Violenza perinatale
Il punto di vista delle ostetriche
I tabù della maternità.
Un percorso a cura di Laura Lazzari Vosti
Prosegue il percorso curato da Laura Lazzari Vosti, dedicato ai tabù della maternità, una rassegna che risponde all’esigenza di sviluppare argomenti discussi nel corso di incontri interdisciplinari sulla maternità, offrendo ulteriori occasioni di dialogo e di approfondimento. A scadenza regolare, ospiteremo interviste, seguite da contributi di esperti/e, curanti e autori/autrici che si sono occupati della tematica. La serie prende spunto dalle serate sui “Tabù della maternità” e dalle edizioni della Summer School “Maternità e Medical Humanities”, organizzate nel 2024 e 2025, riproponendo temi di grande attualità in ottica divulgativa e Medical Humanities. Questo mese discutiamo il tema della violenza perinatale dal punto di vista delle ostetriche.
29 Dicembre 2025 – Nascita, Comunicazione, Dolore, Relazione, RicercaTempo di lettura: 11 minuti
29 Dicembre 2025
Nascita, Comunicazione, Dolore, Relazione, Ricerca
Tempo di lettura: 11 minuti
Negli ultimi anni il tema della violenza ostetrica è emerso con forza sia nel dibattito accademico sia nel discorso pubblico, a seguito di tragici episodi di cronaca e grazie all’attivismo femminista che, tramite campagne di sensibilizzazione, ha portato all’attenzione collettiva le testimonianze delle persone che hanno subito questo tipo di violenza. Il fenomeno, tuttavia, è tutt’altro che nuovo: se ne parlava già nella prima metà dell’800 (Blundell, 1827). Eppure, ancora oggi, non esiste una definizione condivisa di violenza ostetrica né vi è consenso sullo stesso utilizzo del termine. Da un lato, infatti, quest’ultimo può risultare stigmatizzante nei confronti del personale ostetrico; dall’altro lato, non restituisce pienamente la complessità del fenomeno.
Per questo motivo riteniamo più opportuno parlare di violenza perinatale: un’espressione che permette di evidenziare come tale violenza possa riguardare non solo le donne, ma anche uomini trans e persone non binarie, e come possa essere agita da diversi professionisti e professioniste coinvolti nell’assistenza perinatale lungo l’intero percorso di cura, dal periodo prenatale fino al post partum.
La violenza perinatale è una forma di violenza sistemica che può manifestarsi in molteplici modi: Boheren et al. (2015) ne individuano, ad esempio, sette modalità che spaziano dall’abuso verbale alla mancanza di privacy dovuta a carenze infrastrutturali delle strutture sanitarie. In Italia la ricerca sul tema è ancora limitata e si concentra prevalentemente sull’esperienza delle persone gestanti, partorienti e in post partum, trascurando il punto di vista del personale perinatale (Ravaldi et al., 2018; Lazzarini et al., 2022; Scandurra, 2022; Valente et al., 2023). Data questa lacuna, si è deciso di raccogliere dei dati di carattere qualitativo circa il punto di vista delle ostetriche italiane sul tema della violenza perinatale. Abbiamo così organizzato, all’interno del progetto HEGOA – coordinato dalla Dott.ssa Mara Floris e approvato dal Comitato Etico “Lombardia 1” in data 09/04/2025 (numero protocollo: CET 109-2025) – quattro focus group, grazie alla collaborazione con un’associazione del Nord Italia che si occupa del benessere delle persone gestanti, partorienti e in post partum. Vi hanno partecipato ostetriche ospedaliere, territoriali e libere professioniste, in prevalenza giovani e già sensibili al tema. Con il loro consenso, gli incontri sono stati registrati e trascritti. Successivamente, è stata svolta un’analisi tematica sulle trascrizioni, la quale ha portato all’individuazione di otto temi ricorrenti: (1) problematiche strutturali; (2) stereotipi e pregiudizi; (3) gerarchie di potere; (4) problematiche comunicative; (5) ingiustizie; (6) violenza perinatale; (7) patologizzazione e (sovra)medicalizzazione della gravidanza; (8) buone pratiche.
