Quel rumore di sottofondo
La cura tra le righe
Questo contributo fa parte di una rubrica. Il numero precedente è consultabile qui.
2 Luglio 2026 – Medical Humanities, Comunicazione, Dolore, Relazione, TestimonianzeTempo di lettura: 10 minuti
2 Luglio 2026
Medical Humanities, Comunicazione, Dolore, Relazione, Testimonianze
Tempo di lettura: 10 minuti
C’è una zona grigia in cui vivono le persone che non hanno ancora una diagnosi di cancro, ma sanno di portarne il rischio:
chi ha una mutazione del gene BRCA, chi ha avuto un melanoma in situ a diciassette anni, chi è stato dimesso dopo un intervento “curativo” ma si sente dire che non potrà mai rilassarsi del tutto. Per loro non è garantita a oggi una presa in carico psicologica strutturata. Spesso non sanno nemmeno che esistono psicologi e psicoterapeuti specialisti nel supporto a persone che vivono una malattia, come gli psiconcologi.
L’idea di questo approfondimento mi è nata leggendo un articolo pubblicato sul British Medical Journal in cui Elspeth Davies racconta esattamente questa esperienza. A diciassette anni le viene diagnosticato un melanoma in situ – la fase più precoce, le dicono, le cellule maligne rimosse completamente, trattamento definito “curativo”. Eppure, nei dieci anni successivi, quella parola non riesce a scalfire la tensione che si è installata tra lei e il suo corpo. I medici le chiedono di tenersi sotto controllo, di non abbassare mai la guardia. Un professionista sanitario le spiega che non potrà “mai rilassarsi”. Seguono biopsie, mappatura dei nei, app di monitoraggio con intelligenza artificiale – cinque invii in dieci anni a strutture di secondo livello, nessuno dei quali porta a nuove diagnosi maligne. Eppure ogni esame, invece di rassicurarla, alimenta la sensazione che il suo corpo sia una bomba a orologeria. Alla fine riceve una diagnosi di “ansia per la salute”. Si trova intrappolata, scrive, tra due impossibilità: preoccuparsi troppo poco significa essere sconsiderata, preoccuparsi troppo significa essere irrazionale, quasi pazza.
Diana Sala è psicoterapeuta, psiconconologa e vice-coordinatrice del Servizio di Psiconcologia della LILT Milano Monza Brianza. Riconosce immediatamente questa dinamica. «Non è solo incertezza clinica», mi dice. «È incertezza esistenziale che tocca la domanda più profonda: Chi potrò essere?». Quella domanda si insinua ovunque: nel corpo, nelle cure, negli esiti degli esami, ma soprattutto nella quotidianità. Nelle relazioni, nei progetti futuri, nella percezione di sé. Le emozioni oscillano continuamente tra paura e speranza, disorientamento e slancio.
E poi c’è il tempo – che cambia di qualità. Prima era qualcosa di scontato, un orizzonte aperto e indefinito. Con la diagnosi o con la consapevolezza del rischio, quella linearità si inceppa.
Alcune persone si sentono sospese, incapaci di immaginare il futuro. Altre sviluppano un’attenzione quasi assoluta ai piccoli momenti del presente. «Questo secondo atteggiamento tende a essere più protettivo», mi racconta Diana. «Concentra l’attenzione su ciò che è concretamente affrontabile, fa percepire la presenza di più fattori sotto controllo, riducendo le variabili che terrorizzano perché percepite come incontrollabili». L’attenzione ai momenti presenti è il principio su cui si fonda la mindfulness: non proiettarsi nel lungo termine, ma fare un bilancio a fine giornata di quello che è accaduto e affrontare il giorno dopo come un’unità a sé. Un orizzonte ristretto, ma gestibile. L’obiettivo del lavoro psicologico, mi spiega, non è eliminare l’incertezza, perché non è possibile. Si tratta, piuttosto, di accompagnare la persona nel riconoscere le proprie risorse, nel trovare ciò che ha ancora valore e che può continuare a esistere anche dentro la malattia o dentro il rischio.
Un caso che le è rimasto particolarmente impresso è quello di una paziente con mutazione BRCA1. Diceva di aver perso tutte le sue certezze, a partire dal proprio corpo: «il corpo che mi ha tradita». Cercava continuamente segnali che confermassero i suoi timori. Tutti intorno a lei le ripetevano di non pensarci – e lei si arrabbiava. Piano piano, nel percorso psiconcologico, hanno capito insieme che l’incertezza non sarebbe scomparsa, che il disorientamento era reale e legittimo, ma che prestare attenzione all’elemento quotidiano poteva mantenere una forma di stabilità. «Aveva una carriera brillante e non si fermava mai», mi dice Diana. «Con la diagnosi ha capito di fare una cosa per volta. Non si sentiva più travolta da mille pensieri. La malattia era come un rumore di sottofondo il cui volume si è abbassato tanto».
C’è poi un grande tema di identità. Diana lavora spesso con le immagini – in particolare con le carte di Dixit, uno strumento di metafora visiva che usa in psiconcologia. Per esempio, chiede ai pazienti di scegliere un’immagine del sé nel presente, una del passato, una del futuro desiderato. «Ci definiamo sempre attraverso le nostre identità lavorative e sociali», mi spiega. «Con la diagnosi, quei ruoli vengono stravolti». Un paziente ha scelto un’ancora per il passato – la sensazione di essere radicato. Per il presente, un castello appeso sulle nuvole. Per il futuro, un sentiero che cammina tra le colline, con bolle intorno. È una mappa visiva del disorientamento e della speranza che coesistono.
Elspeth Davies, nell’articolo del BMJ, racconta di aver trovato una via di uscita nella pratica dello yoga e del canto – attività che l’hanno aiutata a riconnettere mente e corpo, a ricordarsi che il corpo non è solo un luogo dove la malattia può nascondersi, ma anche un luogo di gioia, creatività, connessione. «I professionisti della salute non avevano torto a monitorarmi», scrive. «Ma avrei voluto che mi aiutassero a trovare modi per vivere con un rischio elevato che andassero al di là dei test medici». Diana è d’accordo e afferma: «Rispondere alla radice della sofferenza, non solo al sintomo».
Diana mi racconta di un paziente che, durante la chemioterapia, ha riscoperto il piacere di colorare. Pensava fosse un’attività da bambini, poi l’ha ripresa da adulto insieme alla sua compagna. «Come se i piccoli momenti cambiassero di significato», dice. Non è una regressione – è una riorganizzazione del senso. Verso la fine dell’intervista, la dottoressa mi sollecita a non dimenticare i caregiver.
Chi vive accanto a chi ha una diagnosi o un rischio di cancro porta lo stesso peso di paure e incertezze, ma spesso si auto-esclude dalla possibilità di parlarne.
«Devono contenere le proprie emozioni e quelle del malato, ed è molto pesante». In Italia, il caregiver informale non è riconosciuto normativamente e il supporto psicologico per chi accompagna è quasi assente. Esistono realtà come la LILT, che offre colloqui a prezzi calmierati o bandi per colloqui gratuiti, ma il caregiver arriva alle visite in modo “prestazionale” – pensa al compito da svolgere, non a sé. Mi racconta di un paziente oncologico in terapia attiva da anni che si sentiva in colpa a stare male, perché intorno a lui stavano male i caregiver. Il cambiamento è arrivato quando si sono aperti liberamente l’uno con l’altro, condividendo il vissuto – e il senso di colpa ha potuto finalmente circolare invece di chiudersi su se stesso.
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