Rispondere, non reagire
La cura tra le righe
Questo contributo fa parte di una rubrica. Il numero precedente è consultabile qui.
10 Agosto 2026 – Comunicazione, Carcere, Medical Humanities, Relazione, TestimonianzeTempo di lettura: 10 minuti
10 Agosto 2026
Comunicazione, Carcere, Medical Humanities, Relazione, Testimonianze
Tempo di lettura: 10 minuti
Mi aveva colpita molto ascoltare un podcast in cui un monaco buddhista raccontava come proponeva la meditazione ai detenuti – persone che avevano sofferto e compiuto le cose peggiori, e che in quella pratica trovavano una dimensione entro cui germogliava, lentamente, un desiderio di cambiamento.
«Durante la meditazione gli occhi restano aperti: bisogna stare con ciò che c’è nel momento presente, con tutti i sensi attivi e disposti verso il mondo. Meditare non è un percorso introspettivo a senso unico, ma una connessione con il circostante». Queste parole me le dice la prima volta che ci incontriamo Giancarlo Shinkai Carboni, monaco buddhista della Tradizione Zen Sōtō, ed è una distinzione che mi resta in testa per tutta la conversazione. Giancarlo proviene da una famiglia toscana di industriali, è un ragazzo benestante che in adolescenza cerca la strada per esprimere se stesso e la trova nel teatro. Studia recitazione, lavora addirittura in Rai, recitando nei film dei fratelli Taviani. Stava per entrare in una produzione importante, quando da un giorno all’altro lascia tutto. La meditazione è arrivata quasi per caso, mentre studiava a Genova: un’amica regala a Giancarlo un libricino sullo Zen e per lui è poco più di un hobby. È il maggio del 1987 – e penso che io non ero nemmeno nata.
Il percorso di Giancarlo Carboni non è lineare. Nel mezzo ci sono stati anni di formazione, un centro medico aperto in Toscana con una quarantina di professionisti, i soldi investiti e poi la catastrofe finanziaria e personale. Giancarlo perde ogni cosa: «io, che provenivo da una famiglia molto agiata, mi sono ritrovato in povertà, sfrattato con moglie e due figli piccoli, costretto a vivere in un garage. È stato violento – mi dice con misura – quello che ho attraversato». Ed è esattamente in quel momento – il fondo – che si è accorto di avere una potenza immensa fra le mani: anni di meditazione, che lo tengono a galla. Nel 2017 Giancarlo Carboni prende i voti e diventa monaco.
Prendere i voti per un monaco Zen non significa cambiare radicalmente vita, come avviene in ambito cristiano. Non c’è il celibato obbligatorio né la castità né l’obbligo di vivere in una struttura condivisa. Giancarlo continua a vivere con la propria famiglia. Il voto a cui ci si riferisce è quello di donare la propria vita, almeno in parte, ad altri, attraverso il proprio lavoro. Oggi Giancarlo collabora con due istituti penitenziari (a breve un terzo), due ospedali, varie scuole e due SERD – a Feltre e ad Arezzo. Da tre anni organizza ritiri di meditazione Zen aperti a tutti una volta al mese all’eremo benedettino di Camaldoli, insieme a monaci cristiani.
Lo Zen Sōtō è fondamentalmente questo, mi spiega: conoscere se stessi per dimenticare se stessi, per riconoscersi in tutti gli esseri viventi. È la definizione stessa del fondatore della tradizione. La pratica che insegna è una meditazione “nuda” – priva di mantra, priva di istruzioni sul respiro – costruita intorno a una posizione precisa, dalla postura delle mani al mento ai piedi: il corpo come binario, mi dice, perché altrimenti il treno deraglia. Seduti, occhi aperti, rivolti verso una parete liscia, nel silenzio o tra i rumori che ci sono. Si comincia con cinque o dieci minuti, si arriva possibilmente a trenta o quaranta. Restare nel momento presente e osservare ciò che c’è, scorgere nell’immobilità la mobilità che abita in noi. È una pratica trasformatrice perché – e qui usa l’immagine di una torcia – una volta che hai visto qualcosa, anche se togli la luce, l’hai visto.
Allentare i filtri dei condizionamenti ti modifica nel profondo, perché ti restituisce ciò che era già lì, semplicemente oscurato.
