«Tutto, tutto diventa scrittura»
Intervista alla scrittrice Raffaella Romagnolo
Nato – devo ammetterlo – un po’ per caso, grazie a tre libri recentissimi e profondamente diversi per forma e stile, il percorso tra letteratura e malattia che ha come protagonista la sclerosi multipla si arricchisce della sua terza ospite.
Dopo l’intervista a Francesca Corti, autrice de La donna sulla riva (Salvioni, 2025) (qui per leggerla), romanzo realistico di pura finzione che segue la quotidianità di una donna quarantenne affetta da sclerosi multipla, e quella a Gloria De Paoli (qui per leggerla), che nella distopia fantascientifica Fondali (Zona42, 2025) rielabora la propria esperienza di malattia in forma narrativa attraverso una protagonista di chiara impronta autobiografica, ho voluto completare questo itinerario letterario con una terza voce, altrettanto recente e significativa. È quella di Raffaella Romagnolo, autrice di lungo corso e pluripremiata, che con La segreta cura, pubblicato pochi mesi fa da Mondadori, firma un memoir in cui affronta in prima persona il proprio rapporto con la sclerosi multipla.
Tre opere, tre modi differenti di raccontare, un unico nucleo tematico: restituire alla malattia una forma narrativa complessa, lontana tanto dai cliché quanto dalla semplice testimonianza.
9 Luglio 2026 – Intervista, Arte, Medical Humanities, NarrazioniTempo di lettura: 30 minuti
9 Luglio 2026
Intervista, Arte, Medical Humanities, Narrazioni
Tempo di lettura: 30 minuti
Raffaella, rompo il ghiaccio con questa domanda: quale è la cosa più coraggiosa che hai fatto nella vita?
Sono convinta che il coraggio sia probabilmente la prima dote di uno scrittore. Devo sempre ricordarmi che la volontà di affrontare determinati argomenti e di raccontare con grande spietatezza ciò che si vuole raccontare è una qualità fondamentale per chi scrive. Forse, allora, una delle cose più coraggiose che penso di aver fatto – io che, ad essere sinceri, non mi sono mai ritenuta una persona coraggiosa – è stata proprio scrivere il mio ultimo libro, quello di cui parleremo oggi: La segreta cura. È un testo molto intimo, nel quale racconto cose che normalmente non si raccontano, perlomeno per una “piemontese” come me, riservata per definizione.
Essendo tu, oltre che scrittrice anche insegnante di italiano in un liceo, mi piacerebbe sapere come vedi i ragazzi di oggi di fronte ad argomenti “difficili” come la malattia, la morte o a questioni etiche tipo l’eutanasia, l’aborto, la procreazione medicalmente assistita etc.?
Ti faccio una premessa: da qualche anno lavoro soprattutto con studenti molto giovani, nei primi due anni delle scuole superiori, ragazzi e ragazze di quattordici o quindici anni. Per questo mi risulta difficile rispondere in termini generali. È vero che esiste una categoria anagrafica chiamata “giovani”, ma è anche vero che il lavoro dell’insegnante consiste nel relazionarsi con le singole persone. Io non vedo “i giovani”: vedo Paolo, Pietro, Giulia etc.. Vedo individui e, al massimo, le dinamiche di un gruppo classe specifico. Credo sia importante sottolinearlo, perché tendiamo spesso a ragionare per categorie e a contrapporre un “noi” e un “loro”. Da sempre le generazioni più anziane osservano quelle più giovani come qualcosa di diverso e difficile da comprendere. In realtà tutti veniamo al mondo e viviamo per la prima volta. L’esperienza dei più grandi è comunque limitata alla propria esistenza e, inoltre, oggi viviamo in una società soggetta a cambiamenti molto rapidi, anche per effetto della rivoluzione digitale. Gli adulti sono dentro questa trasformazione tanto quanto i ragazzi. Tutti cerchiamo di orientarci. L’insegnamento ha però una particolarità: ogni giorno ti trovi davanti a quello che, piaccia o no, rappresenta il futuro. Questo è uno stimolo enorme. Mi colpisce, per esempio, quanto i ragazzi siano spesso più a loro agio rispetto ai cambiamenti che invece interrogano profondamente la mia generazione, come l’utilizzo dell’intelligenza artificiale.
