Quando morire è meglio di crepare

Cronaca di una morte non autorizzata

Per la natura sensibile dei temi affrontati, l’autore ha scelto di non rendere pubblica la propria identità. Il contributo viene pertanto pubblicato in forma anonima, nel rispetto di questa scelta e con l’intento di preservare uno spazio di riflessione libero e sicuro.

Era il quinto giorno di singhiozzo e quello scheletro rivestito di pelle, ovvero ciò che restava di quella pezza d’uomo che era mio padre, tra gli “hic, hic” diceva ancora qualche parola, ma la volontà di fare un discorso gli era passata: «An podi piü»; «Speri da piü vegan per tantu»; «Speri da pasaa da là prescht»; «A vurares fa adess cuma un can, che va a quatas gioo sota un quaich sprüch e né al bef, né al mangia. Al faa piuu nagott e al sa lasa murii».

E ti guardava con quegli occhi da condannato a morte sul carro che lo porta al patibolo, che sa che tutto ciò che guarda è per l’ultima volta e non ci sarà più ritorno.

Ci fu però un lampo di gioia nel rivedere la mia famiglia. Abitiamo nella Svizzera interna, forse non pensava più di vederci di nuovo così presto. Lo sguardo si posò sui nipotini che amava tanto. Subito la gioia sparì: forse la loro reazione nel vederlo in quello stato o forse aveva realizzato che anche per loro era l’ultimo commiato e non avrebbe mai più condiviso delle “scoperte” con loro, come era abituato a fare. Il cuore gli si strinse e una lacrima scese da quegli occhi fissi. E quando il piccolo nipote, figlio di mia sorella gli si avvicinò, il nonno gli disse: «Scüsa per cuma a sum chii, che a podi gnanca fat più un bacio».

L’indomani, malgrado i medicamenti per fargli passare il singhiozzo, tutto era come la vigilia, soltanto sembrava più esausto e meno cosciente. Il dottore mi disse che c’era un’altra medicina per far passare il singhiozzo, ma poteva avere come effetto collaterale quello di provocare un arresto respiratorio.

«Eeeeh?», risposi io.
«Lei comprende che un arresto respiratorio lo porterebbe più rapidamente al decesso!».
«Eeeeh?», risposi ancora.
«Suo padre morirebbe poco dopo la somministrazione del farmaco!».
«Eeeeh? Non è quello che stiamo aspettando da una settimana? Visto le ultime esternazioni di mio padre a questo riguardo, mi sembra che prima succeda, meglio sia».
«Ma non possiamo somministrare il farmaco senza il consenso scritto della famiglia».
«Ok, glielo do io il consenso. Dove devo firmare?».
«No, di tutta la famiglia: sua madre, sua sorella e lei».

Ci mancava anche questa! Vado da mia sorella, le spiego la situazione, metto giù due righe, io firmo, lei firma…e chi va dalla mamma per spiegarle la situazione? Lei che è attualmente, emozionalmente, come uno Sputnik? Ci andiamo tutte e due. Bene, firmato anche lei, senza troppi ma e però. Dopo questo benedetto consulto con i membri della famiglia, fu deciso di agire in questo senso; il medico preparò il medicamento e una dose supplementare di morfina. Probabilmente, ci disse, il decesso sarebbe avvenuto nelle prossime due ore. Bisognava prepararsi.

Papà era incosciente, fece qualche piccola pausa respiratoria, ma di ore ne passarono due, poi quattro, poi il pomeriggio e la notte. Il singhiozzo che si era affievolito durante 24 ore ricominciò e si decise di somministrare ancora una volta i medicamenti della vigilia. Forse questa era la volta buona per il singhiozzo e per farlo passare a miglior vita. Macché! Il singhiozzo cessò, ma cuore e polmoni resistevano.

