Un oncologo e i suoi libri

Intervista a Giacomo Vallomemedico a Genova e gran lettore 

Da un po’, nel mio – poco – tempo libero, insieme a Mariarosa Loddo (qui trovate alcuni suoi articoli pubblicati sui Sentieri), faccio un podcast che si chiama “Malati di Letteratura” nel quale parliamo di scrittura e malattia. Di recente, un ascoltatore, un oncologo che lavora a Genova e che si chiama Giacomo Vallome, ci ha scritto una bella mail che vorrei riportarvi integralmente qui sotto. Giacomo, che dopo quella mail ho conosciuto, si riferisce in particolare a due puntate del podcast: quella in cui abbiamo parlato del memoir Non morire di Anne Boyer e quella in cui abbiamo parlato del romanzo Attraverso la vita di Sigrid Nunez 

Mail del 22 settembre 2026 a “Malati di Letteratura”: Mi chiamo Giacomo, faccio l’oncologo in un piccolo ospedale di Genova e per qualche motivo vengo periodicamente attratto da libri che parlano di tumore. Ascolto con piacere il vostro podcast in modo sparso e ho recentemente ascoltato la puntata su “Non morire” di Anne Boyer e volevo condividere con voi un altro aspetto della letteratura sul tumore a cui penso spesso. Quello che io noto è che c’è un modo di affrontare il tumore (nella comunicazione, nei media e anche nella letteratura) che è molto parziale (e mi sembra emblematico il fatto che Anne Boyer, nonostante il suo taglio di aperta rottura rispetto al restante modo di affrontare il tema, cada in questa visione). Mi riferisco al fatto che la terapia dei tumori è raccontata come una questione di probabilità di guarigione. Magari questa probabilità è molto bassa, magari il percorso è molto lungo e pieno di sofferenze, ma il nodo centrale è lì. Senza voler nulla togliere a questo approccio alla malattia, che è la realtà di molti pazienti (e soprattutto molte pazienti con carcinoma mammario), ma è molto lontano dal rappresentare la totalità delle esperienze. Circa metà dei pazienti (di più se si considera un centro piccolo come quello in cui lavoro io) vengono diagnosticati a uno stadio di malattia metastatica, dove la questione non è guarire sì o guarire no, ma è quanto riuscire a sopravvivere. I trattamenti, che non sono volti a eradicare la malattia, servono ad alleviare i sintomi e prolungare la sopravvivenza, in un complesso bilancio di benefici ed eventi avversi, e dove la qualità della vita del paziente riveste un ruolo fondamentale. 

Il fatto che la narrazione sul tumore ruoti intorno al paradigma “probabilità di guarire” crea alcune problematiche a questo tipo di pazienti: a livello di aspettative, perché poi è quello che chiedono all’oncologo e alla terapia; a livello di qualità della vita, perché faticano e vivere il “qui ed ora”, essendo psicologicamente orientati su una fine della terapia che in realtà non esiste, e quindi rimandano viaggi, incontri ed esperienze che sarebbero invece esattamente il motivo per cui facciamo la terapia; a livello di solitudine, perché anche quando si parla di tumore (campagne, articoli, libri, film) loro non si sentono parte di quella narrazione. In parte Carrère, in “Vite che non sono la mia”, racconta (in modo adeguato, secondo me) che cosa è una malattia metastatica, anche se lo fa parlando della malattia di un altro e con il suo stile di parlare anche molto di sé e di altri aspetti che gli interessano di più. Sigrid Nunez, in “Attraverso la vita”, di cui avete parlato, offre spunti interessanti e visioni della malattia metastatica molto lucide e che ho apprezzato molto (c’è una pagina in particolare che smonta molto bene una certa retorica relativa al cancro); la paziente, però, parla comunque di “probabilità del 50% che la terapia funzioni”, e quando si accorge che non funziona, decide di optare per l’eutanasia. È un espediente che sicuramente paga dal punto di vista narrativo, ma manca di intercettare una certa complessità della questione. 

Scusate la lunga e-mail, ma è un tema che mi scalda e di cui potrei parlare anche di più. 

