Sliding doors
La cura tra le righe
Questo contributo fa parte di una rubrica. Il numero precedente è consultabile qui.
9 Marzo 2026 – Medical Humanities, Comunicazione, Libertà, TestimonianzeTempo di lettura: 13 minuti
9 Marzo 2026
Medical Humanities, Comunicazione, Libertà, Testimonianze
Tempo di lettura: 13 minuti
«Ricordo Anna la prima volta che l’ho incontrata in reparto: una giovane docente di spagnolo alle superiori, colpita all’improvviso da un’emiplegia dopo un’importante operazione al cervello. Camminava a fatica, ma faceva chilometri a piedi, ostinata e testarda come sempre. All’inizio la sua emotività era disinibita e fragile: rideva in modo sconsiderato, reagiva al dolore con un miscuglio di disperazione e incredulità. La sua prima richiesta era sorprendentemente semplice: riuscire a prendersi cura dei propri capelli». Da lì è iniziato un percorso più grande, un percorso verso l’autonomia, verso il prendersi cura di sé in ogni dettaglio.
Nel frattempo c’era Giulio, ricoverato nello stesso periodo. Trentaquattro anni, lesione completa dorsale, problemi alla spalla sinistra, iperattivo per natura. «Abbiamo lavorato insieme sulle autonomie quotidiane: dal posizionamento corretto sulla carrozzina allo svuotamento intestinale, fino all’organizzazione della vita fuori dall’ospedale. L’ho portato nel bosco, al mare, persino in concessionaria per scegliere la macchina più adatta ai suoi ausili. Giulio non aveva una rete familiare: ogni passo verso la sua indipendenza era un piccolo trionfo».
Anna, mano a mano che recuperava lucidità e voglia di futuro, ha deciso di parlare ai suoi studenti. Organizzò un’assemblea d’istituto, raccontando cosa significa vedere la propria vita stravolta all’improvviso e come, con il giusto supporto, si possa riprenderla in mano. L’assemblea fu incredibile: i ragazzi erano silenziosi, attenti, pieni di domande, e in quell’istante si è percepito quanto la resilienza possa ispirare.
Oggi, anni dopo, lei vive da sola, è autonoma al 100%, insegna con la stessa passione di prima. Quanto a lui, lavora in una multinazionale, coordina tecnici e non si fa mancare le trasferte. Hanno entrambi la patente, viaggiano, vivono la loro vita in autonomia.
«Il loro percorso mi ha insegnato qualcosa di fondamentale: il lavoro di terapia occupazionale non si limita alle strutture. È fatto di gesti concreti – capire quale ausilio usare, come fare il bagno, come sdraiarsi su un lettino in spiaggia – ma anche di fiducia, motivazione e desiderio di riprendersi la propria vita. Anna e Giulio volevano tornare a vivere, a tutti i costi, nonostante i limiti, nonostante la disperazione iniziale. E ce l’hanno fatta».
Conosco Arianna da qualche tempo e ogni volta starei ore ad ascoltare le sue storie, perché mi riportano alla concretezza della clinica medica.
Arianna Lorenzi è una terapista occupazionale e, quando le chiedo di scegliere una storia particolarmente significativa da raccontarmi, inizia subito con quella di Anna e di Giulio: una storia nata dal lavoro ma che si è trasformata, mi dice, in un’amicizia.
Mi fa riflettere che usi questa parola – amicizia – senza problemi. È strano per un operatore sanitario, che normalmente viene allenato e formato per mantenere una giusta distanza dai propri pazienti. I rischi di non riuscire a separare la vita privata da quella professionale, e di rimanere schiacciati dal peso emotivo della relazione con persone che soffrono e hanno bisogno di te, sono reali.