Venendo più direttamente alla tua domanda, va detto che molti dei temi che hai citato – l’eutanasia, l’aborto o altre questioni bioetiche – sono ancora piuttosto lontani dall’orizzonte di vita di ragazzi così giovani. Salvo casi particolari, non si tratta di esperienze che li riguardano direttamente. La malattia, invece, fa parte del loro mondo. Può capitare che un compagno affronti un problema di salute serio, un ricovero ospedaliero, una terapia importante. Oppure, purtroppo, che qualcuno perda un genitore o una persona cara. In questi casi i ragazzi si confrontano con aspetti della vita che si vorrebbe restassero il più possibile lontani dalla loro quotidianità. Quello che osservo, però, non è tanto un dibattito strutturato quanto una varietà di reazioni molto soggettive. Ci sono classi che mostrano una straordinaria solidarietà concreta e altre in cui questa capacità emerge con maggiore difficoltà. Le reazioni sono spesso imprevedibili. Dal punto di vista etico, un tema particolarmente rilevante nella fascia d’età con cui lavoro è invece quello dell’integrazione e della cittadinanza, che indirettamente interessa comunque anche l’aspetto socio-sanitario. L’Italia sta diventando sempre più un Paese di immigrazione e tra i quattordici e i quindici anni i ragazzi iniziano anche a confrontarsi con i messaggi provenienti dal dibattito politico. Nelle nostre classi sono presenti molti studenti di origine straniera che hanno però compiuto tutto il loro percorso scolastico in Italia. Questo apre naturalmente discussioni sulla Costituzione e sul principio di uguaglianza. Sono temi che toccano direttamente la loro esperienza quotidiana e che spesso generano confronti molto accesi.
Quando affrontate questi argomenti, torni a casa soddisfatta o preoccupata?
Dipende. A volte vedo, nelle relazioni concrete che i ragazzi costruiscono tra loro, qualcosa che va ben oltre gli slogan e le semplificazioni che emergono nel dibattito politico. Nella vita quotidiana i ragazzi studiano insieme, escono insieme, si frequentano e costruiscono rapporti autentici. Detto questo, non posso dire di non aver mai assistito a episodi o atteggiamenti che destano preoccupazione. Come spesso accade, dipende dalle situazioni e dalle persone. Ci sono giornate in cui torno a casa più fiduciosa e altre in cui qualche interrogativo che mi preoccupa rimane aperto.
Queste prime domande mi servivano per farti conoscere ai nostri lettori anche al di fuori del tuo essere scrittrice. Ma ora arriviamo al tuo lavoro artistico. Dopo una lunga carriera come autrice di fiction, hai deciso di scrivere un memoir – La segreta cura – dedicato a un’esperienza personale e molto intima: la diagnosi e la convivenza con la sclerosi multipla. È una scelta insolita, soprattutto in un’epoca in cui la malattia viene spesso considerata una dimensione strettamente privata, da nascondere. Come è nata l’esigenza di raccontare questa storia e cosa ti ha spinta a passare dalla finzione narrativa a un libro così personale?
