Un antidoto alla “ristrettezza radiofonica”

O di come sarebbe potuta andare una puntata di Moby Dick di Rete Due se ci fosse stato più tempo a disposizione 

Il 22 novembre 2025 ho partecipato al programma radiofonico Moby Dick (in onda in diretta il sabato mattina su RSI Rete Due link alla puntata qui, dal minuto 21), su invito di Alessandra Bonzi. Con Alessandra, host della trasmissione, ci siamo preparati con cura sul tema “letteratura e malattia”, focalizzandoci in particolare sul racconto del dolore. Ma i tempi in radio, si sa, sono sempre ristretti e si riesce a dire solo l’essenziale. Tuttavia, visto che ci siamo, come si suol dire, “sbattuti parecchio”, mi è sembrato giusto trovare un modo per rendere onore sia al mio lavoro sia a quello di Alessandra, che aveva preparato molte più domande di quante ne abbiamo potute affrontare in diretta. Insomma, diciamo che se il tempo a nostra disposizione fosse stato maggiore, la nostra conversazione sarebbe andata più o meno così: 

Alessandra Bonzi: Mi dai una definizione di dolore? 

Io: Più che dare una definizione di dolore – che da medico potrei sicuramente formulare in termini biologici – viste le ragioni per le quali mi hai coinvolto per la puntata di Moby Dick, mi interessa soffermarmi su questo aspetto: il dolore come esperienza soggettiva. Dal punto di vista clinico, lo definiamo un sintomo, qualcosa che il paziente percepisce e ci riferisce. A volte possiamo intuirlo dall’esterno, ma nella maggior parte dei casi resta una sensazione “dentro”, accessibile solo a chi la prova. 

Ed è per questo che la comunicazione diventa fondamentale: il dolore non potrebbe chiamarsi tale se non venisse espresso. Questa dimensione di comunicabilità ne determina, in un certo senso, anche la sua esistenza. Sappiamo però che non tutti riescono a esprimere il proprio dolore: c’è chi soffre senza dirlo, chi non trova le parole, chi magari lo comunica in uno modo che noi non riusciamo a capire, lo fraintendiamo. E, chiaramente, anche noi medici possiamo interpretarlo male. 

Per questo motivo, direi che il dolore esiste pienamente solo quando riesce a essere raccontato. Per chi non lo prova direttamente, uno dei modi per comprenderlo è attraverso le parole – o attraverso i silenzi – di chi ne soffre. 

Alessandra Bonzi: Qual è la funzione della letteratura nel dare voce al dolore? 

Io: Partirei con una premessa che per me è fondamentale e che sta un po’ alla base di tutto ciò di cui mi occupo in questo ambito di ricerca “malattia e letteratura”: la letteratura è arte. Un grande romanzo, che parli di malattia o meno, sta sullo stesso piano di un quadro esposto in un museo, di un album musicale che vince un Grammy o di un film premiato con l’Oscar. 

Ed è importante guardare alla letteratura da questa prospettiva, perché – perdonami se faccio sempre un po’ la parte del “cattivone”, del brutale materialista – per me è essenziale deromanticizzare un po’ l’arte e ricordare che in quanto tale ha anche una dimensione economica che non si può e non si deve trascurare: un romanzo viene scritto anche per essere venduto. Questa consapevolezza non sminuisce il valore dell’opera; anzi, al contrario, è fondamentale se vogliamo continuare a leggere romanzi e, tornando alla tua domanda sulla loro funzione, “usarli”. 

Chiudo questa parentesi, ma era un punto che per me vale la pena sempre sottolineare. 

Proprio per questo, chiedersi “che funzione ha la letteratura” è sempre una domanda la cui risposta è difficile da dare: l’arte non ha una funzione unica, e se ce l’ha, ne ha molte. Da sempre, e anche nel nostro contemporaneo – lo vediamo spesso ultimamente – si enfatizza molto la funzione politica dell’arte, per esempio. 

Dal mio punto di vista, soprattutto quando la letteratura mette al centro la malattia, il dolore, la cura – in modo diretto o indiretto – fa ciò che l’arte ha sempre fatto: cerca risposte, offre interpretazioni, dà forma, voce, bellezza e meraviglia a storie che altrimenti non ci sarebbero. 

E penso che questo sia uno degli aspetti più importanti: la letteratura permette alla malattia di essere raccontata, condivisa e quindi, in qualche modo, di esistere anche fuori dal corpo di chi la vive, facendo passare la malattia da una dimensione meramente biologica a una dimensione umana – di Humanities, per usare un termine a me caro.  

