Scomparire senza morire
Quello che la medicina non sa dire
20 Agosto 2026 – Narrazioni, Arte, Comunicazione, Dolore, EmergenzaTempo di lettura: 6 minuti
20 Agosto 2026
Narrazioni, Arte, Comunicazione, Dolore, Emergenza
Tempo di lettura: 6 minuti
Il display digitale della mia sveglia elettronica mostrava le 14:32 quando squillò il telefono.
Sapevo già chi stesse chiamando e avevo un presentimento sul motivo della chiamata.
«Pronto, Signor Destefani?». La voce del neurologo rimbombava nella mia testa come fosse un sasso caduto sul fondo di un pozzo.
«Sì, buongiorno dottore». Pausa.
«Ehm, abbiamo ricevuto il referto della sua risonanza, purtroppo i risultati evidenziano una massa nel lobo temporale sinistro».
La mia mano strinse il cellulare, portavoce senza colpe di un messaggio che nessuno vorrebbe sentire mai.
«Una massa?».
«Sì, si tratta con ogni probabilità di un glioblastoma. Dovremo effettuare ulteriori accertamenti, ma il quadro è piuttosto chiaro».
Il mio sguardo si fermò sul luccichio del display a cristalli liquidi della sveglia. Ignaro del peso che portavo dentro, continuava ad andare avanti come se niente fosse, mostrava già le 14:33, ma per me il tempo si fermò alle 14:32 di quel venerdì pomeriggio. Perché proprio io? Perché quel male si era annidato proprio nella mia testa? Perché?! Avrei sacrificato qualsiasi altra parte del mio corpo e qualsiasi altro organo, ma non la mia testa; dimora della persona che ero diventato nel tempo. Non volevo separarmi da lei. Avevo paura di perdere me stesso, di andarmene ancora prima di morire.
Le settimane successive trascorsero tra ospedali, sale d’aspetto e parole nuove che nessuno vorrebbe imparare mai: neurochirurgo, radioterapia, chemioterapia di mantenimento.
«Dovrà sottoporsi appena possibile ad un intervento chirurgico. Successivamente, il trattamento standard prevede radioterapia e chemioterapia», mi disse il medico.
«E poi?». Domandai picchiettando il tallone sul pavimento.
«Andremo avanti con la chemioterapia di mantenimento e continueremo a monitorare la situazione», rispose il dottore.
«Fino a quando?», domandai nuovamente.
Il dottore abbassò lo sguardo sull’angolo della cartella clinica restando in silenzio per un attimo. Non feci altre domande. L’operazione, a detta del neurochirurgo, andò bene: “la massa” era stata asportata quasi completamente e i tessuti cerebrali essenziali non erano stati danneggiati.
Diverso tempo dopo, conclusa la radioterapia e la chemioterapia, iniziò la fase di monitoraggio. Arrivò la prima risonanza di controllo. Ero molto stanco, esausto direi, a livello morale più che fisico. Ero stufo di vedere ospedali, di leggere referti e di ascoltare il parere dei dottori.
Le parole avevano perso peso. Erano diventate tutte uguali.
Mi trovavo in sala d’aspetto e attendevo di essere ricevuto per conoscere l’esito della risonanza. Presi una rivista e sfogliandola leggevo distrattamente, fino a quando la mia vista incontrò una poesia e allora iniziai a leggere davvero:
Il volo unisce due punti
È l’essenza dell’assenza
Essere assenti ovunque
Resta solo il luogo del nostro emisfero,
la magia di non essere in nessun posto
e avere il coraggio di svanire
Strappai la poesia con cura dalla pagina e misi il pezzetto di carta nella tasca appena in tempo perché poi arrivò il mio turno. Camminavo verso lo studio stringendo quel foglietto nella tasca e con i polpastrelli toccavo quella poesia che mi aveva toccato. Le parole continuavano a tornarmi in mente e le ripetevo in silenzio. Non seppi mai l’esito della risonanza.
Il dottore parlava, vedevo le sue labbra muoversi, ma la stanza si riempì di frastuono, di versi e di poesia.
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