In effetti, tutto ciò che riguarda la salute rientra tra i cosiddetti dati sensibili. Normalmente, certe cose non si raccontano. Nel mio caso, non soltanto per una questione caratteriale o, come dicevo prima, per una certa riservatezza “piemontese”. In realtà, ho sempre pensato che questa lunga relazione con la malattia, che dura ormai da quasi trent’anni, non fosse tanto qualcosa da tenere segreto, quanto qualcosa di privo di interesse pubblico. Poi è accaduto ciò che racconto anche all’inizio del libro. La segreta cura è un testo molto trasparente da questo punto di vista, quasi metaletterario: spiego fin dalle prime pagine perché il lettore si trova davanti a questa storia. Sono stata coinvolta in un progetto di ricerca condotto da una dottoranda in antropologia medica, Manuela Antonucci, che stava studiando i percorsi terapeutici delle persone con sclerosi multipla in Italia. Non sono stata contattata in quanto scrittrice, ma attraverso un amico comune che mi ha chiesto se fossi disponibile a partecipare. Ho accettato volentieri, anche perché la mia esperienza con la malattia era ormai molto lunga e pensavo potesse essere utile alla ricerca. Durante quell’intervista, che è durata ben più del previsto, mi sono accorta però di una cosa: ho capito da scrittrice che tutto quel mio materiale non era soltanto una testimonianza, era una storia. Una storia che poteva interessare anche altre persone. A quel punto ho pensato che fosse arrivato il momento di applicare a quella vicenda gli strumenti narrativi che avevo affinato negli anni scrivendo fiction. Il personaggio ero io, la trama era costituita dalle esperienze che avevo vissuto in relazione alla malattia, ma il lavoro di costruzione era lo stesso che affronto quando scrivo un romanzo. Non ho voluto che il libro fosse definito “romanzo”, ma resta comunque un’opera letteraria. C’è una costruzione narrativa, c’è un lavoro sui personaggi, c’è un montaggio degli eventi. La definizione di memoir letterario mi sembra corretta, purché non venga confuso con una semplice testimonianza o con uno sfogo personale. Alla base c’è una convinzione molto forte: io credo nella letteratura. Credo nel suo potere conoscitivo, nella sua capacità di farci comprendere qualcosa che, prima della lettura, non avevamo ancora capito. Ed è esattamente ciò che ho cercato di fare con questo libro.
La letteratura sulla malattia rischia spesso di cadere nella retorica della sofferenza o nell’eroismo. Nel tuo caso, invece, ritengo La segreta cura un libro molto sobrio, privo di enfasi. Questa scelta è stata consapevole? Ti sei posta il problema di non “caricare” emotivamente il racconto?
La mia è una scrittura asciutta. Non mi interessa costruire effetti emotivi facili o cercare la commozione del lettore. Questo vale per tutti i miei libri, non solo per La segreta cura. Anche quando racconto eventi storici, come le guerre, cerco sempre un tono sobrio, controllato. Non è una strategia costruita a tavolino per questo libro, è semplicemente il mio modo di scrivere. Credo che anche quando si raccontano esperienze molto intense o intime, la forza non stia nel “calcare la mano”, ma nel controllo del linguaggio. C’è anche un aspetto tecnico: come in teatro un attore, per rendere un’emozione forte, spesso abbassa la voce invece di alzarla, così nella scrittura è lo stesso. L’emozione passa meglio se non viene esibita, urlata.
Cosa pensi possa trovare nel tuo libro una persona affetta da sclerosi multipla o che ha appena ricevuto una diagnosi? Hai avuto riscontri in questo senso da parte di lettori e lettrici?