Se gli si parlava in un orecchio, papà reagiva cambiando la respirazione, ma il corpo restava immobile. Gli occhi non li apriva più. Mia sorella ancora gli parlò: «Paa, urmai tüt l’èe stai fai e dii. Ta podat naa, piü nient ta tegn chii. Van da la to mam e dal to paa, salüdai». Niente si mosse fuorché due grosse lacrime che scesero da quegli occhi immobilmente chiusi. Papà voleva partire, ma la buona salute del cuore e dei polmoni lo teneva in ostaggio di quel corpo allungato sul letto. L’indomani, sempre di più con la respirazione e dalla sua bocca che restava aperta, usciva un puzzo di putrescenza che ti andava dritto al naso e al cervello. Ti impregnava gli abiti, tanto che quando arrivavo a casa dopo averlo vegliato la notte dovevo cambiarmi tutto e fare una doccia. Questo odore si incollava dappertutto: malgrado il cambio degli abiti e l’insaponamento con ampia frizione della pelle sottostante, te lo sentivi ancora addosso.

Era l’odore della morte: quello tanto descritto da vari autori testimoni dei campi di battaglia, dove giacciono i cadaveri in putrefazione, un po’ acido, un po’ zuccherino, ma pur sempre nauseabondo. Non era per me l’odore della morte, perché il morto non c’era ancora, ma l’odore della sofferenza! In quel momento, mi sono giurato a me stesso che mai avrei fatto subire una situazione del genere alla mia famiglia, avrei trovato un sistema per partire prima, al costo di bere un litro di candeggina!

Pomeriggio del terzo giorno di incoscienza, lo stavo vegliando. Sono arrivate delle visite: degli amici, dei colleghi di lavoro che volevano ancora incontrarlo, parlargli: ormai troppo tardi. Soltanto un rutto gli montò dallo stomaco e il puzzo che si diffuse nella stanza fu tale che obbligò i presenti a proseguire la conversazione sul balcone. La sera diedi il cambio a mia madre per permetterle di andare a cena. Mi raccontò che era passato il giovane parroco e nel veder il moribondo così disse: «Che bello vederlo lì che soffre! Quanto soffre! Lei (mia madre) pensi a quante anime che si trovano nel purgatorio e che grazie alle sue sofferenze, quante di esse si innalzano e vanno in paradiso!». Mia madre, fervente credente, che prende per oro colato tutto ciò che dice la Chiesa e i suoi ministri acconsentì. Soltanto dopo, parlandomene e vista la mia indignazione, lasciava trasparire “una qualche riserva”. Ma come si può al giorno d’oggi avere una visione medioevale, dantesca di una tale situazione? Il sacerdote ha avuto fortuna di esprimere queste considerazioni a mamma, perché se ci fossi stato lì io, avrebbe misurato la distanza tra il balcone della stanza e il marciapiede, senza passare per le scale.

Rieccomi al suo capezzale, era la terza notte di veglia, il dottore mi disse che probabilmente era in coma. Lo doveva essere anche quando le lacrime gli scesero dal suo viso. Che ne sa la medicina in questi frangenti? E la religione? Che ne è del corpo? Della sofferenza fisica? Della coscienza? Della sofferenza psichica? E dell’anima?

Era mezzanotte passata, l’infermiera e l’aiuto vennero per cambiarlo. Aveva ancora urinato e bene. La funzione renale era intatta, pressione 120-140 su 80, quanto a pulsazioni non ne perdeva un colpo, respirazione pressoché regolare. Ne dedussi che l’agonia sarebbe stata ancora lunga.  Forse col muoverlo, ecco un altro rutto fetente e il singhiozzo ripartì. «No! Non è più sopportabile questa visione! Ora passo all’azione.

Nelle lunghe ore di veglia notturna un’idea si era fatta strada, cioè quella di aiutarlo a morire, ciò che in parole povere voleva dire ammazzarlo. Un’idea venuta dal diavoletto sulla spalla sinistra o dall’angioletto sulla spalla destra? Impossibile dirlo, quando il delitto è un atto di pietà.

Una voce mi dice: «Basta dolore, lascialo andare»; l’altra: «Non tocca a te decidere quando». Ma quale delle due parla con voce celeste e quale con tono infernale?

