Sorvolare la complessità
Il fascino dell’imprevedibile e la tentazione dell’ordine
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2 Marzo 2026 – Etica, Medical Humanities, RelazioneTempo di lettura: 11 minuti
2 Marzo 2026
Etica, Medical Humanities, Relazione
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Chiunque abbia avuto la fortuna di visitare la città di Roma e che, dopo una visita ai Fori Imperiali, sia salito alla terrazza del Pincio al tramonto e abbia alzato gli occhi al cielo, non potrà aver fatto a meno di rimanere ipnotizzato dal volo così aleatorio e al tempo stesso così elegante degli stormi di storni.
Sicuramente ne è rimasto affascinato Giorgio Parisi, il cui studio sul comportamento collettivo degli storni gli è valso il Premio Nobel per la Fisica nel 2021. Non era solo l’innegabile naturale bellezza del volo che lo attirava, ma, da buon fisico e matematico – da buon homo sapiens sapiens, aggiungerei – era mosso da un desiderio più recondito: dare ordine al disordine. Attraverso attente scansioni e modelli 3D, Parisi ha potuto evidenziare come il volo del singolo storno influenzi tra i sei e i sette individui a lui più prossimi, in un’infinita e circolare catena di cause ed effetti, senza un ordine apparente.
Quello degli stormi è un classico esempio di sistema complesso, dove il comportamento di una parte influenza il tutto, e il tutto influenza il comportamento della parte.
Invero, a ben pensarci, quasi tutto è, o fa parte, di uno o più sistemi complessi.
L’anno del Nobel a Parisi è anche il secondo anno della pandemia da Covid-19: una tragedia che ha reso evidente più che mai come l’umanità viva oggi in un unico, gigantesco, intercorrelato sistema-mondo. La complessità è già la parola del decennio e, a mio parere, è nella top tre per diventare parola del secolo. La teoria dei sistemi definisce la complessità come la qualità che descrive il grado di molteplicità, correlazione e impatto di un sistema (sociale). Essa è diversa da ciò che è complicato, perché ciò che è complicato può essere compreso e soprattutto previsto. Un quadro elettrico di un palazzo può essere complicato, ma nel suo insieme ha un inizio, uno svolgimento, una fine: un input, un’azione, un output.
La complessità è anche diversa dal disordine, che “semplicemente” è un insieme non organizzato secondo un ordine di grandezza o altre forme quantitative o qualitative.
I sistemi complessi, come i sistemi sociali o il volo degli storni, non sono del tutto prevedibili né interamente misurabili. Sono caratterizzati da interdipendenze dinamiche, retroazioni, adattamenti continui: il comportamento dell’insieme non è riducibile alla somma delle sue componenti. Un bosco è un sistema complesso, il corpo umano è un sistema complesso. E l’essere umano non può fare a meno di esserne affascinato.
Max Scheler, nel suo breve ma fondamentale L’essenza della filosofia, affronta forse la domanda più complessa di tutte cercando il fondamento di un sistema – quello filosofico – che definirlo complesso è certamente riduttivo. Già dalle prime pagine evidenzia il problema della circolarità della domanda stessa: chiedersi quale sia l’essenza della filosofia richiede innanzitutto definire cosa sia filosofia, ovvero delimitarne il campo. Ma per definirla occorre già assumere una posizione filosofica. La domanda contiene il suo presupposto.
Interrogarsi sull’essenza della filosofia è fare meta-filosofia e Scheler, in poco meno di quaranta pagine, si imbarca in un’epopea che dura da almeno 2500 anni – per quanto riguarda la storia scritta occidentale – e molto probabilmente da quando l’homo è diventato sapiens sapiens.
In principio, Scheler deve chiarire il problema della conoscenza: è possibile conoscere? È possibile sapere in maniera assoluta che x sia x e non y? In altre parole, vi è un modo di risolvere l’eterno dilemma tra scetticismo e relativismo da un lato e la possibilità di una definizione univoca dall’altro?
Di certo lo storno in volo non si cura di tali problemi. Egli continua a volare seguendo i suoi compari e influenzando coloro che lo seguono. Non si chiede se ciò che vede lui sia lo stesso che vedono gli altri membri dello stormo, né quale sia la meta del loro girovagare, così disordinato e al tempo stesso così sensato. Noi non siamo quello storno. Per nostra natura non possiamo fare a meno di porci tali domande. Possiamo però decidere, almeno per il momento, di mettere da parte le questioni ultime sollevate con Scheler e tornare a piani un po’ più abbordabili – ma non meno complessi.
L’uomo ha necessità di mettere in ordine: il nostro cervello è organizzato in tal modo. Quando osserviamo tre sassi, ci bastano pochi millesimi di secondo per ordinarli secondo grandezza, colore, porosità o lucentezza.
Al tempo stesso viviamo in sistemi complessi. Ogni giorno partecipiamo al loro rinnovarsi e ci divertiamo a costruirne di nuovi. Forse, ancora di più, ci divertiamo a cercare di chiarirli e scioglierli. Anche la bioetica, in fondo, risponde alla necessità di mettere ordine laddove vi è confusione, di dare chiarezza laddove risiede il dubbio.
Ad essere critici, si potrebbe dire che la bioetica ha l’ardire di voler semplificare la complessità, ridurre a una soluzione lineare ciò che è più un intreccio nodale che una catena causale.
Anche il procedere della bioetica si inserisce dunque nel lungo filone della ricerca di senso affrontata da Max Scheler e da migliaia di pensatori prima e dopo di lui. Lungi da me il voler risolvere la questione: ciò che propongo nei prossimi scritti è piuttosto aggiungere altra carne al fuoco e osservare come altri ambiti del sapere umano affrontano la complessità; come si barcamena l’umanità tra il dubbio che tutto scorra e la certezza che tutto sia, in fondo, essere persistente.
Forse lungo la strada troveremo strumenti utili per la manutenzione di quella pratica etica che chiamiamo bioetica.
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