Sì, fin dalle prime presentazioni ci sono state persone che si sono fermate a parlarmi durante i firmacopie. Non soltanto pazienti con sclerosi multipla, ma più in generale persone che convivono con una malattia. In molti casi il libro è stato vissuto come uno spazio sicuro, in cui poter riconoscere la propria esperienza. C’è spesso, attorno alla malattia, anche una sorta di vergogna. Viviamo in una società molto performativa, in cui la fragilità fatica a trovare uno spazio legittimo. Credo che il tono confidenziale e trasparente del libro abbia permesso a molti di rispecchiarsi. Non si tratta soltanto di riconoscersi nelle terapie o nei passaggi della malattia, ma in qualcosa di più profondo: l’idea che la propria esperienza possa avere dignità narrativa, che ciò che si è vissuto possa diventare racconto, possa stare in un libro. Questo vale soprattutto per una malattia come la sclerosi multipla, che spesso non è visibile dall’esterno. La disabilità, in molti casi, non si vede, ma il peso dei sintomi nella vita quotidiana è enorme. Molti lettori mi hanno detto di essersi sentiti sollevati nel leggere il libro, come se trovassero conferma che ciò che hanno vissuto e vivono non è qualcosa da nascondere o di cui vergognarsi, ma un’esperienza che può essere condivisa e riconosciuta. Questo non riguarda solo chi è malato, ma anche chi ha vissuto la malattia attraverso un familiare. Diverse persone mi hanno raccontato di aver letto il libro per comprendere meglio la situazione di un loro caro, quindi anche dalla prospettiva del caregiver.
La segreta cura mi sembra, in parte, anche un libro sulle relazioni e sulla vita di coppia. Nel testo questi aspetti emergono spesso, anche in modo indiretto. Mi interessava approfondirli con te.
Ogni storia di malattia è, in realtà, una storia diversa. Non esiste un’esperienza unica. Nel caso della sclerosi multipla, l’esordio e la diagnosi avvengono nella maggior parte dei casi tra i 25 e i 40 anni: un periodo “caldo”, in cui si stanno costruendo relazioni, famiglie, percorsi lavorativi. È una fase della vita in cui tutto è in movimento, e la malattia arriva spesso come un’irruzione improvvisa, quasi come un missile su un progetto appena avviato o in costruzione. Io sono stata, in questo senso, una persona fortunata. Ero sposata da un paio d’anni quando ho ricevuto la diagnosi, e la mia prima sensazione è stata: questa cosa è capitata a me, non a “noi”. Ho detto a mio marito: sei libero di andartene. E lui non se n’è mai andato. Questo, lo dico con consapevolezza, non è affatto scontato. Ho appena festeggiato trent’anni di matrimonio, e so bene che, al giorno d’oggi, si tratta più di un’eccezione che di una regola. Le statistiche ci dicono chiaramente che, in situazioni simili alla mia, le separazioni sono frequenti. È un dato che io stessa ho confermato anche confrontandomi con altre persone e con altre storie.
Recentemente, ho partecipato a una trasmissione su Rai 3 insieme a Concita De Gregorio, che ha scritto un libro dal titolo La cura (Einaudi, 2026). In quella occasione sono stati citati anche alcuni dati relativi sia alla sclerosi multipla sia ad altre patologie importanti, come i tumori, che confermano una tendenza: quando arriva una malattia grave, è più frequente che sia l’uomo ad allontanarsi dalla relazione piuttosto che il contrario. Naturalmente parliamo di statistiche, quindi di tendenze generali, non di destini individuali. Però il dato esiste. Credo che questo abbia anche una componente culturale: le donne sono spesso cresciute con un’idea più forte di centralità della relazione e della cura, mentre per gli uomini questo tipo di ruolo è meno interiorizzato. In ogni caso, una malattia non riguarda mai solo chi la vive direttamente. Coinvolge inevitabilmente anche chi sta accanto. La coppia, la famiglia, le relazioni vengono messe alla prova in modo radicale. Ed è questo, forse, uno degli aspetti più veri: non ci si ammala mai da soli.
Nel libro c’è una parte importante dedicata al momento della diagnosi e a come la comunichi ai tuoi genitori. Quella con i padri e le madri è una relazione diversa da quella di coppia, anche per ragioni generazionali.
