Sulla Nera Riviera

La vulnerabilità dei curanti

Nelle realtà ospedaliere intensive, l’esperienza di fine vita coinvolge non solo pazienti e familiari, ma anche i professionisti sanitari impegnati nei processi di cura e accompagnamento. Il presente contributo, in forma autoetnografica e nell’ambito delle Medical Humanities, descrive l’esperienza di accompagnamento nel fine vita di una bambina di due anni in Terapia Intensiva. Attraverso l’analisi delle pratiche assistenziali e delle dinamiche relazionali che si sviluppano in tali contesti, si evidenzia la distanza tra la rappresentazione sociale del curante come figura esclusivamente tecnica e il vissuto reale degli operatori sanitari, rendendo visibile la loro dimensione emotiva e vulnerabile come parte integrante e strutturale dell’atto di cura nei contesti di alta complessità clinica.

 «E sale e sale e risale più a fior di pelle
In cima a una montagna piena, piena di stelle
Scende e scende la sera, ma è così breve stasera
Nera, nera riviera c’è chi spera e chi va»
(Vanoni feat. Mahmood, 2024)

Sulla immaginaria nera riviera della stanza d’ospedale, c’era chi sperava e chi, sul sottile confine tra speranza e abbandono, andava. Lei, di appena due anni, dolce, piccola e fragile, restava immobile, sospesa tra respiro e silenzio, come se il tempo si fosse fermato solo per lei. Ogni sfumatura diventava un segnale prezioso, ogni respiro superficiale un secondo rubato alla Signora Oscura. La luce calda del pomeriggio filtrava dagli angoli delle finestre della Rianimazione accarezzando i suoi capelli, creando riflessi dorati sulla pelle pallida, un contrasto con l’oscurità che ci circondava. In quell’attesa, la stanza sembrava un ponte tra speranza e rassegnazione, e ogni gesto dei curanti ricordava quanto sottile fosse il confine tra vita e silenzio.

Lei non parlava, non piangeva, ma la sua presenza raccontava a noi curanti parole silenziose fatte di rispetto, angoscia e un’intima consapevolezza della fragilità della vita.

Curanti, chiamati a lavorare con la professionalità che ci contraddistingue anche nel fine vita, eravamo i custodi di quella fragilità. Osservandola, ogni nostro gesto era attento, quasi reverente, nel tentativo di onorare la delicatezza di quel momento, prendendoci cura di ogni istante che le apparteneva. Con tocco delicato e parole dolci, che cercavamo di pronunciare senza spezzarci, le pettinavamo con cura i suoi sottili capelli morbidi, leggermente spettinati e le facevamo indossare quella piccola tutina chiara, punteggiata di minuscole apine gialle, profumata e morbida creata per custodire l’infanzia. I nostri occhi lucidi, incrociandosi, raccontavano la nostra vulnerabilità, il nostro dolore e la nostra impotenza di fronte a ciò che stava accadendo. Una carezza sul suo viso, una lacrima sulla sua tutina mentre con gesto amorevole la accoglievamo tra le nostre braccia per posarla con delicatezza nelle braccia della madre, in quello spazio sospeso, dove il silenzio e gli sguardi tra i curanti comunicavano ciò che le parole non avrebbero mai potuto esprimere.

In quel preciso istante il tempo sembrò eterno e il silenzio si fece soffocante, greve e muto, rendendo ogni nostro respiro un atto di resistenza, mentre lo sguardo della madre si posava con amore sulla sua bambina.

Noi, testimoni silenziosi, restavamo lì, immobili, quasi statuari, mentre dentro la nostra apparente solidità si facevano strada crepe sottili, segni silenziosi della nostra vulnerabilità. Cercavamo di renderci invisibili per non invadere il loro spazio, ma restavamo presenti per custodire, fino al suo ultimo respiro, la dignità di quella piccola vita.

«E sole, sole che sale, rosso che brilla
In mezzo a un desiderio cade, cade una stella»
(Vanoni feat. Mahmood, 2024)

La stanza lentamente si svuotava. Con occhi bassi osservavamo i passi dei familiari trascinarsi lenti verso la porta, pesanti nel silenzio, mentre nella stanza continuava a risuonare l’eco della loro disperazione. Suono secco della maniglia e la porta si chiuse.Rimanemmo soli con lei. Potevamo donarle il nostro ultimo saluto intimo, fatto di silenzio e di gesti, nella cura lenta e delicata con cui la preparavamo per il suo ultimo viaggio. Avvolgemmo la sua piccola salma nella coperta finemente ricamata con il suo nome, morbida sotto le dita, come se ogni filo intrecciato custodisse un frammento di vita, un suo racconto segreto che solo noi potevamo percepire. Il suo viso era sereno, il nostro impenetrabile.

I minuti si allungavano lentamente, senza ritmo apparente, come se il tempo stesso avesse deciso di fermarsi in quella stanza. Il silenzio denso venne interrotto: “Hey, io non me la sento di lasciarla sola nell’attesa che vengano a prenderla”. La forza di scegliere di esserci per lei: restando. Come se potessi trattenere il mondo fuori, presi due sedie e ci sedemmo l’uno accanto all’altra, vicino al suo lettino. I nostri respiri profondi e ritmici sembravano colmare le crepe invisibili dentro di noi. Io appoggiai la mia testa sulla sua spalla, sentii il tremito lieve della sua mano sulla mia. Restammo così, testimoni silenziosi di un sonno eterno.

 «E sale, sale e risale l’ombra di un fiore
Sereno arcobaleno, da dolore a dolore
Scende, scende la sera, ma è così breve stasera
Nera, nera riviera, c’è chi spera e chi va»
(Vanoni feat. Mahmood, 2024)

In quell’attesa sospesa tra il dolore e il rispetto, il mondo fuori dalla stanza smise di esistere. C’era solo lei e la nostra vulnerabilità, sul bordo della Nera Riviera.

Riferimento bibliografico

Vanoni, O., Mahmood (2024). Sant’allegria [Canzone], in Diverse [Album], BMG Rights Management Italy.

 

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