Grazie ancora, e buona giornata! 

… capite bene che dopo quanto ci ha scritto Giacomo, non potevo esimermi dall’invitarlo a fare una chiacchierata anche qui.  

Giacomo, vorrei che prima di tutto raccontassi ai nostri lettori dove lavori e con quale tipo di pazienti ti confronti quotidianamente?  

Lavoro a Genova, nel reparto di oncologia di un piccolo ospedale periferico. Non abbiamo letti di degenza, solo degli ambulatori e due stanze di day hospital per la somministrazione di terapie oncologiche. Molte delle persone che visito sono pazienti anziani che vengono dalle zone più periferiche della città e per i quali un centro vicino a casa, rispetto all’ospedale grande ma distante, è un’importante risorsa.  

 

Quasi tutte le persone di cui mi occupo presentano una malattia in fase avanzata, metastatica. I pazienti non metastatici – come, ad esempio, le donne con tumori mammari ancora candidabili a trattamenti radicali – tendono invece a rivolgersi a strutture più grandi. Questo avviene sia per la presenza, in tali centri, di reparti di chirurgia, sia per la naturale propensione dei pazienti più giovani o con maggiori prospettive a cercare contesti che possano offrire un ventaglio più ampio di opzioni terapeutiche. 

Dalla mail e dalle parole che ci siamo scambiati in seguito via Zoom, ho capito che, come me, ami molto leggere… mi dici da dove nasce questa tua passione? È qualcosa di recente o sin da quando eri un bimbetto il libro è stato un “compagno” di vita?   

Leggo fin da quando ero bambino. Ho questo nitido ricordo di quando da piccolo andavamo in vacanza in Valle d’Aosta e non vedevo l’ora di andare ad Aosta per fare un giro in libreria. Credo di essere partito da Il battello a vapore e dai Piccoli brividiPoialle scuole elementari, la mia vera e propria iniziazione ai libri “da grandi” è stata Jurassic Park di Michael Crichton (un medico, n.d.i.). Ho sempre letto soprattutto romanzi di genere, diversi fantasy e molto Stephen King, pur diventando nel tempo sempre più esigente. Poi, dopo l’università, con meno cose da studiare e più possibilità di leggere, le mie letture sono cambiate mi sono dedicato maggiormente a libri di altro genereOggi mi definirei uno da narrativa, prevalentemente contemporanea. Sono una persona abbastanza introversa e i libri sono un compagno ideale. Per farti capire spero sempre di non incontrare nessuno in treno o che il dentista tardi a chiamarmi, per poter leggere in pace in sala d’attesa. 

Andando più nello specifico  e qui cito dalla tua mail: «per qualche motivo vengo periodicamente attratto da libri che parlano di tumore»  io che sono un maledetto curioso non posso non chiederti di provare a dirmi quel motivo” (posso immaginare che sia per la vicinanza alla tua professione… di contro, è anche vero che conosco persone che, servendosi della letteratura per “evadere”, non vorrebbero mai leggere di cose di cui si occupano durante la loro giornata lavorativa).  

Se dico per “qualche” motivo è perché il motivo fino in fondo non l’ho ancora capito. Ricordo, ad esempio, che quando ho deciso di leggere Vite che non sono la mia non avevo mai letto nulla di Emmanuel Carrère (lo avevo a malapena sentito nominare!) e avevo letto pochissimo pure sul tema della malattia. Quando mi è stato detto di cosa parlava ho sentito un richiamo inspiegabile che, per fortuna, ho assecondato, scoprendo così un libro che mi ha dato tanto. 

In parte, credo che il motivo sia che mi piace guardare il mio lavoro da un altro punto di vista. Anche se i pazienti mi raccontano molto di sé, lo fanno sempre dentro una cornice precisa – quella del rapporto “paziente versus medico” – e lo fanno in un ambulatorio. Con i personaggi dei libri, invece, quel filtro non c’è: mi sembra di entrare davvero nella loro vita, nella loro testa, e di vedere le cose da prospettive differenti. 