Alessandra Bonzi: La relazione tra malattia e scrittura che effetto ha sul fare e sul leggere letteratura oggi? 

Io: Per risponderti devo distinguere le due dimensioni: quella dello scrittore (il fare) e quella del lettore (il leggere). 

Dal lato dello scrittore, ci chiediamo: perché qualcuno scrive di malattia, o della propria malattia? Le ragioni possono essere molte. Nei testi autobiografici o nelle patografie (testi biografici che parlano di malattia), la scrittura nasce dal confronto dell’autore con la malattia, con il dolore, il declino, la vulnerabilità, la perdita. È un percorso di introspezione e autoesplorazione, ma anche un atto comunicativo: ciò che è intimo, trasformato in parola pubblica, raggiunge un altro. Chi sceglie di raccontare la propria malattia – o una malattia – in forma letteraria lo fa per uscire dall’isolamento, cercare riconoscimento e legittimazione, creare un’opera d’arte (questo teniamolo sempre presente come filtro fondamentale), entrando spesso in contatto con chi vive esperienze simili. 

C’è però un equivoco diffuso – e mi tocca fare, anche qui, il guastafeste, il “bastian contrario”. Sento spesso parlare di “scrittura che cura”. Io non lo credo, e comunque non è sempre così; anzi, per molti autori è tutto il contrario. Penso alla scrittrice francese Neige Sinno – ne ho parlato qui. Ma non è certo l’unica. Discutendo recentemente con Angelo Ferracuti, scrittore italiano – suo un bel reportage sul fine vita, L’ultimo viaggio, uscito qualche mese fa per Il Saggiatore, ma soprattutto La metà del cielo (Mondadori, 2019), romanzo nel quale racconta la morte a causa di un tumore della moglie – lui mi ha detto qualcosa che anche altre sue colleghe e colleghi mi hanno confidato in altre occasioni: scrivere di certi argomenti non è un sollievo, anzi è spesso sofferenza. Però, per esempio, nel suo caso – e lo cito visto che gli ho fatto una lunga intervista che sarà pubblicata nei prossimi mesi, ma di cui riporto qui un breve estratto in anteprima – mi ha anche detto: «Più che prepararmi alla morte, il lavoro di scrittura e le esperienze vissute mi sono serviti per avere uno sguardo diverso sulla mia vita, darle più senso, più vitalismo, considerare solo le cose veramente importanti, soprattutto gli affetti, le cose belle, evitare gli inutili conflitti. Questo credo sia stato l’insegnamento più importante». Ecco, trovo molto belle le sue parole, luminose e piene di speranza… e, finalmente, ripulite dalla retorica – che mal sopporto, penso si sia capito! – della “scrittura che guarisce tutti i mali”. 

Dal lato del lettore, anche qui, leggere non equivale a guarire. Le parole non curano, il romanzo non è una pastiglia, un intervento chirurgico. Tuttavia, la letteratura – come le altre arti – può e deve (questo “deve” è una mia personalissima opinione) diventare, dicevo, strumento di comprensione e, per il personale curante, anche strumento di formazione: alla relazione con il paziente e allo sviluppo di competenze empatiche. Pensiamo solo a quanto spesso ci mettiamo nei panni dei personaggi che leggiamo: già questo è un bel allenamento all’empatia. 

Quando consideriamo la fruizione dei testi, occorre però anche chiedersi: quale tipo di lettura è adatta in condizioni di malessere, di vulnerabilità? Già Virginia Woolf, in Sulla malattia, osservava che quando siamo debilitati spesso non riusciamo a seguire l’architettura complessa di un romanzo, mentre la poesia può farsi strada tra i sensi, tollerando l’assenza di una mente pronta. 

Non dimentichiamoci che ci sono condizioni di dolore in cui la lettura diventa impraticabile: non solo perché non è un mezzo di evasione, ma perché richiede una mente presente e capace di “afferrare” le parole.  

In questa puntata del mio podcast, ho accennato al “Chemo Brain”, un termine usato per indicare le difficoltà di pensiero e di memoria che alcuni malati oncologici sviluppano durante e dopo il trattamento chemioterapico. 

Emblematico è poi l’esempio dell’autrice americana Joan Didion. Nel suo romanzo L’anno del pensiero magico, nella duplice veste di scrittrice e lettrice traumatizzata racconta che di fronte alla morte improvvisa del marito e alla grave malattia della figlia Quintana (morirà anche lei poco dopo), non trova conforto nella letteratura – fatta eccezione per alcune poesie. Piuttosto, cerca informazioni e modelli di comportamento, studiando saggi scientifici, articoli di letteratura biomedica su riviste specializzate come il Lancet o il British Medical Journal, e testi storici tipo L’uomo e la morte di Philippe Ariès o persino il Galateo di Emily Post, capaci di offrire strumenti pratici per affrontare lo sconvolgimento emotivo e fisico causatole dalle circostanze che stava vivendo in quel tremendo periodo della sua vita.  

