Scrivere come si opera: la chirurgia delle parole di un poeta ticinese
Medici d’autore
4 Agosto 2025 – Medical Humanities, Arte, NarrazioniTempo di lettura: 9 minuti
4 Agosto 2025
Medical Humanities, Arte, Narrazioni
Tempo di lettura: 9 minuti
Cari lettori, di mese in mese la nostra rubrica si arricchisce di nuovi spunti. Di conseguenza, si allunga la nostra lista ideale di autori che vi consiglio di leggere. A vostro rischio, sia ben chiaro.
Se vi dicessi che esiste un poeta capace di descrivere il ginocchio con la precisione di un chirurgo e la malinconia di un filosofo, mi credereste?
Ebbene, Fabio Muggiasca, pediatra luganese e poeta dalla penna affilata, è proprio questo: un anatomista della parola, un altro erede di Ippocrate che ha scelto i versi per dissezionare l’umano.
Fabio Muggiasca nasce a Lugano il 23 giugno 1933. Dopo la maturità al Liceo Cantonale, si laurea in Medicina a Zurigo nel 1958, specializzandosi in chirurgia pediatrica. Dal 1968 esercita come pediatra e consulente all’ospedale civico di Lugano, fino al pensionamento. Muggiasca non aderisce all’Associazione Medici Scrittori Svizzeri (ASEM), ma le sue opere, pubblicate in raccolte come Metamorfosi (1980), Canto sacro e profano (1988), Korbes (1993), e Tutto quasi come (2000), risuonano per noi appassionati di Medical Humanities.
Parallelamente alla professione medica, Muggiasca coltiva quindi una vocazione poetica che lo rende una figura di spicco tra i medici scrittori ticinesi. La sua poesia, densa di riferimenti alla mitologia classica, alla teologia, e al linguaggio scientifico, si distingue per un’originale fusione di rigore tecnico e introspezione esistenziale. Un grande critico dell’epoca, Gilberto Isella, racconta infatti che la poesia del nostro Muggiasca «ambisce all’esattezza e all’impassibilità oggettiva del discorso scientifico», rifiutando i vezzi naturalistici e scegliendo la strada della concentrazione espressiva.
La cosa più straordinaria di questo poeta è che Muggiasca non nasconde la propria formazione medica, anzi, la mette a servizio del testo poetico.
Il risultato è una poesia “tecnica”, talvolta difficile, ma di straordinaria originalità e profondità.
Penserete ora: originale tanto quanto incomprensibile per un profano. Fermiamoci un momento: possiamo fare lo stesso discorso per Zanzotto, Amelia Rosselli o lo stesso Montale? Forse. Ma li abbiamo maledettamente amati. E rimangono ancora oggi lirici immortali della bella lingua italiana.
La poetica di Muggiasca si muove quindi su un doppio binario: da un lato, l’occhio del medico, abituato a osservare il corpo con precisione anatomica; dall’altro, la sensibilità del poeta, che indaga la coscienza e la fragilità umana. Le sue raccolte sono attraversate da un linguaggio “geometrico”, come lo definisce un critico anonimo, che richiama la struttura rigorosa della scienza medica. Tecnicismi come “cromosomi”, “proteine”, o “ligamenti crociati” si intrecciano a immagini mitologiche e religiose, creando una narrazione che oscilla tra il sacro e il profano.
In Metamorfosi, ispirata a Eraclito, Muggiasca riflette sulla natura mutevole dell’esistenza, come si legge in questo estratto:
Sembra essere tutto solo come
incorruttibile tetraedro come idea
e per essenza tale il pensiero
di cui mai la vera natura si conosce
se non per parallele
il nostro paragone
è noto da tanto, da occhi
prostrati su divergenti dello spazio.
Qui, il poeta-medico si interroga sulla forma dell’essere, usando un linguaggio che richiama la geometria euclidea e la speculazione filosofica. La metafora del “tetraedro” evoca una perfezione ideale, mentre le “parallele” suggeriscono l’impossibilità di cogliere pienamente la verità dell’esistenza. È un esempio della “via geometrica” che caratterizza il suo stile, dove la precisione scientifica si fa poesia.
La raccolta Canto sacro e profano approfondisce invece il dualismo tra corpo e spirito, come emerge in questo passo:
Ditemi che non vi è sembrato di leggere il resoconto di una vera e propria operazione chirurgica. D’altronde, le immagini che utilizza questo poeta sono piuttosto vivide. Provengono dallo strato più profondo della coscienza, quella delle esperienze realmente vissute.
In queste righe, Muggiasca trasforma il corpo in un paesaggio da esplorare con il bisturi del chirurgo e la penna del poeta.
L’immagine del “legno di robinia” si sovrappone a quella del corpo umano, suggerendo una continuità tra la materia organica e la natura. La menzione dei “ligamenti crociati” non è un semplice tecnicismo, ma un richiamo alla complessità dell’essere, che il medico-poeta ammira con reverenza.
La raccolta Tutto quasi come (2000), invece, è un viaggio esistenziale che abbraccia il paesaggio ticinese, la memoria personale, e la riflessione filosofica. È con questa raccolta che Muggiasca chiude il cerchio. Il treno che attraversa la Svizzera diventa allegoria di un’esistenza sospesa tra Scienza e Poesia:
Una vita simile alla mia
cromosomi, proteine; le montagne calcaree
pensano più delle altre, siete d’accordo?
È l’ultimo, – lucido – tentativo di conciliare il rigore dello scienziato con l’inquietudine del poeta. Muggiasca si confronta con la coscienza e il limite della parola, come nella descrizione di un viaggio in treno che intreccia tecnicismi medici e osservazioni quotidiane. La sua scrittura, pur complessa e talvolta ermetica, non perde mai il contatto con la realtà, come testimonia il richiamo a “cromosomi” e “proteine” che collegano l’umano al sublime delle montagne calcaree.
Cari lettori, non restate prede dei calori estivi ma concedetevi un altro po’ di sana caccia. Leggetevi un po’ di Muggiasca. Ma senza leggerezza: la sua poesia è un bisturi che incide, ma anche un abbraccio che consola. Come un buon medico, Muggiasca sa che la cura passa attraverso la comprensione dell’umano, e la sua penna è la ricetta perfetta per chi cerca autenticità e profondità. La sua opera dimostra che la cura passa anche attraverso la parola, soprattutto quando questa è “ripida”, esatta, difficile da addomesticare. Per chi si sente un vero temerario e vuole esplorare i confini tra Scienza e Letteratura, la sua poesia è un viaggio obbligato – senza anestesia.
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