sigaro che, con calma, veniva gustato.
«Devo riconoscere, Cesare, che i sigari dell’Honduras hanno poco da invidiare a quelli cubani. Peccato che ce ne sono rimasti solo pochi. Avevi avuto proprio ragione a farmi venire là: il viaggio è stato perfetto, sotto ogni punto di vista. Perfino sotto quello politico».
«Neanche a me è piaciuto volare, ma ogni tanto ci tocca. Poi le soddisfazioni sono state davvero grandi – rispose il più giovane dei due, avvolgendosi con una nuvola di fumo profumato – e qui è pressoché impossibile averle».
Il Ministro si concesse una pausa, contemplando lo spettacolo di Roma illuminata: «Un giorno – pensava – sarò io a controllare tutto questo. Mica fare solo il ministro: se posso essere io a capo di tutto so bene cosa fare…».
«È vero – riprese il Ministro – qui siamo sempre controllati, specialmente io. Tu sì che sei fortunato: hai la tua bella auto blu, ma non sei obbligato a girare con la scorta, come tocca a me. Quando vuoi, puoi andare dove vuoi senza dire niente a nessuno. Comunque, niente male quei bambini in Honduras, meglio del previsto».
Nell’atmosfera cupa della città eterna, fuoriesce una storia silenziosa ma potente. Dalla prima pagina, si percepiscono subito i sintomi di una storia quanto meno agghiacciante. E sì, dall’ultima frase che vi ho lasciato in citazione avrete già capito. La cupola dei coccodrilli (Mnamon, 2018) è un romanzo di Maurizio Bruni, un altro straordinario medico e scrittore.
Ci sono romanzi che non si limitano a raccontare una storia, ma costruiscono un vero e proprio dispositivo di osservazione. È ciò che potete trovare nella Cupola. Leggendolo, non ci si sente chiamati soltanto a seguire un intreccio, bensì a interrogarci su ciò che accade sotto la superficie: i meccanismi del potere, le ambiguità morali, le responsabilità individuali.
Sarò più chiaro: è in questa intercapedine tra narrazione e riflessione che la Letteratura incontra la Medicina.
All’interno della rubrica Medici d’autore ci interessa proprio questo punto di contatto: quando lo sguardo clinico, abituato a riconoscere segni e sintomi, si traduce in racconto. La cupola dei coccodrilli si inserisce perciò con naturalezza in questa prospettiva.
Un thriller che utilizza l’indagine criminale come strumento per esplorare strutture sociali complesse e le zone d’ombra dell’agire umano. Aggiungo: in momenti come quello che stiamo vivendo, questo è uno di quei romanzi non scelti per distrarre, ma per mettere in tensione il pensiero.
Il romanzo di Bruni rappresenta il secondo capitolo di un progetto narrativo che segue La villa dei coccodrilli. La vicenda si muove lungo un doppio binario: da un lato Sergio Mandelli, giovane chirurgo alle prese con un contesto professionale che mette alla prova competenza e integrità; dall’altro Mario Bucciantini, sostituto procuratore, chiamato a districarsi in un sistema di relazioni opache in cui criminalità, politica e interessi personali si intrecciano.
La “cupola” evocata dal titolo non è soltanto un’organizzazione clandestina: è una metafora potente di un sistema chiuso, autoreferenziale, in cui il potere si protegge e si riproduce. Bruni costruisce un intreccio teso e credibile, ma soprattutto stratificato, in cui l’azione investigativa diventa occasione per osservare come le strutture sociali influenzino le scelte individuali e deformino il senso di responsabilità.
È qui che emerge con forza la specificità dello sguardo medico. La narrazione non indulge in tecnicismi gratuiti, ma utilizza la competenza clinica per restituire personaggi verosimili, situazioni professionali riconoscibili, dilemmi etici che non ammettono soluzioni semplici.
La Medicina, in questo romanzo, non è solo uno sfondo: è un luogo di conflitto morale, dove la cura può essere compromessa da pressioni esterne, interessi economici, logiche di potere.