Il limite del bene sconfina nel male? Possibile che in certe situazioni si sono scambiati posto? I medici recitano la legge, la famiglia invoca la dignità e la coscienza, sola, cerca un equilibrio tra giustizia e amore. Alla fine, resta solo il dubbio: chi guiderà davvero quella mano? Il diavolo della compassione o l’angelo del coraggio? Oppure, ancora, l’angelo della compassione o il diavolo del coraggio? E il pensiero razionale cosa dice? In ogni caso, se papà avesse visto anche un cane in simili condizioni, avrebbe imbracciato il 6 millimetri e “pam” fra i due occhi. Pregai, supplicai mio padre di darmi un segno, ma niente: niente si muoveva in quella stanza desolante.

Lo accarezzai, lo baciai (bacio di Giuda?), gli chiesi scusa per quello che mi apprestavo a compiere. Ero sicuro al 99% che quello che facevo era pure la sua volontà, ma c’era pur sempre questo 1% di dubbio. Voleva andarsene al più presto, ma se avesse cambiato idea durante l’agonia? Lasciarlo penare così, non lo meritava di certo! E chi merita certe cose? Gli sollevai piano piano il mento, col palmo della mano sinistra e col pollice chiusi dolcemente la bocca, come tante volte ho fatto nei corsi di rianimazione. È stato lo stesso gesto che, forse in questa stessa stanza, in un altro tempo, ha servito a richiamare la vita in un ultimo atto di cura. Ma qui, al contrario, quel tocco lo interrompe: invece di rianimare, aprire le vie, ridare respiro, tappai leggermente il naso con pollice e indice della mano destra: l’apnea cominciò. Ci volle pochissima forza, non cercava l’aria oltremodo, non si divincolava, come mi ero immaginato, non c’era una volontà di ritrovare la respirazione come quando si è sott’acqua. Non ci fu violenza: solo un figlio che fa a modo suo ciò che la medicina umana non osa fare con altri mezzi. Si accelera, si cambia il destino, ma l’intento resta identico: dare pace.

«E se soffre? Ma no! Guarda come resta calmo, non si muove neanche». Ho pianto. Non mi sentivo più, mi sembrava di ammazzare me stesso. 100, 1000 cose mi passano per la mente in un secondo. Non saprei dire per quanto tempo sia restato così, ma mi è sembrato pochissimo e tantissimo! Forse neanche un minuto? Ecco che non respirava più. Cercai il polso: niente. All’improvviso «Aaaah»: non è stato un respiro, ma sono sicuro che era l’anima che usciva dal corpo. Tutto era finito. Mi sedetti accanto, gli tenni la mano, il suo viso diventò pallido, grigio, mentre nel mio sentivo le pulsazioni, la vita. Lo contemplai, mi dissi che per la rapidità dell’operazione la sua vita doveva essere proprio sospesa a un filo. Ma cosa succede? Respira di nuovo! E il corpo che vuole riprendersi l’anima (che immagino in un angolo della stanza). «No» – mi dico – «lasciala andare». Con un balzo, come d’istinto, di nuovo ripetei l’operazione di prima. Qualche attimo e poi tutto si arrestò di nuovo. Stavolta doveva essere veramente la fine, e così fu. Aspettai ancora un po’, non si sa mai (mi sentii machiavellico… e per forza! Avevo appena commesso un omicidio).

Chiamai l’infermiera e le dissi che papà era morto. Lo guardò, partì, chiamò il medico per constatarne il decesso. Il medico mi fece uscire dalla stanza e dopo un minuto uscì e mi porse le sue condoglianze. Staccai poi la cornetta del telefono sul comodino, composi il numero. «Pronto?». «Ciao, mama, a sum mii» – e telegrafico – «Paa l’è nai: l’è finida».

E mi posi subito la domanda fra me e me: la sua agonia era finita; sarà poi l’inizio della mia?