Uno dei primi aspetti messi in luce riguarda le condizioni strutturali in cui si svolge il lavoro ostetrico. Le partecipanti hanno descritto un sistema sanitario sotto-finanziato, con carenze di risorse, personale e spazi, in cui viene esercitata una pressione nel rispettare rigidi protocolli medici. A ciò si somma la paura costante di denunce legali. L’ambiente di lavoro viene percepito, di conseguenza, come difficoltoso e non ottimale, e ciò si ripercuote negativamente sulla qualità dell’assistenza offerta alle persone gestanti, partorienti e in post partum. Le criticità strutturali investono anche la formazione delle ostetriche, ancora prevalentemente orientata a un modello sovra-medicalizzato che lascia poco spazio a un’assistenza centrata sulla persona in gravidanza. Inoltre, il percorso formativo è descritto come segnato da dinamiche gerarchiche e abusanti. A ciò si aggiunge una diffusa frustrazione legata all’impossibilità, frequentemente riscontrata nella pratica quotidiana, di applicare quanto appreso durante gli studi universitari o nei corsi di aggiornamento.
A questa cornice strutturale si intrecciano stereotipi e pregiudizi, che determinano a loro volta dinamiche di potere e gerarchie interne. Da un lato, sono numerosi gli stereotipi e i pregiudizi che gravano sulle persone assistite, a maggior ragione se nere. Vengono, infatti, ritenute incompetenti, fragili e non in grado di decidere autonomamente; inoltre, sono facilmente etichettate come eccessivamente esigenti, polemiche o lamentose. Dall’altro lato, anche il personale perinatale è oggetto di stigmatizzazione: le ostetriche con minore esperienza, in particolare, sono spesso percepite come poco competenti e si confrontano con un discorso pubblico che le dipinge come professioniste autoritarie, poche empatiche e rispettose. Di conseguenza, viene data maggiore autorevolezza e, dunque, potere decisionale ai ginecologi e alle ginecologhe, a discapito delle ostetriche con meno anni di servizio e delle persone assistite.
Ciò influenza ampiamente la comunicazione in ambito perinatale. Non solo la comunicazione tra il personale perinatale e le persone assistite, bensì anche la comunicazione tra gli stessi operatori e operatrici. Per quanto riguarda la comunicazione tra personale perinatale e persone assistite, le ostetriche sottolineano come essa non sia paritaria: spesso, infatti, le persone assistite vengono interpellate con verbi all’imperativo e la loro voce non viene adeguatamente considerata. In particolare, viene segnalata la tendenza a minimizzare o ignorare il dolore espresso dalle persone assistite, con il rischio di errori e/o ritardi diagnostici. Emblematico, in questo senso, è il caso di una donna le cui difficoltà respiratorie furono inizialmente trascurate e che solo in seguito ricevette la diagnosi di polmonite. Tali dinamiche possono essere interpretate come una forma specifica di ingiustizia epistemica (Fricker, 2007), ossia l’ingiustizia testimoniale, che si manifesta quando una persona subisce un danno nella propria capacità di soggetto conoscente, poiché la sua voce viene sminuita, non ascoltata o messa in dubbio. Inoltre, viene riportato come, frequentemente, le persone assistite non ricevono informazioni chiare e complete sulle proprie condizioni di salute e sulle procedure proposte; al contrario, tali informazioni vengono talvolta manipolate per spaventare la persona assistita e indurla ad acconsentire alla pratica, compromettendo così la sua capacità decisionale. Questo fenomeno può essere interpretato come una forma di «testimonial void» (Carmona, 2021) e di «ingiustizia affettiva» (Pismenny et al., 2024): la persona assistita non solo viene privata di informazioni adeguate perché ritenuta incapace di comprenderle, ma subisce anche un uso ingiusto delle proprie emozioni. Nuovamente, tali dinamiche si accentuano quando la persona assistita è nera. È emblematico il caso di una donna nera sottoposta, durante un cesareo, a una rimozione dell’utero senza esserne consapevole né averne dato il consenso.
Situazioni simili si verificano anche nella comunicazione tra ginecologi, ginecologhe e ostetriche, a discapito di queste ultime, in particolar modo di coloro con meno anni di servizio. Nonostante queste ultime siano spesso più aggiornate, il loro punto di vista viene spesso sminuito e non tenuto in considerazione. Consapevoli di questa dinamica, le ostetriche spesso scelgono l’autocensura, rinunciando a esprimere dubbi o a opporsi a decisioni che non condividono. Questo atteggiamento, che la filosofa Dotson definisce «asfissia testimoniale» (2011), porta talvolta a eseguire involontariamente procedure considerate inutili, dannose e violente, come episiotomie non necessarie. L’autocensura è spesso dovuta anche alla difficoltà di esprimere il proprio sapere ostetrico, che non si basa solo su dati tecnici o teorici, ma soprattutto sull’esperienza diretta con le persone assistite e che risulta difficile da tradurre in un contesto dominato da un linguaggio tecnico-scientifico. Questa incapacità di tradurre il sapere ostetrico in termini scientificamente legittimati può essere concettualizzata come una forma di «ingiustizia ermeneutica», che si verifica quando a un gruppo sociale mancano le risorse ermeneutiche per interpretare e comunicare le proprie esperienze. La comunicazione tra il personale perinatale è resa problematica non solo a seguito della perpetrazione di queste ingiustizie, ma anche dall’ampio uso di un linguaggio violento o disumanizzante. Infatti, alcune ostetriche hanno riportato come spesso il personale perinatale appelli le persone assistite con epiteti denigratori; per esempio, nei confronti di persone in sovrappeso, vengono usati epiteti quali «ippopotamo» o «cetaceo». Molte professioniste hanno raccontato di aver scelto di abbandonare l’ospedale proprio per la difficoltà nel tollerare simili atteggiamenti.