Ricevere una notizia del genere, da parte di genitori che hanno una figlia giovane, appena sposata e in salute, è uno sconquasso. Tra l’altro i miei genitori conoscevano una persona con una forma molto severa di sclerosi multipla. Per loro quella era l’immagine della malattia. E in generale, anche a livello collettivo, è spesso l’immagine più visibile e quindi più temuta. Per entrambi è stato un momento molto difficile. Poi, come spesso accade, nelle situazioni di crisi emergono anche le caratteristiche profonde delle persone. Mia madre ha avuto un atteggiamento molto attivo: mi ha accompagnato ai primi consulti insieme a mio marito ed è stata molto presente, soprattutto nelle fasi iniziali. Col tempo, quando ha visto che la malattia non progrediva rapidamente grazie alle terapie, il suo atteggiamento in parte è cambiato. Ha sofferto molto la mia mancata maternità, ed è stato un tema complesso anche nel nostro rapporto. Mio padre, invece, ha reagito in modo diverso. Con il tempo ho riconosciuto in lui una tendenza a rifiutare la realtà: non tanto a negarla apertamente, quanto a costruire una narrazione parallela, più sopportabile, anche se non aderente ai fatti.
Ci sono situazioni in cui non si pronuncia il nome della malattia, o in cui si costruisce una narrazione alternativa. Lo vedo anche in contesti clinici. Da scrittrice, come leggi questo fenomeno?
È una forma di eufemismo, una strategia molto umana per spostare l’attenzione e proteggersi da ciò che fa paura. Succede da sempre. Penso, per esempio, alle pagine dei Promessi sposi sulla peste: Manzoni mostra bene come la stessa parola “peste” venisse evitata, pur essendo evidente ciò di cui si trattava. Si usavano giri di parole, mascheramenti linguistici. Allo stesso tempo, c’è anche il rischio opposto: quello dell’eccesso di metaforizzazione. Su questo ha scritto pagine molto importanti Susan Sontag, che ho citato volutamente nel libro. Quando la malattia viene caricata di significati simbolici – la “battaglia”, la “lotta”, la “resistenza” – si rischia di attribuire al malato un ruolo che non sempre gli appartiene e che può diventare pesante.
Però, se da un lato, c’è questa sorta di ritrosia nel nominare la malattia, dall’altro, ci pensavo, esiste anche la situazione opposta in cui c’è il bisogno, da parte del malato, di dare un nome preciso alla patologia che lo affligge.
Sì, perché nominare le cose le rende reali, e quindi affrontabili. E le rende socialmente riconosciute. Una diagnosi, per esempio, può garantire terapie gratuite grazie al Servizio Sanitario Nazionale italiano. Il problema è che spesso non nominarle nasce da un tentativo di protezione, non di rimozione consapevole. È una soglia molto delicata. E questo vale sia nella vita privata sia nel linguaggio pubblico: il modo in cui chiamiamo le cose cambia profondamente il modo in cui le viviamo.
Un tema centrale del tuo libro, che emerge anche in altri tuoi lavori – penso ad esempio al racconto Come non sono diventata madre inserito nell’antologia L’amore inevitabile. Storie di genitori, storie di figli (Mondadori, 2025) – è anche quello della maternità che, nel caso de La segreta cura, si intreccia inevitabilmente con la malattia. In Fondazione Sasso Corbaro e su questa rivista, ci occupiamo frequentemente di scelte riproduttive, di gravidanza e del diventare madre. Abbiamo anche una collaboratrice, Laura Lazzari Vosti, che si dedica esclusivamente a questo ambito di ricerca. Ti vorrei chiedere di raccontare la tua esperienza a tal proposito.