Considerazioni finali. Le motivazioni di questo scritto

Perché ho scritto questo testo? Essenzialmente per due motivi. Il primo è la consapevolezza che questo atto marca la tua vita come se ti bruciassi volontariamente con ferro rovente la tua propria carne. Lo scritto, che all’inizio non era che una serie di appunti, voleva fissare nel tempo e far ricordare per filo e per segno le circostanze per cui l’ho fatto. Quel ferro rovente l’hai guardato e rimirato, cosciente del suo calore e di quel che può fare sulla tua pelle, sui tessuti sottostanti e le conseguenze a lungo termine. Cosciente anche del giudizio di chi verrà a conoscenza, che potrà variare dall’esaltazione alla denigrazione o declassato come atto perverso e giuridicamente reprensibile. La maggior parte a questo stadio si tira indietro, ma tu no, lo studi e ti dici se è poi così cattiva la morte. Allora ti avvicini, senti il calore, i tuoi muscoli si tendono in previsione del dolore, la pelle si accappona, i peli si rizzano e sono proprio questi ultimi i primi a bruciare. Poi senti il dolore, l’odore. Fatto! E malgrado il metallo lontano, il dolore resta, anzi aumenta perché il calore va nel profondo del tuo corpo. Ecco, questo ho voluto fissare nero su bianco. Per paura che col tempo, quando guarderò la cicatrice, che non sarà più piaga aperta, quando il freddo avrà smorzato il calore, quando un altro dolore avrà preso il posto della fitta che ti fa urlare, quando il profumo della vita avrà disperso l’odore… ti potrai allora domandare: «Ma com’era? Ma perché poi l’hai fatto?». E visto che la mente è un colabrodo e che la psiche ha tendenza a rimuovere, non volevo col passar del tempo, alterare l’evento.

Il secondo motivo è perché tutte le cose che succedono a questo mondo si possono spiegare e far capire soltanto se si è fatto il giro di tutte le sfaccettature e magari, a questo punto, si possono forse anche condividere. Mi sono giurato quel giorno che non sarei morto così e che avrei fatto di tutto per non imporre ai miei posteri (che probabilmente saranno a quel momento in età di comprendere) la condivisione di un tale calvario e magari certe idee che potrebbero nascere nella loro mente, come sono nate nella mia e far ripetere un déjà vu. Per cui il testo sarebbe saltato fuori in famiglia al momento opportuno per giustificare o perlomeno far comprendere un mio eventuale atto estremo per non finire la mia vita in tali condizioni.

E adesso che scrivo “il perché”, col senno di poi, dopo circa 20 anni di sensibilizzazione e di condivisione in questo ambito, mi dico che non sono solo, ce ne sono e ce ne saranno altri che hanno scelto o sceglieranno di invischiarsi in una gabola come la mia. Passare all’atto ha gravi conseguenze. Il solo pensiero nella nostra morale giudeo-cristiana è già peccato quasi mortale, figuriamoci il resto! Questo spiega l’omertà in questo ambito. Una pubblicazione in ambito medico, e forse a più larga scala, merita di essere considerata.

Forse predomina il mio ego: che tutto non sia stato vano. Ma forse mi sbaglio. Come dice la Bibbia «Tutto è vanità, nient’altro che vanità». Il che ci fa relativizzare tutto: la vita, gli atti, la morte.

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Una risposta a “Quando morire è meglio di crepare”

  1. Ilaria P.

    Questo racconto mi ha lasciato un profondo senso di tristezza. Tra le righe ho percepito una sofferenza immensa: quella di un uomo che sentiva di non poterne più, ma anche quella di un figlio che ha vissuto il dolore del padre fino al punto di farsene carico in modo estremo.

    Sono infermiera e, negli anni, ho accompagnato diverse persone alla fine della vita. Forse anche per questo, leggendo questa testimonianza, mi sono posta più domande che risposte. Ho l’impressione che oggi, quando le cure palliative vengono attivate precocemente e in modo competente, molte dipartite siano più serene di quanto accadesse in passato. Ma so anche, per esperienza, che non è sempre così. Molto dipende dal contesto, dalle risorse disponibili, dall’équipe che accompagna il paziente e, inevitabilmente, anche dalle scelte cliniche.

    La medicina si fonda sulle evidenze scientifiche, ma conserva una componente di soggettività. E questa soggettività può tradursi in una profonda disuguaglianza: non tutte le persone hanno le stesse possibilità di essere accompagnate con il miglior controllo possibile del dolore e della sofferenza. La dignità nel fine vita non dovrebbe mai essere una questione di fortuna.