(NB: questi ultimi due paragrafi li ho “scippati” quasi interamente dall’interessante articolo “Ostacoli narrativi e contrasti di voci nella patografia” scritto dalla co-host del mio podcast Mariarosa Loddo per questa rivista).   

In sintesi, la relazione tra malattia e scrittura è complessa e multisfaccettata. Sta un po’ a noi – io, per esempio, che me ne occupo in prima persona – continuare a studiare e a parlarne, divulgare… anche grazie ad appuntamenti preziosi come quello di Moby Dick nel quale mi hai invitato.  

Alessandra Bonzi: Quando un racconto di malattia smette di essere un appunto privato e diventa letteratura?  

Io: Questa è una domanda facile e difficile allo stesso tempo. Direi che il passaggio decisivo – quello che porta un’esperienza intima a farsi arte – avviene nel momento in cui entra in scena una forma. L’esperienza, da sola, non basta. Diventa letteratura quando qualcuno decide di organizzarla attraverso uno stile, una struttura, una “voce”. Poi, a parer mio, ci vuole anche il talento – bisogna saper scrivere! Alcuni lo sanno fare, molti no. Insomma, diventa letteratura o almeno ci prova, quando cerca e trova modi per raccontare che non siano il semplice resoconto di ciò che è accaduto o di ciò che è. Ed è questo lavoro sulla forma che permette di spostare il racconto dalla dimensione privata a quella pubblica, condivisibile: la storia non parla più soltanto dell’autore, ma comincia a coinvolgere e interrogare chi la legge. Diventa un ponte tra il particolare e l’universale, tra il tu e il noi. 

A questo aggiungerei un altro elemento spesso sottovalutato: l’intenzionalità. Scrivere di malattia non è solo un’urgenza; è una decisione consapevole di dare una forma a ciò che è stato vissuto (o che è stato osservato) – o anche, perché no, inventato. L’esperienza non viene mai riportata così com’è: viene lavorata, plasmata, filtrata, trasformata, falsificata (cos’è il vero in un racconto?). In questo processo non si deve mai pretendere dall’artista la verità – guai! Spesso è necessario sacrificare la cronaca per permettere alla storia di raggiungere la dimensione di opera d’arte.   

Infine – e per me è un punto decisivo, soprattutto quando si parla di malattia – c’è il ruolo del lettore. Umberto Eco ci ha insegnato che il fruitore non è un optional ma una componente essenziale dell’opera. È lui che la completa, che la “attiva”, che ne parla, che la vive e, così facendo, la sposta dal privato dell’autore al condiviso di tutti. 

Una storia di malattia diventa anche letteratura quando chi legge riesce a riconoscersi, a interrogarsi, a emozionarsi per qualcosa che non ha vissuto sulla propria pelle. E ancora, una storia di malattia diventa anche letteratura quando quella vicenda narrata smette di appartenere a uno e diventa materiale per molti – arte, after all 

Alessandra Bonzi: nel suo podcast Malati di letteratura, si è occupato anche della letteratura del dolore. Secondo lei, la letteratura può trasformare il dolore in conoscenza condivisa? 

Io: Facendo un podcast, ma non solo, collaborando con la Fondazione Sasso Corbaro, con la Casa della Letteratura per la Svizzera italiana e con il Festival letterario internazionale ChiassoLetteraria, credo profondamenteche la letteratura possa trasformare i suoi oggetti – e qui non parliamo solo di malattia e di dolore – in conoscenza condivisa. Anzi ritengo che lo debba fare. 

Non voglio però essere ipocrita o naif: purtroppo oggi la letteratura è qualcosa per pochi e per “sempre meno”. Il mercato editoriale è in crisi. I lettori sono in drastico calo e i dati recenti non sono affatto confortanti… ma questo sarebbe argomento per un’altra puntata di Moby Dick. 

Vorrei chiudere con una nota positiva, quasi un “pensiero magico”: spero che le nostre chiacchiere in radio e le risposte più approfondite che ho potuto offrire in questa forma scritta alle tue domande, abbiano incuriosito e magari stimolato gli ascoltatori – lettori e non – ad avvicinarsi a quelle arti che, da sempre, si mantengono in dialogo con la nostra salute e con le nostre malattie. 

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