Chiedo ad Arianna di fare il gioco del film Sliding Doors, ossia immaginare che vita si sarebbe prospettata ad Anna e a Giulio senza questo tipo di proposta di recupero, se si fossero limitati alle visite dal neurologo e alla fisioterapia. Mi rendo conto presto che è forse una domanda fuori luogo: è da se stessi che si parte, sempre. La terapia occupazionale, in una persona refrattaria, non funziona, così come non danno i risultati sperati le terapie psicologiche senza che la persona voglia davvero innescare un cambiamento.
Anna e Giulio avevano una forza interiore straordinaria: volevano a tutti i costi riprendersi la loro vita in mano, mi dice Arianna. Non si trattava solo di recuperare le funzioni fisiche, perché intorno a loro c’erano persone con potenzialità maggiori che, invece, erano rimaste chiuse in casa, accudite, senza motivazione né elaborazione del dolore. All’inizio c’era solo disperazione, la sensazione di essere oltre il limite. Nella struttura, però, c’era sempre il team psicologico, e Anna ha continuato a seguirlo anche dopo il ricovero, imparando a prendersi cura di sé: non solo del corpo, ma anche dell’anima. Per entrambi, uscire dalla stanza, affrontare il mondo esterno, tornare a una vita “normale” era il primo obiettivo.
E per gli altri, dove si può innescare la prima leva?
Pochi sanno davvero che cosa faccia un terapista occupazionale, nonostante la professione sia normata dal 1997 e da oltre vent’anni esistano corsi di laurea triennali per formarli. «La disabilità, di fatto, è un rapporto conflittuale con l’ambiente: il nostro compito è adattare il mondo circostante alla persona che abbiamo davanti. Se fisioterapisti e logopedisti lavorano sulle capacità del corpo e lo psicologo sul vissuto della malattia, noi interveniamo laddove gli altri non possono arrivare: nel supportare la persona nelle attività quotidiane». Dal 2019 esiste in Italia l’albo professionale, quindi chiunque può verificarne l’iscrizione, e la professione è sempre più presente anche sui social, con podcast come Sì, ma cosa fa? e pagine Instagram dedicate con il nome OTfans_real.
La maggior parte dei terapisti occupazionali lavora come libero professionista o in poliambulatori privati, soprattutto in ambito neurologico, dove si vedono i cambiamenti più evidenti, più che in ortopedia.
Stiamo parlando dell’universo delle disabilità invisibili. Mi racconta del suo incontro con Daniela, una donna non più giovanissima, ancora molto bella, sempre curata e attenta a sé, che aveva subìto un ictus. «Daniela è la storia di quanto possa pesare una disabilità invisibile: aveva recuperato quasi tutto, tanto che i medici la consideravano sistemata, a posto. Ma lei non stava bene, e nessuno riusciva a capire perché aver recuperato tutto non le bastasse. Il punto era che non aveva recuperato davvero tutto. Le era rimasto un problema di visus che, per i clinici, non era rilevante, ma per Daniela lo era eccome. Si è trovata a confrontarsi con difficoltà quotidiane non immediatamente visibili agli altri: una vera e propria disabilità “invisibile”, fatta di ostacoli sottili ma continui, che richiedono sostegno, pazienza e strategie mirate per tornare a vivere in autonomia».
Mi torna alla mente una storia che ho toccato con mano personalmente. Gabriella, una settantenne autonoma, da un giorno all’altro si era convinta di dover morire presto, per un insieme di vertigini e sintomi che la fecero vivere in un tornado di ansia e tormento, fino al ricovero in psichiatria. Da allegra vecchietta di paese era diventata, in pochissime settimane, irriconoscibile. È bastato capire che tutto originava da un improvviso problema di vista – creduto prodromo di qualcosa di molto più grave – e da tanta solitudine, per iniziare un percorso di uscita dal tunnel e di recupero delle proprie autonomie funzionali in casa.
Forse il compito più difficile, ancora rivoluzionario, della medicina è produrre libertà, non solo guarigione.
Cosa ne pensi?
Condividi le tue riflessioni
e partecipa al dialogo
Articoli correlati
Lascia un commento