    Ciò che più mi colpisce di questo racconto è che non leggo la volontà di togliere una vita. Leggo un figlio che amava profondamente suo padre e che si è trovato davanti a una sofferenza che percepiva ormai insopportabile. Non riesco a giudicarlo. Posso solo immaginare il dolore che ha vissuto in quei giorni e il peso che, probabilmente, continuerà a portare con sé. Nessuno dovrebbe essere costretto a trovarsi solo davanti a una scelta così lacerante.

    Mi domando se una palliazione ancora più efficace avrebbe potuto cambiare il corso di questa storia. Mi domando anche se, in un contesto dove fosse stato possibile e corrispondente alla volontà della persona, un percorso come quello di Exit avrebbe evitato a questa famiglia di vivere un dramma tanto profondo. Sono domande sincere, non certezze.

    A chi ha scritto queste pagine vorrei semplicemente dire che ho letto il suo dolore. E, pur non avendo risposte, sento di poter comprendere la disperazione, l’amore e l’impotenza che emergono da ogni riga. Grazie per aver avuto il coraggio di condividere una ferita così intima. Spero che, con il tempo, insieme al dolore possa trovare anche un po’ di pace.

    Questo racconto, più che dividere, dovrebbe invitarci a riflettere. Su quanto sia importante investire nelle cure palliative, garantire equità nell’accesso alle cure e accompagnare ogni persona con competenza, umanità e rispetto, perché nessuno debba mai arrivare a desiderare la morte solo perché la sofferenza è diventata insostenibile.

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Un pensiero su “Quando morire è meglio di crepare

  1. Ilaria P. dice:

    Questo racconto mi ha lasciato un profondo senso di tristezza. Tra le righe ho percepito una sofferenza immensa: quella di un uomo che sentiva di non poterne più, ma anche quella di un figlio che ha vissuto il dolore del padre fino al punto di farsene carico in modo estremo.

    Sono infermiera e, negli anni, ho accompagnato diverse persone alla fine della vita. Forse anche per questo, leggendo questa testimonianza, mi sono posta più domande che risposte. Ho l’impressione che oggi, quando le cure palliative vengono attivate precocemente e in modo competente, molte dipartite siano più serene di quanto accadesse in passato. Ma so anche, per esperienza, che non è sempre così. Molto dipende dal contesto, dalle risorse disponibili, dall’équipe che accompagna il paziente e, inevitabilmente, anche dalle scelte cliniche.

    La medicina si fonda sulle evidenze scientifiche, ma conserva una componente di soggettività. E questa soggettività può tradursi in una profonda disuguaglianza: non tutte le persone hanno le stesse possibilità di essere accompagnate con il miglior controllo possibile del dolore e della sofferenza. La dignità nel fine vita non dovrebbe mai essere una questione di fortuna.

    Ciò che più mi colpisce di questo racconto è che non leggo la volontà di togliere una vita. Leggo un figlio che amava profondamente suo padre e che si è trovato davanti a una sofferenza che percepiva ormai insopportabile. Non riesco a giudicarlo. Posso solo immaginare il dolore che ha vissuto in quei giorni e il peso che, probabilmente, continuerà a portare con sé. Nessuno dovrebbe essere costretto a trovarsi solo davanti a una scelta così lacerante.

    Mi domando se una palliazione ancora più efficace avrebbe potuto cambiare il corso di questa storia. Mi domando anche se, in un contesto dove fosse stato possibile e corrispondente alla volontà della persona, un percorso come quello di Exit avrebbe evitato a questa famiglia di vivere un dramma tanto profondo. Sono domande sincere, non certezze.

    A chi ha scritto queste pagine vorrei semplicemente dire che ho letto il suo dolore. E, pur non avendo risposte, sento di poter comprendere la disperazione, l’amore e l’impotenza che emergono da ogni riga. Grazie per aver avuto il coraggio di condividere una ferita così intima. Spero che, con il tempo, insieme al dolore possa trovare anche un po’ di pace.

    Questo racconto, più che dividere, dovrebbe invitarci a riflettere. Su quanto sia importante investire nelle cure palliative, garantire equità nell’accesso alle cure e accompagnare ogni persona con competenza, umanità e rispetto, perché nessuno debba mai arrivare a desiderare la morte solo perché la sofferenza è diventata insostenibile.

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