Il lavoro all’interno del carcere è arrivato per una sua iniziativa e ora propone i suoi incontri una volta ogni settimana o ogni due. Mi racconta del primo giorno in carcere: «non era la prima volta che accompagnavo persone completamente digiune di meditazione, ma lì, in carcere, c’era qualcosa che non funzionava. I detenuti ridevano, convinti che fosse una scemenza», mi racconta. «Allora ho capito che non li avevo ascoltati con tutta la mia attenzione, ma avevo semplicemente proiettato qualcosa su queste persone senza chiedermi abbastanza dove loro si trovassero. Dalla volta successiva ho cambiato approccio: prima spiego a cosa può servire la meditazione – per esempio a gestire meglio la rabbia, la frustrazione, a riuscire a dormire la sera senza che i pensieri girino in tondo – poi apro alle domande, chiedo come va, cosa hanno da raccontare e infine facciamo la pratica». È cambiato molto con questo approccio. La meditazione in carcere non è un obbligo ma un’offerta: è una pratica per conoscere se stessi, non parla di Buddha, serve a stare nell’emozione. Per questo partecipano anche detenuti musulmani, molti dei quali all’inizio si presentano solo per curiosità o per noia.
I temi che emergono sempre, in carcere, sono due: la rabbia e la frustrazione.
E sotto ci sono storie che si assomigliano – quasi tutti con poche possibilità economiche, documenti arrivati in ritardo, sprovvisti di adeguata tutela legale, piccole e grandi ingiustizie burocratiche che si accumulano fino a far sentire le persone abbandonate da tutti. Il cambiamento più grande è in chi comprende che rispondere è diverso da reagire, e riuscire a contare fino a cinque quando l’emozione arriva richiede addestramento, ma non significa diventare passivi: significa imparare a non subire se stessi e gli altri, fare la cosa giusta nel momento presente, pienamente, senza proiettare ciò che si è già vissuto, senza ripetere. Il momento presente è sempre nuovo. «Uno dei detenuti con cui lavoravo – uno che aveva ucciso un’altra persona – ha capito, attraverso la meditazione, che aveva ucciso per qualcosa che partiva da sé, che l’altra persona non c’entrava davvero, che c’era una rabbia che risaliva all’infanzia. “Se avessi conosciuto prima questa pratica, non sarei qui”, mi ha detto una volta».
Fuori dal carcere il lavoro di Giancarlo si declina in modo diverso a seconda del contesto: con i bambini delle elementari con ADHD, con gli adolescenti, con le persone con dipendenze, con i pazienti psichiatrici, con i quali si parte dal rilassamento, distesi. Ogni volta il metodo nasce dall’osservazione delle persone specifiche che ha davanti. «Ai ragazzi del SERD dico che non sono le strutture che vi cambieranno – siete voi a dover innescare il cambiamento, la trasformazione», racconta. «Andare al cuore di voi stessi, aprire tutti i tombini, trovare la melma profonda, starci in contatto, imparare a convivere con i propri demoni/traumi».
Sul tavolo, mentre parliamo, Giancarlo ha due libri. Uno è di Kiran Bedi, che è stata la direttrice di un carcere indiano con undicimila detenuti che ha ridotto la recidiva dal settanta al dieci per cento ponendo l’accento sulla consapevolezza e la meditazione, con un programma costruito intorno a tre C: “correzione”, “comunità”, “collettività”. L’altro è di Gabor Maté, medico canadese che lavora con le dipendenze e il cui argomento centrale è che la dipendenza non è una malattia, perché dietro c’è sempre un trauma.
Alla fine mi rimane addosso un messaggio, forse il più semplice di tutti: gli occhi aperti.
Non chiuderti, non isolarti, non andare dentro come se dentro ci fosse qualcosa di separato dal fuori. Stai con quello che c’è, con tutti i sensi attivi.
Ogni lunedì sera Giancarlo Shinkai Carboni offre una pratica online gratuita della durata di un’ora e anch’io ho voluto provarla per capire sulla mia pelle di cosa si tratta. È così che da settimane cerco di non perdere quel momento di attenzione verso me stessa, avvicinandomi piano piano, quasi impercettibilmente, alla sensazione di abitare davvero quei quarantacinque minuti di accoglimento.
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