È proprio il concetto di potere e le sue sfumature, a fare da sfondo a tutto il romanzo:
«Caro Antonio», proruppe Sidoli vedendo entrare, sempre affannato ma vestito impeccabilmente, il collega.
«Non ti scusare per il ritardo».
«Ho bisogno di un favore personale, prima di discutere dell’altra vicenda».
Gli occhietti di Sidoli roteavano, mentre controllava che le porte fossero ben chiuse.
«Per un amico farò tutto – rispose Tarozzi togliendosi la giacca e sedendosi sulla sedia presidenziale, giusto per sottolineare chi era il capo lì dentro – dimmi cosa ti serve».
«È un favore delicato: dopo le mie dimissioni sono stato avvicinato da un tuo collega, dell’opposizione, che ha sondato una mia eventuale disponibilità a entrare nel suo partito».
Se la leggenda di Pinocchio fosse stata vera, i nasi dei due uomini avrebbero potuto quasi duellare, ma entrambi erano due ottimi politici, quindi mentivano sapendo che l’altro ne era perfettamente conscio, ognuno arrovellandosi sugli obiettivi sommersi che l’avversario aveva riposto in quell’incontro. Il rischio, tra politici, è la possibilità che a uno sfugga, o che dica consapevolmente, la piena verità senza che l’altro lo comprenda.
Ma questo gioco di bluff e contro-bluff è, per la maggioranza della classe politica, il vertice delle capacità: forse il cittadino non sa che il massimo della menzogna è espresso quando il politico fa affermazioni come “Sulla mia parola…” oppure “Sul mio onore garantisco…” o anche “Posso assicurare che…”.
In realtà, non è vero che tutti i politici mentano spudoratamente. Lo fanno solo quelli che mirano a una lunga carriera: chi non mente è destinato a rapida emarginazione perché non ha compreso le regole del gioco.
Il libello invita a riflettere sul rapporto tra competenza tecnica e responsabilità civile, tra ruolo professionale e coscienza individuale, mettendo in scena una tensione che molti conoscono bene, anche al di fuori della finzione narrativa.
La cupola dei coccodrilli è un romanzo che non cerca alibi nella finzione. Attraverso la forma del thriller, Maurizio Bruni mette in scena un sistema di potere opaco e resistente, capace di proteggere se stesso e di neutralizzare ogni tentativo di responsabilità. Il male, in questo racconto, non è spettacolarizzato: è organizzato, normalizzato, amministrato.
Intendiamoci: Bruni non scrive un semplice thriller d’intrattenimento. La tensione, i colpi di scena e il ritmo serrato convivono con una riflessione più profonda sull’uso del potere e sulla fragilità delle istituzioni. In questo senso, il romanzo si colloca pienamente nello spirito di Medici d’autore: una Letteratura che nasce anche dall’esperienza professionale, ma che non si esaurisce in essa, aprendosi a una comprensione più ampia dell’umano.
È qui che lo sguardo del medico fa la differenza. Bruni osserva i meccanismi della corruzione e della complicità con la precisione di chi è abituato a riconoscere i segni di una patologia prima che diventi irreversibile. La narrazione procede come un’indagine clinica sul corpo sociale, mostrando come l’assenza di etica trasformi le istituzioni in involucri vuoti e la competenza in uno strumento ambiguo.
Nel panorama delle Medical Humanities, questo romanzo si impone come un esempio riuscito di letteratura che non separa intrattenimento e responsabilità. La cupola dei coccodrilli non offre rassicurazioni, ma pone domande scomode: sul ruolo di chi cura, su quello di chi governa, e su quanto ciascuno sia disposto a vedere e a tacere.
Una lettura che conferma come, quando la scrittura nasce da una pratica professionale consapevole, la narrativa possa diventare uno spazio critico essenziale. Non per spiegare il mondo, ma per costringerci a guardarlo senza filtri.
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