Molti degli episodi interpretati come forme di ingiustizia epistemica e affettiva conducono alla perpetrazione di pratiche di violenza perinatale.
Tuttavia, nell’affrontare questo tema emerge anche la difficoltà, da parte delle ostetriche, di stabilire quali procedure e atteggiamenti possano considerarsi violenti e quali meno. Nel fenomeno viene riconosciuta una significativa componente soggettiva, poiché persino pratiche che possono essere considerate oggettivamente violente, come la manovra di Kristeller, sono talvolta richieste dalle stesse persone assistite.
Infine, le ostetriche hanno riportato come vi sia una tendenza, ormai diffusa, a patologizzare la gravidanza, attuando forme di sovramedicalizzazione. Pratiche mediche spesso non necessarie e contrarie alle evidenze scientifiche non solo limitano l’autonomia dell’attività ostetrica, ma alimentano paure e ansie nelle persone gestanti.
Nonostante la delicatezza del tema trattato e il forte impatto di molte testimonianze, i focus group hanno rappresentato per le ostetriche un’esperienza positiva, tanto che molte partecipanti hanno espresso il desiderio di partecipare ad altri incontri. I focus group hanno infatti offerto uno spazio di confronto e di riflessione, dove poter condividere le proprie difficoltà, riconoscersi nelle storie delle altre colleghe e riflettere su come migliorare l’assistenza perinatale. Tra le proposte di miglioramento, si è parlato di implementare il consenso informato, lavorando su una comunicazione più efficace con le persone assistite. Inoltre, è stata sottolineata l’esigenza di una continuità assistenziale e di lavorare, insieme alla persona assistita, all’elaborazione di un eventuale trauma perinatale.
Dai dati raccolti tramite i focus group emerge come, nell’analizzare la violenza perinatale, sia fondamentale considerare il punto di vista del personale perinatale, poiché permette di comprendere le dinamiche strutturali e di potere sottostanti a tali violenze, spesso taciute.
Per questo motivo, riteniamo importante proseguire nello sviluppo del progetto, includendo anche le prospettive di ginecologi e ginecologhe, nonché di altre figure coinvolte nell’assistenza alla gravidanza.
Bibliografia
Bohren, M. A., et al. (2015). The mistreatment of women during childbirth in health facilities globally: A mixed-methods systematic review. PLOS Medicine, 12(6).
Blundell, J. (1827). Lectures on the Theory and Practice of Midwifery, delivered at Guy’s Hospital, The Lancet, 9(222), p. 329-335.
Carmona, C. (2021). Silencing by Not Telling: Testimonial Void as a New Kind of Testimonial Injustice, Social Epistemology, 35(6): 577-592.
Dotson, K. (2011). Tracking epistemic violence, tracking practices of silencing. Hypatia, 26(2), 236-257.
Fricker, M. (2007). Epistemic injustice: Power and the ethics of knowing. Oxford, Oxford University Press.
Lazzerini, M. et al. (2022). Quality of facility-based maternal and newborn care around the time of childbirth during the COVID-19 pandemic: online survey investigating maternal perspectives in 12 countries of the WHO European Region. Lancet Reg Health, 100268.
Pismenny, A., Eickers, G. & Prinz, J., (2024). Emotional Injustice, Ergo an Open Access Journal of Philosophy, 11, 6.
Ravaldi, C. et al. (2018). Abuse and disrespect in childbirth assistance in Italy: a community-based survey. European Journal of Obstetrics, Gynaecology, and Reproductive Biology, 224, 208-209.
Scandurra, C. et al. (2022). Obstetric violence in a group of Italian women: sociodemographic predictors and effects on mental health. Culture, Health & Sexuality, 24(11), 1466-1480.
Valente, E.P. et al. (2022). Quality of Informed Consent Practices around the Time of Childbirth: A Cross-Sectional Study in Italy. International Journal of Environmental Research and Public Health, 19, 7166.
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