Il Segreto

ne “Il Sacrificio del Cervo Sacro” di Yorgos Lanthimos

Questo articolo è tratto dal secondo numero dei Quaderni delle Medical Humanities, dedicato alla parola Segreto e pubblicato nel dicembre 2023. Per maggiori informazioni e per abbonarsi: Quaderni delle Medical Humanities. 

«È l’unica cosa che mi viene in mente che sia vicina alla giustizia» 

Mentre mi accingo a scrivere questo pezzo, all’ottantesima edizione della Biennale Cinema 2023 a Venezia – meglio nota col nome di Festival del cinema di Venezia – il regista greco Yorgos Lanthimos vince il Leone D’oro per il miglior film con Poor Things, riadattamento in chiave gotica e steampunk dell’omonimo romanzo del 1992 dello scrittore scozzese Alasdair Gray. Poco conta, in realtà, se non per confermare la grandezza di questo autore che, dopo il riconoscimento dell’Academy (La Favorita (2018) ha preso 10 nomination e vinto un premio Oscar, dato a Olivia Colman come migliore attrice protagonista) s’impone anche su un palcoscenico meno mainstream, più snob e, a mio parere, più suo. A onor del vero, Lanthimos aveva già partecipato tre volte al festival di Cannes e una a Venezia, con ottimo riscontro di critica e pubblico, ma non erano arrivati i primi posti, i premi che contano.  

Al di là di questo, la mia idea era quella di concentrarmi su un film precedente di Lanthimos, un film del 2017, dal bellissimo titolo: The Killing of a Sacred Deer, Il Sacrificio del Cervo Sacro nella versione italiana. La ragione di questa scelta è semplice e dipende dal fatto che il tema “Segreto”, su cui si concentra questo secondo numero dei Quaderni, ne Il Sacrificio del Cervo Sacro non solo è presente, ma diventa, in qualche modo, uno dei motori della vicenda. Prima di andare avanti e di addentrarmi in quello che, più che una recensione, sarà un caldissimo invito alla visione di un capolavoro del cinema recente, vorrei soffermarmi a ragionare su Lanthimos, sulle sue origini e sulla sua Grecia. Anche in questo caso, c’entra il segreto. 

Yorgos Lanthimos non esordisce nel 2009, ma nella primavera di quell’anno, con l’opera che possiamo considerare quella della sua rivelazione al grande pubblico, Kinodontas, vince la sezione Un Certain Regard a Cannes. Non so quanti di voi lo ricorderanno, però, in quello stesso anno, qualche mese dopo la kermesse francese e più precisamente il 18 ottobre, un certo George Papandreou, che non è un cineasta, bensì un ex-primo ministro, svela pubblicamente un segreto durato anni, sin dal 1999: i conti economici della nazione erano stati… come dire… «truccati» poiché altrimenti, in «Europa», la Grecia non ci sarebbe entrata. Ciò, nonostante sia passato del tempo e nonostante la memoria (come le bugie, che, pure loro, col segreto spesso vanno a braccetto) abbia le gambe corte, è stato uno degli episodi sicuramente più drammatici della storia della Grecia moderna, che in seguito ha portato, dopo due anni di pesantissima recessione e di gente ridotta sul lastrico, al default controllato del 2012 e a tutto il relativo caos successivo.  

La grande arte, spesso accade, è misteriosamente capace di anticipare, quasi prevedere, la storia

e, in un certo senso, anche Kinodontas di Lanthimos, così come tutti i suoi film, fa della menzogna, dell’inganno, del nascosto, del segreto – sebbene declinati frequentemente in un disturbante e deformato microcosmo familiare borghese – argomento di profonda indagine. 

Pensare che quanto accaduto in Grecia in quegli anni non possa avere influenzato il cinema di Lanthimos sarebbe, quindi, assurdo, ma cito a sostegno dell’affermazione un ottimo studio monografico Anestesia di solitudini – il cinema di Yorgos Lanthimos scritto da Benedetta Pallavidino e Roberto Lasagna e uscito per Mimesis nel 2019, nel quale i due autori sottolineano come «nonostante il contesto di estrema difficoltà, l’austerity e i budget minimali, un gruppo di cineasti (oltre a Lanthimos, si parla di Tsangari e Avranas, n.d.a.) si crea uno spazio sensibile come per reazione al ristagno» e individuano anche in questo una «New Wave» del cinema greco che, «tra racconto sociale e sperimentazione», «cerca di rappresentare gli umori, le incrinature, i comportamenti inavvertiti degli strati sociali che sono il lascito di una Storia politica che ha esautorato artisti e cineasti». 

Fatte queste doverose premesse e appurato che proprio il segreto svelato dei conti “truccati” ha fatto da detonatore, almeno pubblicamente, a una crisi capace, oltre alle sue più ovvie e drammatiche conseguenze, d’influenzare la settima arte in Grecia, possiamo ora tornare a Il Sacrificio del Cervo Sacro. Tuttavia, mi trovo costretto nuovamente a chiamare in causa la Grecia. Lanthimos trae infatti da una tragedia, Ifigenia in Aulide, l’ispirazione per costruire le vicende narrate nel suo film, in chiave contemporanea e ambientandole in un’anonima città statunitense dell’Ohio. Se in Euripide, Artemide chiedeva ad Agamennone, reo di aver ucciso un cervo a lei consacrato, di sacrificare la figlia Ifigenia come forma di scambio, nel film del regista greco, un sacrificio simile sarà richiesto dal figlio (Barry Keoghan) di un paziente morto sotto i ferri al cardiochirurgo (Colin Farrell) che operò il padre in stato di ebbrezza; cardiochirurgo che nascose a tutti, compreso ai suoi famigliari, questo episodio (nel film la moglie è Nicole Kidman e i due figli Raffey Cassidy e Sunny Suljic).  