Io ho ricevuto la diagnosi di sclerosi multipla nel pieno della mia età fertile. All’epoca, alla fine degli anni ’90, il farmaco di riferimento per la mia malattia era l’interferone, che non la guariva ma ne rallentava la progressione. Era però un farmaco con molti effetti collaterali: febbre, dolori, una sensazione costante di spossatezza – era come vivere con uno zaino sulle spalle. E soprattutto, cosa fondamentale per la mia situazione, non era testato in gravidanza. Questo significava che, se si decideva di cercare di aver un figlio, bisognava sospendere la terapia, attendere alcuni mesi per eliminare gli effetti del farmaco e poi provare a concepire. Di fatto, per anni ho vissuto dentro questa alternanza continua tra terapia e tentativi di gravidanza. Interrompevo la cura, provavamo, ma la gravidanza non arrivava e, in alcuni casi, arrivavano invece le ricadute. A quel punto ricominciavo la terapia. Questo movimento avanti e indietro ha finito per consumare, di fatto, il mio tempo fertile. Nel libro la racconto in modo più esteso, mentre nel racconto dell’antologia che tu hai citato ne riprendo solo alcuni frammenti.
Nel tempo, poi, con mio marito, abbiamo fatto anche altre scelte: ad esempio abbiamo deciso di non intraprendere il percorso dell’adozione. Il tema della maternità, quindi, non si esaurisce nella sola dimensione biologica. Resta però il fatto che questa esperienza è stata profondamente intrecciata con la malattia, anche se la malattia in sé non controindica la gravidanza. Non era una questione di impossibilità medica assoluta, quanto di condizioni terapeutiche e di contesto storico. Oggi, da quello che mi dicono i neurologi, la situazione è molto cambiata: alle persone appena diagnosticate vengono proposti molti più farmaci e possibilità terapeutiche. Questo, più che altro, mostra quanto la ricerca abbia fatto progressi concreti nel tempo. Il punto che mi interessa è proprio questo: il mio è un racconto molto intimo, che riguarda me, la mia famiglia e la mia cerchia più vicina. Ma allo stesso tempo il libro prova a restituire qualcosa di più ampio: cosa significa, per una donna della mia generazione, in Europa, in Italia, trovarsi a vivere la malattia nel momento in cui si incrocia con le scelte di vita e con il desiderio di maternità.
Il tuo approccio, anche in questo memoir, mi sembra molto vicino a quello dei tuoi romanzi, che spesso lavorano su periodi storici e su contesti sociali precisi del recente passato. Ne La segreta cura, in un certo senso, hai quasi “storicizzato” la tua esperienza, inserendola dentro una prospettiva più ampia, anche attraverso elementi di storia della medicina e riferimenti che citi nel libro. Questa scelta sembra rispondere anche al desiderio di mettere in prospettiva ciò che ti è accaduto, di sentirti parte di un flusso più grande. È così?
Sì, esatto. Per me è proprio questo il punto. Inserire la propria esperienza dentro un contesto più ampio, storico e culturale, è un modo per non viverla come qualcosa di isolato. Non sei solo, non sei un caso unico, e soprattutto non sei il primo ad attraversare certe difficoltà. Questo, per me, è molto rassicurante. E questa percezione, in generale, aiuta molto anche chi legge. Me lo dicono spesso le persone che si sono riconosciute nel libro: il sentirsi “sulla stessa barca” è fondamentale, allevia la solitudine del malato.
Nelle note bibliografiche finali de La segreta cura citi diversi autori che hanno accompagnato la tua scrittura. Tra questi ce ne sono due che sono già stati ospiti delle mie interviste: Paolo Milone (qui per leggerla) e Nicola Gardini (qui per leggerla).
Paolo è una persona straordinaria. L’ho conosciuto attraverso la lettura de L’arte di legare le persone (Einaudi, 2020). Mi ha colpito moltissimo il modo in cui racconta la relazione con i pazienti psichiatrici. Anche la riflessione che fa Nicola Gardini sul rapporto tra letteratura, pensiero e malattia è stata importante per me. Alcuni autori entrano nel tuo orizzonte e diventano riferimenti perché hanno già lavorato su domande che tu stai ancora cercando di mettere a fuoco.