Se pure ho l’impressione che questo mi aiuti a fare meglio il mio lavoro, non lo paragonerei allo studio – più scientifico – che devo fare per tenermi aggiornato: leggere questi libri mi piace proprio. Chiaramente devono essere bei libri, ben scritti. Mentre leggo, però, succede qualcosa di strano: forse perché in quel momento non sono più il medico ma uno spettatore, o forse per un potere intrinseco della letteratura, per me quella attività diventa comunque una forma di “evasione”. 

Mi capita, a volte, di sentire il peso del mio mestiere di oncologo, che – volenti o nolenti – è un lavoro che a volte si “porta a casa”. Ma non è leggendo questo genere di libri che accade, anzi. 

Vado al succo del discorso che ci hai proposto nella mailperché secondo te la letteratura contemporanea che parla di cancro  nella costruzione dei personaggi, delle trame…  si concentra, tu giustamente dicisulla «probabilità di guarigione», sul «paradigma probabilità di guarire» tralasciando che, per una buona parte dei pazienti«la questione non è guarire sì o guarire no, ma è quanto riuscire a sopravvivere» 

Diciamo che la mia risposta ha il valore di… una chiacchierata tra amici. Non ho fatto studi o ragionamenti più approfonditi dei pensieri che nascono spontaneamente leggendo certi tipi di libri. Mi verrebbe da dire che, innanzitutto, c’è una motivazione molto concreta: molte di queste opere sono memoir, e in genere chi scrive un memoir è qualcuno che dal cancro è sopravvissuto. 

Per una serie di motivi biologici, psicologici e sociali, durante molti trattamenti oncologici non è così semplice scrivere – ma nemmeno leggere – un libro (nella vostra puntata su Anne Boyer voi parlate di “Chemo-fog”, la nebbia mentale da chemioterapia). Il personaggio di Attraverso la vita dice: «Immaginavo che sarebbe stato impossibile non scrivere nulla a proposito. Di lì a poco, però, ho cambiato idea». Ecco, anche quando non si trovano a lottare contro il fattore tempo, le persone il cui trattamento è cronico – non destinato a un termine programmato – difficilmente si imbarcano in progetti di questo tipo. Resta, ovviamente, la narrazione in terza persona, che però è proprio quella più “colpita” dal problema. 

Provo a guardarla da un altro punto di vista: si tratta di raccontare un percorso lungo, fatto di terapie, accessi periodici in ospedale, effetti collaterali, una quotidianità di alti e bassi. Un libro così, in effetti, rischia facilmente di diventare molto noioso o molto didascalico, se non si è davvero bravi. Si finisce per soffermarsi su singoli aspetti o per ricorrere a semplificazioni o espedienti narrativi che rendono la lettura più godibile, ma che comportano che alcuni pezzi si “perdano per strada”. Quello che è giusto – giustissimo! – da un punto di vista letterario, cioè scrivere un bel libro, rischia di essere approssimativo dal punto di vista oncologico. 

Tra le fatiche più grandi che incontro nel mio lavoro, quando ho a che fare con pazienti che si trovano in una condizione di malattia non più guaribile, c’è sicuramente quella di trasmettere loro che la cosa più importante è mettere la qualità della vita molto in alto nella scala delle priorità. Poi, far passare anche l’idea che la terapia è qualcosa di funzionale al raggiungimento di tanti piccoli obiettivi quotidiani: un viaggio dai parenti lontani, un concerto, continuare il proprio lavoro, e soprattutto ricavare momenti di qualità da passare accanto ai propri cari. 

Non arrivo a dire che sia colpa dei libri se incontro questo tipo di difficoltà. È vero, però, che la maggior parte delle narrazioni che riguardano le terapie oncologiche le dipingono spesso come uniche responsabili della grande fatica e della sofferenza che i malati devono affrontare. Terapie che hanno date di inizio e di fine, e dove questa “fine”, solo se si è fortunati, coincide con un lento ritorno alla vita di tutti i giorni e con una nuova consapevolezza delle cose importanti. 