Sarebbe impossibile, volendo evitare di rovinare la visione svelandone le svolte della trama e i momenti più significativi, parlare di tutti i temi che il regista decide di affrontare. Ancor più difficile sarebbe parlare di tutti i rimandi agli illustri predecessori che hanno influenzato, in qualche modo, Lanthimos. Ne cito solo alcuni che verranno sicuramente in mente a chi ama il cinema senza esserne né un esperto, né uno studioso: c’è, ad esempio, moltissimo Stanley Kubrick (le riprese nei corridoi dell’ospedale richiamano immediatamente quelle dell’Overlook Hotel di Shining; la coppia di medici e genitori disfunzionali Farrell-Kidman, grazie anche alla presenza di quest’ultima, fa pensare a Eyes Wide Shut), c’è l’amore per il dettaglio anatomico e per il sangue di David Cronenberg (evidente in apertura, ma frequente anche nel corso di tutto il film) e la scena del vero e proprio sacrificio ricorda il Michael Cimino de Il cacciatore. Questa, però, è solo la punta dell’iceberg di una ricca serie di citazioni che, a visione ultimata, invito i più curiosi a scoprire con l’aiuto del capitolo dedicato a Il sacrifico del Cervo Sacro nel saggio di Pallavidino e Lasagna menzionato poc’anzi.  

Arriviamo, quindi, alla ragione per la quale considero Il sacrifico del Cervo Sacro di Lanthimos un film adatto a promuovere una riflessione sul segreto in ambito medico – segreto inteso, in questo caso, nella sua accezione più negativa di “tener segreto”, di celare una verità con lo scopo di evitare le conseguenze anche gravi, anche giudiziarie, di azioni colpose o dolose. In altre parole, e più nello specifico all’interno della narrazione cinematografica in esame, parliamo qui dell’aver nascosto un errore medico le cui conseguenze hanno portato al peggiore degli esiti possibili, ovvero la morte del paziente, con l’aggravante che quanto accaduto sia dipeso dall’aver agito in condizioni di alterazione delle capacità fisiche e mentali dovute all’abuso di alcol. Nel film, che possiamo considerare un thriller psicologico con derive orrorifiche (attenzione però, le etichette al cinema di Lanthimos stanno parecchio strette!), i fotogrammi iniziali sono ambientati in una sala operatoria ma, soltanto in seguito e in maniera progressiva, lo spettatore capirà a quale operazione faccia riferimento quella scena. Tuttavia, il realismo, o meglio l’iperrealismo – caratteristica non solo Lanthimosiana, ma anche degli altri colleghi di quella New Wave ellenica di cui hanno scritto Pallavidino e Lasagna nel loro testo – lascia presto spazio al paranormale. Un paranormale al quale si opporrà, inutilmente, il tentativo da parte del cardiochirurgo di interpretare gli eventi in maniera scientifica. Emblematica di questo atteggiamento è, ad esempio, un’altra scena in cui egli ipotizza un «disturbo psicosomatico» alla base della paraplegia che, a un certo punto, colpisce inspiegabilmente il figlio.  

Indubbiamente, il segreto ha un’importante rilevanza etica. Questa sua dimensione etica non si può e non si deve tralasciare né quando giudichiamo i politici che nascondono ai loro elettori azioni fraudolente (purtroppo questo non è successo solo in Grecia, sia chiaro!), né quando analizziamo, ampliando il discorso oltre la categoria medica, un contesto di cura. Senza addentrarmi in una disamina filosofica del segreto e semplificando, mi rendo conto, la questione, il segreto comporta sempre che una o delle informazioni siano volutamente sottratte da parte di qualcuno o di alcuni a qualcuno o al pubblico. Ne Il Sacrificio del Cervo Sacro, Lanthimos, come in tutti i suoi film, non si prefigge però uno scopo didascalico, non vuole spiegare né insegnare alcunché. L’intenzione è semmai quella di stimolare, tramite la sua arte, una riflessione. La retorica è quindi totalmente assente, lo spettatore non riceve mai giudizi e non viene influenzato dalle scelte del regista: i personaggi sono gelidi, distaccati, cinici (ad esempio, il chirurgo fa una lista dei pro e dei contro di ciascuno dei famigliari per scegliere chi di loro sarà da sacrificare; la figlia chiede al fratello malato di poter avere il suo lettore Mp3 qualora egli dovesse morire); le ambientazioni, sia nelle scene girate in interno che in esterna, nella città, sono anodine, prevalgono i grigi, le luci al neon e sembra sempre di vivere una lunga giornata di novembre nell’emisfero boreale. 

In conclusione,

per Curare i curanti, la “prescrizione” della visione de Il sacrifico del Cervo Sacro si inserisce pienamente in un contesto Medical Humanities

nel quale la potenza del mezzo artistico viene utilizzata per stimolare l’analisi di situazioni reali e quotidiane che potrebbero accadere in qualsiasi ambito di cura e a qualsiasi professionista che di cura si occupa. Senza dimenticare che si tratta pur sempre di un film e che ognuno ha la libertà di guardarlo solo per il gusto dell’intrattenimento o per l’amore nei confronti di un bello estetico e tecnico di cui le opere di Lanthimos sono ricchissime. 

Bibliografia

R. Lasagna e B. Pallavidino, Anestesia di solitudini. Il cinema di Yorgos Lanthimos, Mimesis, 2019.

2 pensieri su “Il Segreto

  1. Illuderma review dice:

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