Violenza ostetrica e parto traumatico
I tabù della maternità. Un percorso Medical Humanities
Questo contributo fa parte della serie “I tabù della maternità. Un percorso Medical Humanities”, a cura di Laura Lazzari Vosti: il contributo precedente è consultabile qui.
Questo mese, la dottoressa Monya Todesco Benasconi – che abbiamo intervistato in gennaio – approfondisce il tema della violenza ostetrica, portando il punto di vista dei curanti.
2 Febbraio 2026 – Medical Humanities, Educazione, NascitaTempo di lettura: 9 minuti
2 Febbraio 2026
Medical Humanities, Educazione, Nascita
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La violenza ostetrica è poco riconosciuta come tale. Le disparità razziali, geografiche e di classe sono, a livello mondiale e nel corso della storia, la principale causa di questa forma di abuso.
L’origine può essere di natura interpersonale, politica o strutturale. Spesso riflette e amplifica le diverse forme di discriminazione sociale e politica, di oppressione e di esclusione già presenti nella società. Alcuni di questi esempi, presenti nel corso della storia, sono stati la separazione alla nascita dei neonati dalle madri ebree da parte della Chiesa Cattolica per obbligarle alla conversione (nel XVI secolo), il cesareo forzato nelle indigene del Perù durante parti complicati, al puro scopo di salvare le anime dei feti col battesimo (nel XVIII secolo), e gli esperimenti in ostetricia sulle schiave del Nordamerica.
Tra le forme di violenza ostetrica si elencano l’abuso fisico, le cure senza consenso, il mancato rispetto della sfera privata, le cure non rispettose della dignità personale, la discriminazione, l’abbandono e la detenzione in un’istituzione (Browser & Hill, 2010).
L’OMS ha elaborato una serie di raccomandazioni per evitare la violenza in ostetricia e aumentare l’esperienza positiva di parto, riconoscendo come forme di violenza ostetrica la mancanza dell’autodeterminazione della donna e l’aumento dell’uso di interventi medici senza una chiara indicazione.
Un’interpellanza del 2018 ha attirato l’attenzione sul tema anche a livello federale, chiedendo dati sulla violenza ostetrica e mettendo in discussione la pratica delle episiotomie e della manovra di Kristeller. Nella sua risposta, il Consiglio Federale ha affermato che non esistono dati sulla violenza ostetrica e che i corsi di formazione del personale medico garantiscono la trasmissione dei contenuti necessari per la prevenzione della violenza nel contesto ginecologico e ostetrico (Ruiz, 2018).
A livello internazionale esistono studi che affermano che più di un terzo delle donne ha sperimentato forme di maltrattamento durante il travaglio ed era particolarmente vulnerabile nel periparto. Le donne giovani con basso livello d’educazione sono risultate essere a maggior rischio. Conoscere le caratteristiche scatenanti di queste disuguaglianze è essenziale per introdurre strumenti volti a ridurre l’incidenza di maltrattamenti (Bohren et al., 2019).
A livello scientifico si pongono diversi problemi nella ricerca sulla frequenza della violenza in ostetricia. Infatti, a dipendenza della definizione di violenza ostetrica usata, dal metodo utilizzato e dalla popolazione analizzata negli studi si arriva a risultati molto differenti (Savage & Castro, 2017). Lo stesso vale per gli studi sui disturbi postraumatici e le depressioni postparto scaturite da situazioni di violenza ostetrica. Ciononostante, esistono chiari indizi sulla causalità tra lo sviluppo di depressione, disturbi postraumatici e difficoltà nell’allattamento e violenza ostetrica (Horsh et al., 2024).
Il tema delle disuguaglianze, del mancato rispetto e della violenza ostetrica necessita di ulteriori sviluppi. Nessuna partoriente è esente dal subire qualche forma di violenza ostetrica.
In questo senso è necessario considerare un approccio alla violenza ostetrica incentrato sulla partoriente. Riconoscere alle madri la definizione di violenza ostetrica è il primo passo per legittimare e convalidare le loro esperienze. La seguente citazione rende al meglio la direzione che dobbiamo seguire: «la storia della medicina riproduttiva è impantanata nell’ingiustizia sociale e politica, ma il suo futuro può essere plasmato da coloro che ne riconoscono e ne sfidano le disuguaglianze» (O’Brien & Rich, 2022).
Riferimenti bibliografici
E. O’Brien & M. Rich, «Violenza ostetrica in prospettiva storica spiritualità», The Lancet, 399(1034), 2022, pp. 2183-2185.
D. Bowser & K. Hill, Exploring evidence for disrespect and abuse in facility-based childbirth: report of a landscape analysis, Harvard School of Public Health and University Research Co, LLC, Boston, 2010.
Interpellanza Ruiz Rebecca Ana, All. 18.4315, «Violenza ginecologica e ostetrica in Svizzera. Fare il punto», pp. 574 sgg.
M.A. Bohren et al., «How women are treated during facility-based childbirth in four countries: a cross-sectional study with labour observations and community-based surveys», The Lancet, 394(10210), 2019, pp. 1750-1763.
V. Savage & A. Castro, «Measuring mistreatment of women during childbirth: a review of terminology and methodological approaches», Reprod Health, 2017, 14, p. 138.
A. Horsch, S. Garthus-Niegel et al., «Childbirth-related posttraumatic stress disorder: definition, risk factors, pathophysiology, diagnosis, prevention, and treatment», American Journal of Obstetrics and Gynecology, 2024, p. 230.
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