I dati, però, sono chiari: circa metà dei pazienti non può rientrare in questo tipo di narrazione. Quindi, quando vedo che questa prospettiva è totalmente assente in ciò che leggo, il pensiero mi torna a quella difficoltà – quella di aiutare le persone malate a trarre tutto il possibile da questo loro percorso. 

Anche perché, ora che ci penso, all’estremo opposto dei libri che raccontano la fine della chemioterapia, c’è un altro tipo di libri che parlano di tumore. Sono effettivamente libri che escono dal paradigma della guarigione e parlano di malattia metastatica. Tuttavia, nel farlo, spostano l’attenzione sulla terminalità, e su come questa terminalità trasforma il contesto. Succede, ad esempio, nel bel graphic novel I kill giants di Joe Kelly e J. M. Ken Niimura, che credo sia stata anche la mia prima lettura sul tema. 

 Questa cosa la ritrovi anche nel cinema?  

Mi sono nati due figli negli ultimi quattro anni. Non voglio usarlo come scusa, ma devo confessare che guardo pochissimi film. Mi sembra comunque che, nel cinema, per necessità di “tempi”, sia ancora più forte l’esigenza di semplificare o di ricorrere a espedienti narrativi. Anche l’adattamento di Almodóvar di Attraverso la vita – evidentemente abbastanza buono da meritare un Leone d’oro al Festival del cinema di Venezia – forza la mano, trasformandolo in una storia che ruota principalmente intorno al tema del suicidio assistito. 

C’è però anche un altro aspetto. Per spiegartelo, dirò una cosa che – premetto – non vuole essere né indelicata né irrispettosa: a partire dall’università avevamo iniziato ad affibbiare l’etichetta “amore-tumore” a un certo tipo di film, quelli in cui erano molto evidenti gli elementi tipici di questa semplificazione. Ti cito un film del 2011, 50 e 50, non perché sia imperdibile (anzi!), ma perché è abbastanza emblematico: 50 è la percentuale che il protagonista possa sopravvivere, e tutto ruota più o meno intorno a questo, compresa l’attesa relazione sentimentale. Capisco da solo che il film avrebbe funzionato meno se fosse stato incentrato sulla “sopravvivenza mediana”, sul “tempo libero da progressione” o sulla “riduzione del rischio”. 

Hai citato prima Vite che non sono la mia di Emmanuel Carrère, uno dei miei libri del cuore e sicuramente tri romanzi più significativi a tema malattia (e non solo!) degli ultimi cinquant’anni. Ti vengono in mentre altri esempi di scrittori  ma anche registi  che hanno provato, nelle loro opere, ad andare oltre al paradigma probabilità di guarire” parlando di malattia oncologica 

Herman Koch, reso famoso dal romanzo La cena – che ha venduto molte copie e da cui sono stati tratti anche dei film – ha scritto un libro che si intitola Ne scriverai?, che ho letto recentemente. Racconta della sua diagnosi di carcinoma della prostata metastatico. Non direi che sia un libro indimenticabile, e per gran parte del testo la diagnosi è più che altro il movente per rileggere molta della sua vita. Ma, fatta la tara ai suoi modi un po’ scostanti e al bisogno di togliersi qualche sassolino dalle scarpe, si ritrova comunque – e ben raccontata – la difficoltà di fare i conti con questo tipo di diagnosi, e soprattutto con la prognosi. 

Mi viene poi da pensare anche a Tre ciotole di Michela Murgia, anche se non tanto per il libro in sé. La raccolta si apre con un racconto in cui alla protagonista viene comunicato di avere un tumore metastatico. Ma, al di là di questo, ciò che mi ha colpito è stato tutto quello che ha accompagnato la pubblicazione del libro, avvenuta insieme alla rivelazione della diagnosi da parte dell’autrice. 

Michela Murgia, parlando della propria malattia, ha detto – in modo pressoché impeccabile – che «l’obiettivo non è sradicare il male, è tardi, ma guadagnare tempo; mesi, forse molti». A questa e ad altre sue affermazioni sono seguite levate di scudi da parte della comunità scientifica (mondo dell’oncologia compreso): “le cure ci sono”, “la ricerca è andata avanti”, e così via. Capisco perfettamente il diritto sacrosanto di mantenere viva la speranza dei malati, ma credo che in questo caso non sia stato dato minimamente valore alla corretta narrazione fatta dalla malata-Murgia. 