Infatti, emerge molto questa dimensione intertestuale: libri che richiamano libri che richiamano altri libri…
Sì, perché questa è la mia vita. I libri sono il modo che ho per capire il mondo. Quando ho iniziato a scrivere questo memoir, l’obiettivo non era solo raccontare una vicenda personale, ma cercare di darle una forma comprensibile all’interno di una riflessione più ampia, filosofica, culturale, letteraria. Oltre a Milone e Gardini, anche altri autori citati nel libro fanno parte di questa rete: ciascuno ha contribuito a costruire un modo di pensare la malattia, la scrittura e il rapporto tra le due. E poi sì, c’è anche questo aspetto: l’idea che esista già un canone, una tradizione. Ma ogni canone è anche una costruzione, in parte ideologica. Per questo è inevitabile confrontarsi con ciò che è stato fatto prima, ma anche provare a rimettere insieme quei riferimenti in un modo che rispecchi il proprio sguardo. In un certo senso, ogni scrittura è anche una forma di nuova canonizzazione: si prendono voci diverse e si prova a costruire un proprio ordine, una propria geografia. E infine, c’è anche una dimensione molto concreta e umana: l’idea che alcuni autori con cui non puoi più dialogare direttamente – come Sontag o Woolf – restino però interlocutori vivi attraverso i loro testi. Mentre altri, contemporanei, ancora in vita, diventano persone con cui puoi continuare una conversazione reale. Questo per me è uno degli aspetti più belli della letteratura: la possibilità che un pensiero continui a evolvere, e che la scrittura diventi un luogo di dialogo aperto.
Mi piacerebbe chiudere con una frase che, se non ricordo male, ritorna ne La segreta cura almeno due volte e che oggi potremmo quasi definire un “meme”: «Tutto, tutto diventa scrittura». Che cosa significa?
Vedi, Nicolò, in realtà questo è un libro sul desiderio. Parla di come noi ci identifichiamo con i nostri desideri, ma anche del fatto che questi non sono qualcosa di statico. Siamo capaci di cambiare, di evolvere, proprio perché i nostri desideri cambiano nel tempo. All’inizio del libro, quando ho ricevuto la diagnosi di sclerosi multipla a ventisette anni, il mio primo pensiero è stato: non andrò sul Monte Bianco. Avevo questo grande sogno e mi sembrava che mi fosse stato sottratto. Poi, però, mettendo in fila gli eventi, guardando le date, osservando come si sono intrecciate la mia vita e la mia malattia, mi sono accorta che da quella perdita è nato un altro orizzonte: la scrittura. Analizzando i libri che ho pubblicato e quello che ho raccontato al loro interno, mi sono resa conto che tutto ciò che aveva a che fare con la malattia trovava comunque una forma di uscita: una forma letteraria. Nessuno, se non io, avrebbe potuto ricostruire quel percorso, ma quella materia era già lì, bastava trasformarla in racconto. In questo senso, tutto diventa scrittura: la scrittura è diventata il mio nuovo orizzonte di desiderio, una parte fondamentale della mia identità. Identità che conserva legami con quella precedente alla malattia, ma che è anche qualcosa di nuovo. Inoltre, c’è anche un secondo significato di quella frase, che emerge soprattutto nel finale del libro, quando provo a mettere in relazione la scrittura con la pratica della diagnosi:
«Oggi le pareti di casa nostra sono piene di libri e immagini di vette, strapiombi, cieli alpini. Il fico non c’è più e la betulla ha sofferto lo straordinario caldo estivo, ma resiste. “Diagnosi” significa indagare il mistero, conoscere attraverso indizi e sintomi. Lo stesso che fa la scrittura con la vita. Senza prognosi. Lo accetto. In questo autunno di smalto, dalla finestra del mio studio guardo piccole foglie d’oro planare una a una sul prato, e lo accetto».
Ecco, quando dico che tutto diventa scrittura intendo anche questo: la scrittura è diventata per me il modo di indagare ciò che non capisco. Di fare, in qualche modo, diagnosi alla vita.
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