Restare accanto
Il lungo morire di mio padre
28 Agosto 2025 – Dolore, Etica, Medical Humanities, Morte, RelazioneTempo di lettura: 5 minuti
28 Agosto 2025
Dolore, Etica, Medical Humanities, Morte, Relazione
Tempo di lettura: 5 minuti
Leggere Navigare il bagnasciuga del fine-vita di Roberto Malacrida è stato come riconoscere su carta qualcosa che vivo ogni giorno da anni, ma che finora non avevo saputo nominare. Mio padre è malato dal 2008. Un cancro, che negli anni ha logorato il suo corpo e la sua pelle, rendendolo irriconoscibile, pieno di ferite, dolore e rabbia. Eppure, nonostante tutto, lui continua a resistere.
Il testo parla della morte non come un momento preciso, ma come un processo lento, una trasformazione che si insinua nella vita, sfumando i contorni tra ciò che è e ciò che non è più. La metafora del “bagnasciuga” – quella zona incerta dove il mare tocca la terra senza mai possederla del tutto – descrive con una verità disarmante ciò che mio padre sta vivendo:
non è più l’uomo che era, ma non ha ancora lasciato del tutto questa vita. È lì, in mezzo. E noi con lui.
Abbiamo provato ad affrontare il tema di Exit, con delicatezza, con rispetto. Ma lui ha sempre detto no. Piange spesso, è stanco, dice che non ce la fa più, ma vuole restare a casa, nonostante le enormi difficoltà per lui e per tutti noi. A volte è aggressivo, a volte silenzioso. E noi siamo lì, ogni giorno, a reggere, a cercare di capire, a “soffrire insieme”.
Qualche giorno fa, era il primo maggio.
Con enorme fatica ci aveva incaricati di vangare l’orto e tagliare l’erba, come si faceva ogni primavera.
Era ancora importante per lui che quel rituale si compisse. Ma non è rimasto in casa. Con respiro affannoso e passi strascicati, si è fatto aiutare dalla nipote – cosa che non avrebbe mai accettato in passato – solo per riuscire a stare seduto in giardino quanto bastava. Voleva supervisionare il lavoro. Forse per controllo, forse perché era ancora il suo modo di partecipare, di esserci, di tenere saldo quel ruolo da cui non si è mai congedato del tutto. Non so con certezza cosa lo muovesse, ma era lì, tra noi e la terra lavorata, ancora presente. Era il suo modo – anche ora – di abitare la vita nel dirigere, esserci, tramandare.
Il giorno dopo, all’ospedale, ho assistito a una scena che non riesco a dimenticare. Nonostante tutto, ha voluto entrare da solo, con il bastone. Avanzava piano, ma deciso. E io e mia madre dietro, con passo rispettoso, quasi referenziale. In quel momento mi sono vista come in una processione: le donne in nero, velate, che seguono il padre o il marito, non per dovere, ma per “antica abitudine al timore”. Era un’immagine che mi ha fatto sorridere – non so se per l’amarezza o per l’ironia – ma racchiudeva tutto: la forza ostinata, il patriarca che non cede, la nostra posizione dietro di lui, come è sempre stato. Anche nel morire.
Le parole di Malacrida mi hanno fatto comprendere che “non siamo davanti a un evento, ma dentro un processo”, che coinvolge tutta la famiglia. E il nostro compito, come figli, è forse proprio quello di esercitare la “discretio”: non dare risposte nette, non cercare soluzioni ideali, ma “accompagnare con misura e umanità” un padre che si sta lentamente ritirando, come la marea.
Mio padre ha sempre voluto essere forte. Vederlo così fragile, vulnerabile, è straziante.
Ma forse è proprio qui che sta la verità del morire:
non in un gesto drammatico, ma in questa lenta sparizione fatta di piccoli riti, di gesti quotidiani, di un corpo che si ritrae con dignità e silenzio.
E allora sì, anche se fa male, anche se ci chiede più di quanto credevamo possibile, “restiamo con lui nel bagnasciuga”. Non per salvarlo, ma per “non lasciarlo solo” in questa lunga e difficile soglia. Per custodire, fino alla fine, quel poco che resta della sua storia. E per onorare, con la nostra presenza, tutto ciò che è stato.
Nota della redazione
Questo scritto ci è arrivato tempo fa, come una lettera affidata alla corrente. Lo pubblichiamo così com’è, nella sua forma iniziale, perché custodisce la forza e la fragilità di un momento vissuto. Col tempo, la vita cambia, e cambiano anche i racconti: se l’autrice lo vorrà, tornerà a intrecciare nuove parole per accompagnarci oltre questa soglia.
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2 risposte a “Restare accanto”
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Ilaria
Grazie a te di avere letto queste parole.
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