Ah, e poi sono davvero molto curioso di Per aspera ad astra, il graphic novel di Lorenzo Fonda che mi hai consigliato tu, Nicolò (se qualcuno che legge non sa ancora cosa regalarmi per Natale…). 

Già, quel graphic novel è un capolavoro, vedrai. Senti, ti capita di proporre ai tuoi pazienti e ai tuoi colleghi delle letture e/o ti capita di trovare pazienti o colleghi che ti parlano di opersulla “malattia” con le quali si sono confrontati 

A volte leggo libri che parlano di malattia e mi chiedo se potrei consigliarli a dei pazienti. Provo a immaginare cosa direbbero se li leggessero. Beh, non riesco a rispondermi. Da una parte, mi sembra una grande ricchezza poter leggere di qualcuno che ci è passato e non farlo attraverso una semplice testimonianza, ma con un buon libro. Dall’altra, non ho ancora trovato un titolo che, leggendolo, mi abbia fatto pensare: “ecco sì, questo domani lo consiglio a tizio”. Finisco sempre per dirmi che c’è qualcosa per cui “forse non è il caso… e poi chissà come potrebbe prenderla… che ci manca solo questo”. Per cui credo che ancora qualcosa mi sfugga. 

E comunque, prima di questa intervista – che possiamo considerare il mio piccolo “coming out” – la mia passione per questi libri è sempre stata qualcosa che mi sono tenuto per me. Non ho mai creato uno spazio per scambiare impressioni o consigli. Al momento, l’unico collega con cui condivido le mie impressioni di lettura è mia moglie.

In chiusura, ti chiedo se credi (permettiti di essere schietto, sincero e brutale!) che la letteratura e in generale l’arte possa ancora creare dibattito su temi importanti  in questo caso noi abbiamo parlato di malattia, ma possiamo anche pensare alla bioetica, o a questioni politiche, sociali 

Sono un po’ pessimista. Cioè, secondo me la letteratura e l’arte possono sì creare dibattito, e lo fanno spesso. Tuttavia, ormai c’è questa tendenza per cui un libro “impegnato” deve anche essere “impegnativo”, e il risultato è che questi dibattiti finiscono per svilupparsi all’interno di ambienti molto ristretti, dentro bolle, lontani dalla vita vera di tantissime persone. 

Per quanto riguarda la malattia, però, credo ci sia anche un altro aspetto. Viviamo in un mondo in cui la malattia e la morte sono spesso vissute come elementi totalmente estranei alla vita. Quando ci si trova ad affrontarli, si è completamente impreparati. Tiziano Terzani, in Un altro giro di giostra, racconta proprio questo: riceve una diagnosi di tumore, va a curarsi in una clinica di altissimo livello negli Stati Uniti, poi attraversa l’Asia alla ricerca di cure alternative e, soprattutto, di modi diversi per immaginare la propria esistenza. Dopo anni di ricerca, la malattia si ripresenta e lui, serenamente, forte di una nuova consapevolezza di sé, decide di rinunciare alle cure e ritirarsi. 

Purtroppo, la maggior parte dei pazienti non ha a disposizione anni – né in giro per il mondo né dentro di sé – per trovare la strada migliore per affrontare la propria malattia o quella dei propri cari. È qui che entra in gioco la letteratura: se, prima di arrivarci, ho incontrato libri che mi hanno fatto nascere delle domande, che mi hanno aiutato a cogliere la complessità della malattia sotto vari punti di vista, e se di quei libri qualcosa mi è rimasto dopo averli chiusi, allora è più probabile che io arrivi a quel momento, non dico preparato (perché non lo si è mai!), ma almeno non completamente in balia delle contingenze. 

Ci sono molti influencer che condividono la propria vita da malati oncologici, anche metastatici. Credo che abbiano il merito di informare, di accendere i riflettori, di far sentire altri pazienti meno soli. Ma la letteratura può fare qualcosa di… un po’ diverso. 

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